(Redazione) - A proposito di "L'altra ora" (Il Convivio Editore, 2025) di Francesco Balasso - nota critica di Sergio Daniele Donati
Nella raccolta L'altra ora (Il Convivio Editore, 2025), Francesco Balasso costruisce un paesaggio poetico di notevole intensità e maturità, un lavoro che cattura con lucidità e grazia l'esperienza del tempo interiore, della memoria frammentaria e della vita urbana contemporanea.
Radicata in uno sguardo veneto-metropolitano che trova eco
nell'epigrafe di Paola Silvia Dolci (p. 7), la raccolta si articola
in un flusso organico di immagini e riflessioni, suddiviso in sezioni
– "Scenografie" (p. 9), "Antico, Più Antico,
Primordiale" (p. 29), "Mezzanotte e cinque" (p. 49) e
"Genetica della felicità" (p. 63) – che funzionano come
movimenti di un unico discorso lirico.
Il verso libero, ritmato da
inflessioni jazz e cinematografiche, trasforma il quotidiano in
rivelazione, senza mai cadere nella retorica: asfalto, parcheggi,
manifesti, lune park diventano simboli di una condizione umana
insieme precaria e ostinatamente luminosa.
Con
un linguaggio preciso, ironico e al tempo stesso malinconico, Francesco Balasso
rinnova la tradizione della poesia italiana contemporanea, offrendo
un contributo autentico e personale che merita attenzione attenta da
parte della critica e dei lettori.
L'epigrafe
di Paola Silvia Dolci imposta fin dall'inizio il tema del risveglio
interrotto e della fragilità dell'io: Mi
sveglio sempre prima | della fine dei sogni. | Staccata, | come se
venissi ritagliata | con le forbici dalla carta.
(p. 7).
Il metro spezzato, con versi brevi e pause nette, mimano il
distacco brusco dal sogno; il lessico semplice e domestico (forbici,
carta) si carica di un senso metafisico di precarietà.
Le
allitterazioni in /s/ e /f/ creano un timbro tagliente che evoca il
taglio netto del risveglio.
Qui si sente l'eco del frammentarismo
ungarettiano, ma filtrato attraverso una sensibilità più intima e
contemporanea, vicina a quella di Antonia Pozzi.
Nella
sezione "Scenografie" prevale lo sguardo sulla città come
teatro di alienazione e piccoli desideri: poi
è novembre e sento qualcuno chiamare | o forse è l’a posto così
della cameriera | un po’ gentile troppo gentile | bevo un frullato:
latte, mela, grinta | a pezzetti. il sentirmi frustrato |
nell’asfalto tanto ospitale | del parcheggio a pagamento, nei visi
perfetti | dei manifesti pubblicitari. | la gente in fila alle poste
nota la gente i colombi il | mezzogiorno | ma dopo gli sportelli
scompare l’occasione della vita: | il tempo | come una fotomodella
di instagram. | il negozio di dischi ha sul retro una finestra | per
respirare: poster azzurro su fondo cemento | dai balconi degli
stabili scrostati le viole sembrano | voler afferrare il sole,
sparire nei cieli da vivere | un’autoradio passa un tormentone di
qualche anno fa | un gruppetto lo canticchia nel parcheggio di ghiaia
| le spiagge immaginate di un domani chissà quando | durano tre
minuti: la notte che circonda la stella cadente. | tutti chiedono la
forza per ciò che si deve fare | pellegrini nella stazione della
mente | in quest’aria del giorno di fuori, aria di tangenziale
(p. 11).
Il
ritmo allungato e frammentario riproduce il flusso caotico urbano; il
lessico mescola consumismo (frullato, instagram, autoradio) e lirismo
naturale (viole, stella cadente). Le allitterazioni in /p/ e /s/
danno un suono percussivo che contrasta con le assonanze aperte in
/a/ e /o/. Ricorda l'urbanesimo montaliano di Ossi
di seppia,
ma con un'ironia più leggera e un'attenzione quasi cinematografica
al dettaglio, vicina a Umberto Saba.
In
"Antico, Più Antico, Primordiale" il tempo si fa assedio
interiore e riflessione sulla maturità: En
passant | e sono trenta ad aprile quasi en passant | lo senti il
tonfo dentro | delle mura antiche nel petto | le seconde battaglie
sono le più cruente | le bombarde sui sogni, sulle notti | con i
fari e le panchine del porto | quegli amori che sbocciano e
sfioriscono | passano l’orizzonte senza increspare l’acqua | non
ci sono giorni cerchiati sul calendario | gli entusiasmi con le
caravelle | per il nuovo mondo. C’è l’assedio. | Più punge la
fame | e più si attaccano calamite sul frigo
(p. 31)
Il
lessico bellico e arcaico (tonfo, mura, bombarde, assedio) si scontra
con la quotidianità banale (calamite sul frigo), creando un
paradosso efficace.
Le
assonanze in /o/ danno profondità, mentre le allitterazioni in /s/ e
/p/ evocano un impatto sordo.
Qui Francesco Balasso dialoga con la temporalità di Quasimodo e Ungaretti, ma con
una vena più ironica e domestica.
"Mezzanotte
e cinque" è forse la sezione più musicale e dolente: A
little blues | someone has won | losing himself | his soul has died |
looking for her | all people said | he looks insane | someone who
lived | looking for her | he saw her face | all in his head | he
prayed the night | to kiss her lips | when the moon shone | ‘t was
not for him | when stars were quiet | he felt so sad | he chose his
life | he wrote a poem | to touch the girl | who never came | he
spent the nights | talking with her
(p. 51) Il metro breve e il lessico inglese creano un blues moderno;
le allitterazioni in /l/ e /h/ danno un suono liquido e lamentoso.
Evoca
la malinconia leopardiana, ma con un ritmo contemporaneo che richiama
la poesia di Erri De Luca.
Infine,
"Genetica della felicità" chiude con una nostalgia lucida
e tenera: Millimetri
| è passato il lampo della felicità | me l’hanno detto mentre
pulivo casa | fuori cambiano le strade le auto | e le case – nomi
comuni di cosa | me lo ricordo, trattenevo i sogni | come l’aria
nelle guance gonfie | per la sera d’estate che li abortiva | tra i
luna park e le sagre di paese | tre quattro euro un paio di giri
oppure | a volte mi accontentavo di tifare | chi restava in piedi sul
tagadà | principessa della giostra a catene | ti guardavo dalla
transenna: toccavi le stelle | lanciata da uno che non aveva fretta |
sentivo la tua bocca, il suo sapore | nel mio mondo di film e bolle
di sapone | tra i peluche dentro il box di vetro | quello verdognolo
ero io | come gli altri volevo la mano | leggere il cielo, il braccio
meccanico | non resteranno neanche i giocatori di sempre | al bar del
centro, le partite guardate la sera | che rendevano presente il
presente | un microcosmo di cuore e solitudine | vola via come la
luna di mattina
(p. 65).
Il
lessico festivo e infantile (luna park, tagadà, peluche) si mescola
alla consapevolezza della perdita; le assonanze in /a/ e le
allitterazioni in /m/ e /s/ creano un effetto di dolce evanescenza.
Ricorda la nostalgia di Sereni e l'attenzione al microcosmo di
Scotellaro.
Concludendo,
L'altra
ora
è un libro di poesia maturo e convincente, che sa osservare il mondo
con ironia, malinconia e precisione, senza mai indulgere al facile
sentimentalismo.
Francesco
Balasso dimostra una voce originale e una capacità rara di
trasformare il quotidiano in poesia autentica, offrendo al lettore
un'esperienza intensa e duratura.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
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