(Redazione) - A proposito di "Sono il poeta" (Il Convivio Editore, 2025) di Luca Alvino - nota critica di Sergio Daniele Donati

 


La raccolta Sono il poeta (Il Convivio Editore, 2025) di Luca Alvino, di cui oggi parleremo, si presenta come un organismo compatto, costruito attraverso una lunga sequenza di sonetti che fanno ovviamente della regolarità metrica un principio di coesione e, allo stesso tempo, un campo di risonanze interiori.
La scelta di una forma “chiusa” diventa per chi la legge nella raccolta un luogo di concentrazione pura, un perimetro entro il quale la voce poetica si dispone con disciplina, lasciando che la misura del verso accolga e ne organizzi la vibrazione emotiva.
Fin dal testo d’apertura, l’io si definisce attraverso immagini che si espandono in molte direzioni, come in «Sono il cielo quando è blu cobalto, / il giubilo che non hai mai avuto»¹, dove la metamorfosi non cerca un’identità univoca ma una gamma di stati, una pluralità di possibilità che la poesia accoglie e trasforma.
Anche in questo moto espansivo il contraltare della forma “chiusa” ha un senso profondo, poiché, laddove il contenuto e il senso si dirama, la tenuta strutturale, garantita da parametri metrici certi, certo non limita ma, al contrario, aiuta il volo della lettura.
L’architettura del sonetto appare mantenuta con rigore lungo tutta la raccolta e imprime un ritmo riconoscibile: le quartine avanzano con passo saldo, spesso costruito su rime piane che stabilizzano il respiro, mentre le terzine introducono una mobilità più accentuata, con enjambement e, soprattutto, accapo che aprono il verso e ne prolungano la cadenza.
Classica quindi è la forma, del tutto contemporaneo, tuttavia, il gioco che in tali binari il poeta sa mettere in piedi.
In Per un attimo il destino, ad esempio, la struttura accompagna la sospensione dell’immagine: «si ferma per un attimo il destino»².
Il verso, collocato in chiusura di quartina, crea un punto di arresto che la terzina successiva dilata con un gesto di abbandono: «Con grazia, dolcemente, m’abbandono / felice a questo attimo sospeso»³.
La musicalità complessiva, come si può facilmente constatare, nasce da una tessitura fonica che insiste su nuclei sonori ricorrenti — vento / lento, mare / amare, fiore / dolore — creando un andamento riconoscibile, quasi una firma interna alla raccolta, a volte con una lievissima caduta nella originalità della rima, del tutto compensata dal ritmo generale.
Il lessico è spesso dominato da elementi naturali: luce, vento, mare, luna, fiori, stagioni. Non sono questi semplici decorazioni (e nemmeno elementi usati in chiave spiccatamente simbolica) ma vettori emotivi che modulano la voce.
La primavera, ad esempio, al limite quasi di una personificazione dell’elemento sia naturale che temporale, crea attesa e sollievo, come in «Arriverai tra qualche settimana, / e infine sanerai la mia ferita»⁴, mentre l’estate si articola in una serie di quadri che ne esplorano le variazioni: mattino, meriggio, pomeriggio, sera, notte.
Ogni momento dunque ha un proprio ritmo interno, una propria temperatura emotiva, una propria densità lessicale.
Il ricorso frequente, poi, a termini come azzurro, chiaro, splendente, rosa, luminoso costruisce una poetica della luce che attraversa l’intero libro, anche quando il tema è la malinconia.
La luce non scompare: si attenua, si sfuma, diventa un bagliore trattenuto.
Il dolore, inoltre, è uno dei nuclei tematici più forti della raccolta, ma non si impone come peso opprimente.
È un movimento interno, una vibrazione che accompagna la voce poetica e la rende più sensibile. In Io re della tristezza, il poeta afferma: «Ricolmo di candore e di vaghezza / d’essere amato e di voler amare»⁵.
La malinconia non chiude, ma apre: diventa un modo per percepire il mondo con maggiore intensità. In alcuni passaggi, il dolore assume la forma di un disorientamento, come in «ho perduto l’oriente e l’orizzonte»⁶, immagine che suggerisce una perdita di coordinate che la poesia tenta di ricomporre attraverso la forma, il ritmo, la ripetizione di immagini luminose.
Molti testi della raccolta sono autoritratti, espliciti o impliciti.
Il poeta si osserva con attenzione, talvolta con tenerezza, talvolta con una lieve ironia. In Autoritratto, la definizione è precisa e misurata: «sensibile di cuore e d’intelletto»⁷. L’io non si irrigidisce in una figura unica: si mostra attraverso oscillazioni, sfumature, piccoli scarti emotivi.
Questa pratica di auto-rappresentazione non cerca un’immagine definitiva: è un modo per esplorare la propria interiorità attraverso la forma metrica, come se il sonetto fosse uno specchio che restituisce sempre una versione diversa del volto.
All’interno di questa compattezza formale, si avverte talvolta una lieve uniformità ritmica, soprattutto nei testi che seguono più da vicino la struttura canonica senza introdurre variazioni sintattiche o modulazioni più audaci. Si tratta di sfumature che emergono proprio perché l’impianto complessivo è molto solido: piccole zone di ombra che non intaccano la coerenza dell’opera, ma anzi ne evidenziano la scelta deliberata di un registro costante, meditativo, sorvegliato.
Nel suo insieme, Sono il poeta costruisce una poetica della luce inquieta, dove la forma chiusa diventa un luogo di ascolto e di risonanza. La voce di Alvino attraversa la quiete e il turbamento, la luminosità e la malinconia, componendo un percorso che non cerca soluzioni ma forme di presenza.
La poesia diventa un modo per abitare l’incertezza, per trasformare la fragilità in un gesto di apertura, per restituire al lettore un’esperienza di risonanza più che di spiegazione. Il libro si chiude così come si apre: con una voce che si definisce attraverso immagini che si espandono, che cercano un contatto, che offrono una possibilità di ascolto.
Tre poesie in estratto integrale con analisi
1. Per un attimo il destino (p. 16)

Mi gusto la sorpresa del mattino / siedo in un bar – il giorno già fiorisce – / e nella primavera che gioisce / sorseggio lentamente un cappuccino. / Per strada passa lento un motorino / (pian piano l’ansia mia s’affievolisce), / su un albero c’è un fiore che appassisce, / si ferma per un attimo il destino. / Con grazia, dolcemente, m’abbandono / felice a questo attimo sospeso, / mi tocco il viso lieto con un dito. / Accetto la mattina come un dono, / e mentre – grato – io mi sento arreso, / mi alzo: il cappuccino è già finito.
Analisi breve
Il sonetto trasforma un gesto quotidiano in un micro‑evento percettivo. Il ritmo regolare sostiene la sospensione del tempo, mentre il lessico semplice si apre a una dimensione contemplativa. La chiusura, con il ritorno al cappuccino finito, è un piccolo colpo di realtà che illumina l’intero testo.

2. Io re della tristezza (p. 21)

Nato di notte, al buio più profondo / – la vita è solo un fatto di fortuna –, / io sono il figlio stolto della luna / e i versi miei fanno più cupo il mondo. / Poeta senza patria e vagabondo, / la mia poesia è funesta e inopportuna, / a tutti gli altri nulla mi accomuna, / io così triste, tetro e gemebondo. / Eppure sono pieno di dolcezza, / adoro il cielo azzurro e il bianco mare / e mi commuovo quando guardo un fiore. / Ricolmo di candore e di vaghezza / d’essere amato e di voler amare, / io re della tristezza e del dolore.
Analisi breve
Il sonetto costruisce un autoritratto che unisce ombra e luminosità senza contrapporle. Il ritmo è saldo, quasi cerimoniale, e il lessico alterna termini cupi e immagini chiare, creando una vibrazione interna che sostiene l’intero testo.

3. Alla primavera (p. 14)

T’aspetto sempre, pur se sei lontana, / perché tu sola allieti la mia vita, / mi piaci se, febbrile ed imbizzita, / soffi il tuo vento caldo, o mia sovrana. / Arriverai tra qualche settimana, / e infine sanerai la mia ferita. / Come ogni volta sembrerai infinita, / perché sei bella, ma anche ciarlatana. / Però mi basterà la tua presenza / – anche se durerà per pochi mesi – / per far la mia esistenza più leggera. / La scambierò per accondiscendenza, / giacché i pensieri tuoi non son palesi. / Ti prego, vieni presto, o primavera.
Analisi breve
La primavera è figura emotiva prima che stagione: il ritmo regolare sostiene un’attesa che si fa quasi rituale. Il lessico alterna dolcezza e lieve ironia, e la voce si muove con naturalezza tra invocazione e confidenza, creando un equilibrio che dà al sonetto una luminosità particolare.

Nel suo insieme, Sono il poeta si offre come un libro che custodisce una tensione costante tra misura e vibrazione, tra disciplina formale e moto interiore. La scelta del sonetto, mantenuta con coerenza quasi rituale, non irrigidisce la voce: la sostiene, la incanala, le permette di espandersi senza disperdersi. La luce, che attraversa l’intera raccolta in forme sempre diverse, diventa il vero principio unificante: una luce che consola, che ferisce, che rivela, che a volte si ritrae, ma che non smette mai di interrogare il mondo e chi lo abita.
La poesia di Alvino nasce da un dialogo continuo con la propria interiorità, ma non si chiude in essa: tende verso l’esterno, verso ciò che muta, verso ciò che sfugge. È una poesia che osserva, che ascolta, che registra i minimi movimenti dell’animo e della natura, trasformandoli in ritmo, in immagine, in respiro. Anche le lievi zone d’ombra — qualche uniformità ritmica, qualche insistenza tematica — contribuiscono a delineare un profilo riconoscibile, una voce che non teme la propria fragilità e che anzi la assume come parte integrante del proprio gesto poetico.

Sono il poeta è dunque un libro che non cerca soluzioni definitive, ma forme di presenza: un modo per abitare il tempo, per attraversare la malinconia, per riconoscere la bellezza anche quando si presenta in forme minime, quotidiane, quasi impercettibili. È un’opera che invita alla lentezza, all’ascolto, alla sospensione; un libro che chiede di essere letto come si guarda una luce che cambia, un cielo che si apre, un mattino che ritorna. In questa capacità di trasformare l’esperienza in un movimento di attenzione e di cura risiede la sua forza più autentica.

Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati


NOTE

  1. «Sono il cielo quando è blu cobalto, / il giubilo che non hai mai avuto», da Sono il poeta, p. 13.
  2. «si ferma per un attimo il destino», da Per un attimo il destino, p. 16.
  3. «Con grazia, dolcemente, m’abbandono / felice a questo attimo sospeso», ibidem.
  4. «Arriverai tra qualche settimana, / e infine sanerai la mia ferita», da Alla primavera, p. 14.
  5. «Ricolmo di candore e di vaghezza / d’essere amato e di voler amare», da Io re della tristezza, p. 21.
  6. «ho perduto l’oriente e l’orizzonte», da Nelle segrete, p. 36.
  7. «sensibile di cuore e d’intelletto», da Autoritratto, p. 35.
NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE

Luca Alvino è nato a Roma nel 1970.
Ha pubblicato Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter (Castelvecchi, 2018) e Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d'Annunzio (Bulzoni, 1998).
Si interessa di letteratura contemporanea e di poesia. Collabora con il blog minima&moralia.
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