(Redazione) - Fisiologia dei significati in poesia - 23 - Senso quantico: il problema ontologico

 

di Giansalvo Pio Fortunato

La prospettiva avvincente di una riflessione analitica e fenomenica attorno all’atto poetico si fonda su una duplice linea di intendimento: strutturale ed operazionale. Laddove, infatti, una certa analisi più rigorosamente strutturale si istituisce attorno al verso come enunciato particolare e cerca di declinarlo negli elementi sostanziali di senso e riferimento, la necessaria integrazione di prospettiva verte sull’essenzialità di questo momento di linguaggio, ritrovando la centralità dell’attività poetica nell’individuo: come, quindi, il poeta è in poesia e cos’è per il poeta l’essere in poesia. Laddove, invece, una certa analisi più rigorosamente operazionale si istituisce attorno all’introspezione poetica ed al complesso mare magnum dell’interiorità solo meramente percettiva ed intuitiva, la necessaria integrazione di prospettiva è mossa dallo zoccolo duro del fenomeno di linguaggio, da quel senso e riferimento che scheletrizza e rende ordinario l’atto poetico. È in questa convergenza, allora, che la poesia è mondata. Mondata, nel dettaglio, nel duplice senso di una purificazione entro il crogiolo della sistematica riflessione descrittiva, privandosi definitivamente di una certa aurea auto-riflessiva che è buon esercizio meta-poetico (e null’altro), e di un abbassamento costruttivo dell’atto poetico nell’ordine dei fenomeni quotidiani che, pur in quanto fenomeni quotidiani, non smettono di ampliare la loro maglia inferenziale e ricostruttiva.
In controtendenza rispetto al mio solito operare e rispetto a quella che potrebbe essere definita come la prospettiva di un’esistenzialità epistemologica [1], mi soffermerò prima sulle criticità di un approccio ontologico-metafisico e poi di sulle criticità di un approccio analitico formale alla poesia.
Si può riconoscere, infatti, alla poesia una capacità ri-produttiva. Nei termini, soprattutto, di un portare all’esistenza. Nella poesia – cioè – si intersecano i problemi essenziali dello statuto teoretico e conoscitivo di un individuo che fa essere e di un’esistenza che, non più radicata nella solida base del riferimento reale e non, chiude completamente le porte ad un sensatezza passante per un rigido proclamo ontologico. Malgrado, infatti, tutta una filosofia incrociantesi con l’atto poetico abbia ereditato tutto il peso dell’esoterismo (talvolta) ontologico, credo che una lunga divagazione sulla possibilità ontologica dell’atto poetico sia tentativo non finalizzato alla fenomenicità dell’atto poetico in se stesso. La poesia, quindi, si incrocia con l’esigenza ontologica quando è posta come epifenomeno o come interlocutore strumentale di una ricerca ontologica. Per cui, se le coordinate del sistema ontologico possono avvalersi della poesia per determinare la più immane delle transizioni de-entificanti verso una riprogrammazione dello statuto ontologico individuale, argomentare sulla fenomenicità della poesia in virtù di una lenta e talvolta anche rigorosa appropriazione ermeneutica, a mio parere (lo sottolineo), rappresenta un tentativo che barbarizza e rende confusionario l’autentico risvolto fenomenico del linguaggio poetico, rendendo problematica la giustificazione di qualsiasi risvolto ontologico e di qualsiasi clausola esistenziale [2].
Ho come l’impressione, infatti, che avvalorare la tesi ontologica attorno alla poesia sia ormai sentito quasi come un dovere divinatorio nei suoi confronti. Una legittimazione rispetto a poeti, la cui esigenza par essere quella di contingentare una ricerca descrittiva sommariamente filosofica; rispetto a filosofi, la cui esigenza par essere quella di strutturare una trama che fuoriesca dal sistema rigorosamente analitico o dall’approccio sistematico per divenire modalità aleggiante. Lo stesso dovere divinatorio, in tal senso, si irrobustisce nella pura e semplice constatazione di una non ordinarietà dell’atto poetico, il quale, pur essendo avvertito diversamente da ciascun individuo (so di star leggendo o scrivendo poesia non solo per ragioni propriamente metriche e stilistiche), non per questo deve essere sovraccaricato di contenuti esplicativi, che non gli sono propri.
Purtroppo – è opportuno dirlo – una riflessione ontologica attorno alla poesia è anche presuntivamente maggiormente facile da riuscire ad individuare rispetto ad una pedante descrizione analitica e fenomenica, dando ovviamente per assodato che la filosofia si intersechi descrittivamente con la poesia. Ancora una volta, infatti, le strade sono due: o portare fino in fondo lo sforzo ermeneutico, rendendo una poesia ignota nella sua essenzialità il climax contenutistico [3], o usare il basamento ermeneutico come descrizione ultima dell’atto poetico, rendendo autentiche estraneità alla naturalezza del linguaggio mezzi per una riflessione sulla poesia (che è comunque fenomeno di linguaggio). Ci troviamo dinanzi, in tal senso, a due approcci distinti che, mantenuti nella loro organicità di presupposti e fini, assumono due posizioni coerenti distinte. Si crea, invece, un corto circuito lì dove queste due modalità riflessive si intersecano, rinunciando alla loro sistematicità. È il prezzo della generalizzazione: si può dire.
Quando mi esprimo nei termini di un senso quantico, come vedremo poi dettagliatamente, faccio riferimento anche alla problematicità esistentiva insita a ciascun termine poetico. Immaginiamo, infatti, di poterci riferire per ciascun elemento di un verso ad un riferimento esistente. Quale trama ontologica si interseca nel poetico? Una trama che è rigidamente riferita? E che, restringendo, è riferita nel senso più classico del termine (è riferito solo ciò che esiste in carne ed ossa) o, ampliando, ciò di cui posso far esperienza (non necessariamente, per questo, implicato in una clausola esistentiva)? Ma soprattutto in quali termini è possibile ricavare una constatazione ontologica per ciascun elemento di un verso e per il verso nella sua totalità. Ossia: il problema epistemologico della sensatezza di ciascun enunciato è legato tendenzialmente ad un complesso di riferimenti il cui stato ontologico è certamente positivo o negativo (qualcosa è o non è). Si assiste, cioè, ad una sovrapposizione tra ontologico ed esistente. Per cui è ciò che esiste e non è ciò che non esiste. Fattore, questo, che corrisponde significativamente all’atomismo degli elementi riferiti di ciascun elemento. Per cui, lo stato di cose (l’insieme dei riferimenti) è consequenziale, nella sua esistentività, all’esistenza di ciascun singolo riferimento.
In poesia, invece, il percorso è alquanto diverso. La poesia, infatti, non ha un riferimento di esistenza rigido. Per cui non è possibile, per ciascun suo elemento, ricavare una condizione di riferimento (x è in quanto esistente). Condizione di riferimento che, banalmente, è ricavata attraverso una constatazione empirica (sensoriale-cognitiva). La poesia si presta, invece, ad una constatazione olistica di esistenza, reggendosi su un’epistemologia immaginativa che fa dell’illusione di presenza ed esistenza il suo punto cruciale. La poesia, infatti, affronta la venuta all’esistenza come un atto germinale, avente per misticismo la sola capacità dell’individuo di trasfigurare la realtà. Riuscendo, così, a rendere tale ciò che si sente [4]; non ciò che esiste.

Note:
[1] Si mostrerà più avanti come il problema ontologico, in poesia, sia strettamente legato alle possibilità epistemologiche che la poesia porta con sé. L’essere di x in poesia è legato all’immaginazione che lo genera, non a se stesso ed al suo stato ontologico.
[2] Clausola esistenziale da intendersi come pronunciamento sullo stato di esistenza di ciascun elemento del verso.
[3] La Kehre è, appunto, poetica: non più analitica. Malgrado non sia chiarificata la fenomenologia poetica.
[4] Definizione più empirica di fenomenico.
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