(Redazione) - "Bub von Knabensdorf - Nullus" - 03 - a cura di Alessandra Brisotto
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| A cura di Alessandra Brisotto |
Bub von Knabensdorf nasce nel secolo scorso, la data esatta risulta incerta, in una cittadina della Turingia da una nobile famiglia tedesca decaduta.
In seguito al suo atteggiamento scontroso, diretto e non raramente offensivo, perde un posto di lavoro dopo l’altro, cade in disgrazia e si ritrova a vivere sulla strada. Le avventure di Nullus, appellativo che gli viene attribuito fin dalla nascita, le scrive egli stesso in un taccuino alquanto consunto che reca sempre con sé. “Il mio tesoro inestimabile”, lo definisce.
Alcuni capitoli, tradotti dal tedesco all’italiano ne narrano le vicende in ordine sparso, non cronologico.
Il signor von Knabensdorf vive a Francoforte sul Meno, ora qui ora là, a seconda delle stagioni.
Il più delle volte si può incontrare nel quartiere di Sachsenhausen.
(la curatrice - Alessandra Brisotto)
CAPITOLO III
La villa
| Villa “von Knabensdorf” (1822), Eisenach – Architetto Friedrich K.I. Baumarius |
L’architetto Baumarius, amico di famiglia, in primis del patrimonio di famiglia, era un visionario, quasi un veggente, dato che progettò e costruì la nostra casa con il volto di mia madre inconsapevolmente impresso sulla finestra.
Naturalmente qui non è visibile, dato che il disegno risale al 1822, quando lei non era ancora nata, ma io sì, io lo posso scorgere, tanto si è impresso nei miei bulbi oculari, quando giocando in giardino volgevo ritmicamente lo sguardo nella sua direzione per controllare dove fosse, evitando di voltarle le spalle. Se una qualche fucilazione fosse stata ordinata, almeno sarei morto onorevolmente, guardandola negli occhi.
Me la immagino ancor’oggi affissa sulla destra, al piano nobile, alla finestra della torretta, vestita di nero, con i capelli raccolti in una pettinatura d’altri tempi, leggermente gonfia sulle tempie, tanto che da bambino ero convinto ci nascondesse i nonni, i bisnonni, le loro storie, i mattoni e i palazzi. Fortunatamente non la nostra villa, in cui abitavamo, non ancora, che sarebbe stata il mio carico futuro, quello che mio padre non aveva mai sopportato e che mi avrebbe prematuramente lasciato in eredità.
Naturalmente non a causa della sua calvizie precoce, con la conseguente impossibilità di supportare tra le ciocche tutte le generazioni accatastatesi nel tempo, in quanto indossava sovente un cappello nel quale avrebbe potuto contenere tutto e tutti, ma per la sua presenza-assenza quasi impercettibile.
Appesi alle pareti non c’erano ritratti dei suoi avi.
Due foto incorniciate d’argento annerito sulla scrivania di mia madre ritraevano, l’una lei e suo marito, il giorno del matrimonio “nefasto”, come lo definiva mio padre, l’altra lei e Nullus.
Foto 1 con cornice elaborata.
Lui impettito, elegantissimo, un paio di baffetti sfiziosi, il già citato cappello in mano, chioma pettinata all’indietro, fissata con la brillantina, molta brillantina, moltissima brillantina, troppa brillantina, forse un tupè? Abito su misura, gilet, cravatta e lo sguardo di chi si prepara a superare una missione impossibile. Nessun segno di codardia o timore. Forse un cenno di irriverenza, al lato dell’occhio destro, una minuscola ruga che nel tempo si è poi infossata, irradiata fissandosi come una ragnatela, una cicatrice di battaglia.
Foto 2 con cornice semplice.
Nullus, sono io, spiaccicato invisibilmente con forza nell’immagine. Mia madre mi trattiene in braccio, seduta rigida sulla poltrona, in attesa dello scatto del fotografo che non agisce, in quanto lei non ammette sorrisi fuori luogo. Non ho mai capito quale luogo. Mi stringe sempre più tenacemente, per il nervosismo, al confine delle mie forze. Reggo a malapena la bocca chiusa, mentre sento una corrente portentosa di lacrime e dolore salire dalle viscere fino a raggiungere la gola. Ma ecco che insperata giunge la salvezza.
Frau von Knabensdorf, La prego di regalarci un sorriso, non è la foto per il Suo funerale, è una semplice foto-ricordo. Sorrida, per cortesia. Anche Lei, piccolo Bub, sorridano, per cortesia… Hi hi hiii…
Finalmente sorrido svanendo tra le sue braccia debordanti di stoffe, fiocchi, perline, appliques fiorate e profumo.
Il mio viso alla fine non appare nella foto, solo le sembianze di uno straccetto buttato quasi per caso sull’eleganza incontrastata della signora.
Nullus è il mio soprannome, il mio alter ego.
È mia madre che me l’ha imposto a circa un anno dalla nascita, in quanto, secondo lei, molto elegante, dall’aria antica, di console romano.
Non mi ha mai chiamato per nome, con il mio vero nome.
Per mio padre invece sono sempre stato il suo “Bub”.
Foto 1 con cornice elaborata.
Lei colossale, qualche dito più alta di lui, sguardo ursino, ammaliante a sinistra, lievemente chino, per nascondere la durezza acquisita, abito succinto, arricchito da pizzetti andanti con brio, dalle scarpe al mento, piccoli accenni di musicalità ed armonia che svaniscono come per incanto o disincanto alle porte del volto. Guanti bianchi e una rosa.
La storia di questo fiore, sostituto di un “banale” bouquet, è molto interessante. L’ho scoperta da bambino scartabellando tra le lettere custodite nel cassettino segreto della scrivania privata di mia madre. “L’intoccabile”, la definiva, accompagnando le parole con il suo tipico sguardo da statua equestre, generale d’armata, adesso capisco, donna ferita.
Avrò avuto circa 7 o 8 anni, quindi nel 1947 o 1948, ma ricordo ancora come fosse adesso quella sera di ottobre. Faceva molto freddo, per tutto il giorno era piovuto a dirotto, gocce gigantesche, pesanti come massi, che si scagliavano sulle foglie degli alberi, staccandone a centinaia. O forse era il vento a strapparle con tale violenza da non conceder loro scampo. Entrambe le forze della natura, alleatesi con l’inverno avevano compiuto una strage. Con il mio cannocchiale avevo osservato attentamente alcune morti violente. Doveva essere il fine settimana perché non ero andato a scuola, come sempre, ma ero rimasto tutto il giorno rintanato nella mia stanza.
| Camera Nullus, Villa “von Knabensdorf” (1822), Eisenach – Architetto Friedrich K.I. Baumarius |
Durante questa guerra naturale tra cielo e terra una finestra era rimasta aperta, per cui veniva sbattuta dal vento a ritmo irregolare, tanto che non riuscivo più a pensare ad altro, se non a trovarla e chiuderla per ritrovare la mia tranquillità. Ero un buon ricercatore, esploratore e ingegnere meccanico. Inoltre, mi occupavo di costruzioni più o meno fantascientifiche per l’epoca, quindi volevo essere lasciato in pace, terminare le mie osservazioni e leggere il mio libro sulle stelle.
Così mi alzai alla ricerca della finestra ribelle e la trovai proprio nello studio di mia madre. Fortuna volle che la porta fosse socchiusa per cui ero potuto entrare facilmente e, zampillando sui tappeti persiani, mi ero avvicinato con cautela e l’avevo chiusa.
-Tranquillità fatti capanna! Che meraviglia. Il silenzio.
Ritornando sui miei passi, indirizzai lo sguardo in direzione della “scrivania dei desideri e delle curiosità”; le mie. Il cassettino segreto era aperto.
Perché quindi non avrei dovuto sbirciare tra le lettere custodite con tanta cura da mia madre? In fin dei conti si trattava del patrimonio familiare, e siccome io facevo parte della famiglia, automaticamente ero autorizzato a leggerle.
Pensavo.
Qualcuno stava salendo le scale, qualcuno che riconobbi subito. Erano i tacchi delle scarpe di mia madre, con mia madre. Afferrai una busta qualsiasi, riposi il resto nel cassettino, sgattaiolai dalla porta, soddisfatto d’infanzia e vendetta, e mi piombai nella mia camera come una foglia nel turbine di un uragano o una stella cadente, ma controllata.
Così lessi della rosa.

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