(Redazione) - Lo spazio vuoto tra le lettere - 53 - "Espressionismo viennese tra pennello e parola": Oskar Kokoschka, il pittore che dialogava con i poeti
| di Sergio Daniele Donati |
Una premessa
Oskar Kokoschka (Pöchlarn, 1886 – Villeneuve, 1980) incarna una delle figure più complesse e rappresentative dell’Espressionismo viennese, un movimento culturale che, tra il primo e il secondo decennio del Novecento, ha profondamente rinnovato i rapporti tra arti visive, letteratura e teatro in un contesto mitteleuropeo segnato da crisi identitarie, sessuali, sociali e politiche. Pittore, poeta, drammaturgo e incisore, Kokoschka non si limita a esercitare parallelamente pittura e scrittura: le due espressioni si intrecciano in una sinestesia artistica che rielabora in chiave soggettiva e psicologica il concetto wagneriano di Gesamtkunstwerk, trasformandolo in un organismo unitario dominato da una tensione febbrile e visionaria.
Fin dagli
anni formativi, la sua produzione si caratterizza per un dialogo
incessante tra immagine e parola: i dipinti assumono un ritmo
frammentario e quasi prosodico, mentre le poesie si strutturano
attraverso immagini violente, oniriche e simboliche che sembrano
emergere direttamente dalla superficie pittorica. Questo scambio non
è illustrativo né subordinato, ma dialettico: la parola genera la
visione, e la visione a sua volta rigenera la parola in un processo
continuo di reciproca alimentazione.
Tre nuclei
tematici e cronologici risultano particolarmente decisivi per
comprendere questa dinamica intermediale: l’esordio
poetico-letterario con Die
träumenden Knaben
(1907-1908), il sodalizio creativo con Georg
Trakl
intorno a Die
Windsbraut
(1914), e il ritratto pittorico di Albert
Ehrenstein,
figura centrale dell’Espressionismo letterario e tra i primi
interpreti critici dell’universo kafkiano. Attraverso questi
momenti, Kokoschka elabora un’idea di arte come entità organica e
vivente, in cui il confine tra soggetto e oggetto, tra io e mondo, si
dissolve in una visione insieme apocalittica e rigeneratrice.
Oskar Kokoschka, Die Windsbraut (La sposa del vento), 1914, olio su tela, Kunstmuseum Basel |
Kokoschka poeta: Die träumenden Knaben (1907-1908)
A ventun anni Kokoschka pubblica Die träumenden Knaben (I ragazzi sognanti), un libro d’artista concepito come opera totale: otto prose poetiche accompagnate da otto litografie a colori, realizzate inizialmente per la Wiener Werkstätte e poi riproposte nel 1917 dall’editore Kurt Wolff a Lipsia.
L’opera segna una rottura decisiva con il
decorativismo sinuoso e floreale dello Jugendstil
– ancora egemone nella Vienna klimtiana e secessionista – e
inaugura un linguaggio visionario, frammentario e denso di tensione
psicologica che anticipa pienamente l’estetica espressionista.
I testi,
redatti in prima persona plurale o in un “io” adolescenziale
sdoppiato e instabile, mettono in scena il risveglio sessuale e
psichico come esperienza traumatica di desiderio, smarrimento,
attrazione per la distruzione e percezione della morte come compagna
segreta. Erotismo infantile, angoscia della crescita, pulsione
autodistruttiva: questi sono i leitmotiv ricorrenti. La lingua
procede per accumulo di frammenti, ripetizioni ossessive, immagini
oniriche che si accendono e si dissolvono, generando un ritmo
ipnotico e perturbante. Siamo nel cuore di quella che verrà definita
“corrente espressionista”: una stagione cruciale della cultura
mitteleuropea, segnata dalla ricezione freudiana, dalla crisi del
soggetto borghese e dal presentimento della catastrofe bellica.
Un esempio
paradigmatico è offerto dal seguente brano:
Rot
fischten wir in grünen Wassern
Und
sahen unsre Spiegelbilder
Und
liebten uns in fremden Leibern
Und
starben in der Liebe Tod.
(Rosso
pescavamo in verdi acque / e vedemmo le nostre immagini riflesse / e
ci amammo in corpi estranei / e morimmo nella morte d’amore.)
Il rosso e
il verde instaurano un campo cromatico dialettico tra pulsione
erotica e innocenza infantile; lo specchio introduce lo sdoppiamento
narcisistico; l’amore in “corpi estranei” apre alla metamorfosi
e alla dissoluzione dell’identità; la “morte d’amore” si
configura come estasi consumante e annichilente. In chiave
psicoanalitica, questi versi rappresentano la disgregazione del Sé
proprio nel corpo che dovrebbe esserne il contenitore primario; in
chiave sociologica, riflettono la crisi dell’individuo nella Vienna
asburgica, città di maschere sociali e abissi interiori.
Un altro
passaggio altrettanto emblematico:
Ich fiel
nieder und träumte dem Morgen zu,
Du
sollst bleiben, nicht schlafen,
Ich muß
mit den Händen in die Luft greifen
Und
durch die Gänge nach dir rufen,
Obgleich
ich mich noch schäme.
(Caddi e
sognai verso il mattino, / tu devi restare, non dormire, / devo
afferrare l’aria con le mani / e chiamare nei corridoi per te, /
sebbene mi vergogni ancora.)
La
vergogna, il gesto futile di afferrare il vuoto, il richiamo
nell’assenza: tutto contribuisce a delineare un paesaggio emotivo
di desiderio irraggiungibile e solitudine adolescenziale universale.
Le
litografie – conservate in collezioni come quella del MoMA di New
York – amplificano questa atmosfera con figure allungate e
stilizzate, colori acidi e contrastati, linee nervose e spezzate,
animali totemici (cervi, uccelli, pesci) e paesaggi fiabeschi che
oscillano tra innocenza edenica e minaccia latente. Le immagini non
illustrano i testi: li prolungano e li incarnano in una dimensione
visiva che rende tangibile l’angoscia del risveglio.
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L’incontro
con Georg Trakl: Die
Windsbraut
e Die
Nacht
(1914)
Nel 1914 Kokoschka lavora a Die Windsbraut (La sposa del vento, Kunstmuseum Basel), uno dei suoi vertici assoluti: un doppio ritratto di sé e di Alma Mahler immersi in un turbine cromatico di blu glaciali, rossi fiammeggianti e neri vorticosi. Il dipinto nasce in un momento di passione travolgente e presagio catastrofico: l’Europa è alla vigilia della Grande Guerra, e la relazione con Alma – vedova di Gustav Mahler, donna colta e tormentata – è già segnata
da una tensione distruttiva e autodistruttiva.
In quei
mesi drammatici, Georg
Trakl
frequenta assiduamente lo studio dell’artista. Il quadro diventa
per il poeta un detonatore immaginativo: da esso nasce Die
Nacht,
testo che riecheggia direttamente la materia pittorica e suggerisce
persino il titolo definitivo dell’opera. La poesia di Trakl, con i
suoi paesaggi di fratture geologiche, fuochi sotterranei, ghiacciai e
presagi apocalittici, risuona perfettamente con la tela: la “sposa
del vento” precipita “ebbra di morte”, mentre la campana nella
valle rimbomba come annuncio di rovina imminente.
Il blu
glaciale delle onde, le fiamme dorate che lacerano il cielo, gli
animali infernali che emergono dal buio: tutto converge verso
un’estetica della catastrofe imminente, in cui eros
e thanatos
si fondono in un unico vortice travolgente. Kokoschka e Trakl, pur
operando in linguaggi diversi, condividono la stessa visione di un
mondo in dissoluzione, dove l’individuo è travolto dalle forze
primordiali dell’inconscio e della storia.
| Oskar Kokoschka, Die Windsbraut (La sposa del vento), 1914, Kunstmuseum Basel |
| Dettaglio di Die Windsbraut, coppia avvolta nel turbine |
Il
ritratto di Albert Ehrenstein
Albert
Ehrenstein
(1886-1950), protagonista dell’Espressionismo letterario viennese,
intrattiene con Kokoschka un’amicizia profonda e duratura. Nel 1911
l’artista illustra il suo romanzo Tubutsch;
nel 1914 realizza il celebre ritratto conservato alla National
Gallery di Praga. Il volto scavato, gli occhi febbrili e allucinati,
la posa reclinata quasi cadaverica, i colori terrosi e spenti
restituiscono con straordinaria intensità la tensione interiore del
poeta, la sua angoscia esistenziale, la sua prossimità tematica al
mondo kafkiano (di cui Ehrenstein fu tra i primi e più penetranti
interpreti).
Il ritratto
non è psicologico in senso tradizionale: è una radiografia
dell’anima, in cui la deformazione espressionista del volto diventa
metafora della disgregazione del soggetto moderno. Kokoschka e
Ehrenstein condividono la stessa sensibilità per il grottesco, per
il perturbante, per la maschera che cela l’abisso.
In conclusione dall’esordio
visionario e perturbante di Die
träumenden Knaben
al dialogo intensissimo con Georg Trakl intorno a Die
Windsbraut,
fino al ritratto penetrante di Albert Ehrenstein, Oskar Kokoschka
realizza un progetto artistico unico: trasformare l’arte in un
organismo unitario e vivente, in cui parola e immagine non si
limitano a coesistere, ma si generano reciprocamente in un processo
incessante di fecondazione reciproca. In un’epoca di profonda crisi
– quella della Vienna asburgica alla vigilia della catastrofe della
Grande Guerra – Kokoschka riesce a tradurre il disagio
esistenziale, la frammentazione del Sé, l’angoscia del desiderio e
il presentimento della rovina in un linguaggio universale e
atemporale.
La sua
opera non è mera testimonianza storica: anticipa molte delle
inquietudini del Novecento successivo, dalla psicoanalisi alla crisi
della modernità, dalla dissoluzione dell’io alla percezione del
corpo come campo di battaglia tra pulsioni vitali e autodistruttive.
Ancora oggi, Kokoschka rimane una delle voci più potenti
dell’Espressionismo viennese, capace di unire la violenza del
colore alla densità della parola in un’unica, febbrile tensione
espressiva. La sua eredità risiede proprio in questa capacità di
fare dell’arte non un riflesso passivo del tempo, ma una ferita
attiva, uno specchio deformante e al tempo stesso rigeneratore della
condizione umana.
NOTE
1
Edizioni originali di Die
träumenden Knaben
conservate al MoMA, New York.
2
Documenti sul rapporto Kokoschka–Trakl, Kunstmuseum Basel.
3
Scheda del Ritratto
di Albert Ehrenstein,
National Gallery, Praga.
4
Testi di Georg Trakl dalle edizioni critiche della Gesamtausgabe.
5
Per un’analisi approfondita della sinestesia kokoschkiana cfr.
anche H. Spiel, Vienna’s
Golden Age,
e i cataloghi delle retrospettive al Leopold Museum di Vienna.

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