(Redazione) - Metricamente (Prontuario di sopravvivenza metrica) - 05 - Sulla Canzone e dintorni
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| Di Ester Guglielmino |
Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir’ mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior’ che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
date udïenza insieme
a le dolenti mie parole extreme.
S’egli è pur mio destino
e ’l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
et torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
ché lo spirito lasso
non poria mai in piú riposato porto
né in piú tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et l’ossa.
Tempo verrà anchor forse
ch’a l’usato soggiorno
torni la fera bella et mansüeta,
et là ’v’ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disïosa et lieta,
cercandomi; et, o pietà!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa che sospiri
sí dolcemente che mercé m’impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da’ be’ rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior’ sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito et perle
eran quel dí a vederle;
qual si posava in terra, et qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: Qui regna Amore.
Quante volte diss’io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Cosí carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, et sí diviso
da l’imagine vera,
ch’i’ dicea sospirando:
Qui come venn’io, o quando?;
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in qua mi piace
questa herba sí, ch’altrove non ò pace.
Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia,
poresti arditamente
uscir del boscho, et gir in fra la gente.
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir’ mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior’ che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
date udïenza insieme
a le dolenti mie parole extreme.
S’egli è pur mio destino
e ’l cielo in ciò s’adopra,
ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
et torni l’alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
ché lo spirito lasso
non poria mai in piú riposato porto
né in piú tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et l’ossa.
Tempo verrà anchor forse
ch’a l’usato soggiorno
torni la fera bella et mansüeta,
et là ’v’ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disïosa et lieta,
cercandomi; et, o pietà!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l’inspiri
in guisa che sospiri
sí dolcemente che mercé m’impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da’ be’ rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior’ sovra ’l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta già de l’amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch’oro forbito et perle
eran quel dí a vederle;
qual si posava in terra, et qual su l’onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: Qui regna Amore.
Quante volte diss’io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Cosí carco d’oblio
il divin portamento
e ’l volto e le parole e ’l dolce riso
m’aveano, et sí diviso
da l’imagine vera,
ch’i’ dicea sospirando:
Qui come venn’io, o quando?;
credendo esser in ciel, non là dov’era.
Da indi in qua mi piace
questa herba sí, ch’altrove non ò pace.
Se tu avessi ornamenti quant’ài voglia,
poresti arditamente
uscir del boscho, et gir in fra la gente.
[Francesco Petrarca, Canzoniere, CXXVI]
Non la sentite ancora oggi quest’acqua leggera che scroscia sulla durezza cristallina della roccia? Ne potete seguire il rimbalzo dolce, quando fresca riprende spedita la sua corsa; potete contemplare rasserenati la sua sosta tra le anse terse di un ricordo che la vacuità del presente non smemora.
Locus
amoenus
l’aveva chiamato nelle sue Bucoliche
Virgilio ed era luogo dell’anima più che della terra nostra,
profondità insondabile che custodisce eterno tutto ciò che la
caducità umana trasforma in labile. Luogo di pace che consola e che
ristora dalle ferite della vita, oasi protetta dal vento e dalla noia
del morire. Qui la Laura di Petrarca vive, vive come donna e come
desiderio intrinseco e immortale di tutto ciò che rende il vivere
degno di sottrarsi all’oltraggio del banale. Qui alberga la poesia
come dimensione della cura e del ristoro, la poesia che corregge
nella limpidezza della forma le storture della vita, la poesia che
dona all’intelletto umano il potere del controllo cui l’uomo
anela in ogni congiuntura. Ed è proprio questo che qui avviene: un
tumulto di pensieri, di ricordi, di parole s’acquieta nel rigore
della forma, conquista la misura tramite il ricorso alla nitidezza
rimica della struttura. D’altronde, se vi dicessero canzone,
avreste dubbi nell’individuare in Chiare
fresche dolci acque
il modello d’eccezione di tale forma metrica?
Compagine
strofica tra le più rappresentative della tradizione poetica
romanza, amata e scelta per la versatilità ritmica ed espressiva, la
canzone
deve il suo nome [dal lat. cantio -ōnis,
der. di canĕre «cantare»]
al rapporto originario, strettissimo, col canto. I trovatori
provenzali, che ne furono i primi cultori, erano generalmente avvezzi
a intrecciare contestualmente musica e parole, abitudine che però
andò perdendosi nella cultura letteraria italiana, prima con la
Scuola Siciliana, poi con gli Stilnovisti e Dante, che fu il primo a
codificarne le regole nel De
vulgari eloquentia.
Potendo quindi contare su una lunghissima tradizione, la canzone ha
nel tempo trovato espressione in tre varietà principali: la canzone
antica o petrarchesca,
la canzone
pindarica
e la canzone
libera o leopardiana.
La
prima, che fissa il canone metrico del genere, possiede notevoli
somiglianze con la ballata (per la quale si rimanda a
questo articolo),
rispetto alla quale però manca del caratteristico ritornello. La
canzone
antica
consta di un numero variabile di stanze, che sono uguali tra loro per
numero di versi e disposizione. Ad esempio, la nostra Chiare
fresche dolci acque
è composta da cinque strofe di tredici versi ciascuna. I versi più
utilizzati sono senz’altro gli endecasillabi, da soli o, come nel
nostro esempio, alternati a settenari; tuttavia, la tradizione
annovera anche canzoni con quinari e addirittura trisillabi. Lo
schema rimico si ripete simmetrico in ogni stanza, ma non è
vincolato all’uso delle stesse rime, qui ad esempio è: abCabC
(fronte) e cdeeDfF
(sirma); congedo XyY.
La
stanza, quindi, rappresenta una sorta di cellula costitutiva del
componimento, che si ripete in numero variabile ma con le medesime
caratteristiche. In particolare, nella canzone antica, la stanza si
suddivide in due parti: la fronte
(qui ad es. vv.1-6), formata quasi sempre da due piedi
(vv. 1-3, vv. 3-6) e la sirma
(vv. 8-13) che può essere unitaria (come succede nelle canzoni
petrarchesche) o suddivisa in due volte.
Tra fronte e sirma può talora trovarsi un verso chiamato diesi
(v. 7) che rima con l’ultimo della fronte, mentre a conclusione
della sirma si può trovare (specie in Petrarca) un distico a rima
baciata (vv. 12-13, insieme-extreme).
La successione delle strofe viene poi perfezionata dalla presenza di
un commiato
o congedo,
che metricamente può essere uguale a un’intera stanza o più
spesso alla sirma o alla sua ultima parte.
Questo
lo schema base, in gran parte rispettato dalla celebre poesia sopra
riportata, a cui possono aggiungersi degli ‘abbellimenti’ di
tradizione provenzale. I più ricorrenti e degni di nota sono:
- la presenza di un verso chiave ossia un verso di coda della prima stanza che resta senza rima ma la cui rima si ripete alla fine di ogni stanza;
- la presenza delle coblas capfinidas in cui si collega la stanza precedente con la successiva tramite la ripetizione della stessa parola o concetto;
- la presenza delle coblas unissonans in cui la stanza ha rime sciolte che vengono riprese in ordine nelle stanze successive;
- la presenza delle coblas capcaudadas che ripetono la rima finale della stanza precedente in quella iniziale della stanza successiva;
- la presenza della medesima parola all’inizio di tutte le stanze.
- la canzone sestina o sestina lirica - introdotta dal provenzale Arnould Daniel - che risulta composta da sei stanze di sei versi ciascuna in cui ricorrono sempre le stesse parole-rima, secondo un complesso schema di retrogradazione a croce rispetto alla stanza precedente, e che presenta una tornata finale di tre versi in cui le sei parole-rima vengono riprese due per verso;
- la sestina doppia che ne è una variante di dodici stanze anziché sei;
- la canzone terzina che ha tre stanze e un solo verso conclusivo che riprende tutte tre le parole rima;
- la canzone ciclica o a rime cicliche che è invece costituita da cinque stanze, ognuna composta da dodici endecasillabi, più un congedo di sei endecasillabi. Qui le parole rima sono in tutto cinque e ritornano distribuite nelle cinque stanze, secondo un sistema complesso di ricorrenze. Il congedo, che è di cinque versi, riporta le cinque parole in successione prevedendo un distico al centro (AEDDCB).
A voi men vegno al fine, a voi men vegno,
Amatissimo giorno,
Care rive dell’Arno, a voi men vegno;
E d’edera Dircea le tempie adorno.
Lieto, qual nuovo sposo,
Impenno giocondissime parole;
E con Dedaleo piè tesso carole
Sotto alloro frondoso.
Antistrofe.
E perchè non cantar? sorge tra rose
La ben fregiata Aurora,
Che d’ambrosia del Ciel son rugiadose;
E ricco di più raggi onde s’indora
La region celeste,
Febo lucente la stagion rimena,
Sicchè Firenze mia torna serena
Fuor di nubi funeste.
La ben fregiata Aurora,
Che d’ambrosia del Ciel son rugiadose;
E ricco di più raggi onde s’indora
La region celeste,
Febo lucente la stagion rimena,
Sicchè Firenze mia torna serena
Fuor di nubi funeste.
Epodo.
Talor su nostre colpe il gran Tonante
Dal ciel fulmine vibra,
E di giusto furor turba il sembiante,
E mostra chiaramente al popol rio,
Chi dell’altrui fallir non prende obblio.
Talor su nostre colpe il gran Tonante
Dal ciel fulmine vibra,
E di giusto furor turba il sembiante,
E mostra chiaramente al popol rio,
Chi dell’altrui fallir non prende obblio.
[Gabriello Chiabrera, Al Serenissimo Gran Duca di Toscana Ferdinando II. Per Firenze disappestata da Canzoni eroiche 25.]
Fortuna
ben più larga e duratura era invece destinata ad avere la canzone
libera
o leopardiana,
in verità sperimentata da Alessandro Guidi già a partire dal
Seicento ma giunta a maturità solo con Giacomo Leopardi, da cui
deriva il nome. Che il grande poeta recanatese rappresenti un
significativo punto di rottura con la tradizione poetica precedente è
cosa nota, ma vale la pena sottolineare quanto questo avvenga in
maniera importante tanto nei contenuti quanto nella forma. Leopardi
destruttura lo schema fisso della canzone: inizia con l’inserire
versi sciolti all’interno delle strofe e giunge fino a una piena
libertà della struttura strofica in
toto;
scardina l’ordine fisso delle rime e arriva ad annullarle del tutto
a favore di assonanze e consonanze. Questo processo, a cui deve tanto
la libertà della tradizione poetica contemporanea, trova i suoi più
alti esempi nei Grandi
Idilli
o Canti
pisano-recanatesi,
tra i quali va inserita la celebre A
Silvia:
Silvia, rimembri ancoraQuel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno. […]
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno. […]
In
tempi ben più recenti potremmo chiederci quanto della Silvia
leopardiana fosse destinata a restare, pur come eco lontana, nella
Canzone
per Silvia
di Guccini. Ben poco direte voi e non posso che condividere la
considerazione, eppure è indubbio che la vitalità dello schema
metrico della canzone sia stata perpetrata nel ventesimo secolo dalla
più nobile tradizione della canzone italiana d’autore. Scindendo
per un attimo le parole dalla musica:
Il cielo dell'America son mille cieli sopra a un continenteIl cielo della Florida è uno straccio che è bagnato di celeste
Ma il cielo là in prigione non è cielo, è un qualche cosa che riveste
Il giorno e il giorno dopo e un altro ancora sempre dello stesso niente
E fuori c'è una strada all'infinito, lunga come la speranza
E attorno c'è un villaggio sfilacciato, motel, chiese, case, aiuole
Paludi dove un tempo ormai lontano dominava il Seminole
Ma attorno alla prigione c'è un deserto dove spesso il vento danza
Son tanti gli anni fatti e tanti in più che sono ancora da passare
In giorni e giorni e giorni che fan mesi che fan anni ed anni amari
A Silvia là in prigione cosa resta? Non le resta che guardare
L'America negli occhi, sorridendo coi suoi limpidi occhi chiari
Già, l'America è grandiosa ed è potente, tutto e niente, il bene e il male
Città coi grattacieli e con gli slum e nostalgia di un grande ieri
Tecnologia avanzata e all'orizzonte l'orizzonte dei pionieri
Ma a volte l'orizzonte ha solamente una prigione federale. […]
E attorno c'è un villaggio sfilacciato, motel, chiese, case, aiuole
Paludi dove un tempo ormai lontano dominava il Seminole
Ma attorno alla prigione c'è un deserto dove spesso il vento danza
Son tanti gli anni fatti e tanti in più che sono ancora da passare
In giorni e giorni e giorni che fan mesi che fan anni ed anni amari
A Silvia là in prigione cosa resta? Non le resta che guardare
L'America negli occhi, sorridendo coi suoi limpidi occhi chiari
Già, l'America è grandiosa ed è potente, tutto e niente, il bene e il male
Città coi grattacieli e con gli slum e nostalgia di un grande ieri
Tecnologia avanzata e all'orizzonte l'orizzonte dei pionieri
Ma a volte l'orizzonte ha solamente una prigione federale. […]
e
riportando il testo di Guccini a uno schema metrico di riferimento,
si resta senz’altro colpiti dal constatare come ai versi lunghi,
tendenti all’ipermetro e per questo associabili all’evoluzione
della canzone libera, continui ancora a legarsi una struttura
strofica tradizionale riconducibile alla canzone antica con quartine
talora a rime incrociate (ABBA), talora a rime alternate (ABAB).
Come
dire che in metrica come in poesia nulla va mai veramente perduto ma
tutto si rigenera in un circolo di bellezza continuo.
Riferimenti
bibliografici
- Guido Baldi-Silvia Giusso-Mario Razetti-Giuseppe Zaccaria, La letteratura, vol. 4, L’età napoleonica e il Romanticismo, Milano, Paravia, 2016.
- Gabriello Chiabrera, Al Serenissimo Gran Duca di Toscana Ferdinando II. Per Firenze disappestata da Canzoni eroiche 25. In Fulvio Testi, Biblioteca enciclopedica italiana, vol. XXIV, Opere di Gabriello Chiabrera. Milano, Nicolò Bettoni e Comp., 1834. Fonte: OPAL Libri Antichi - parte 1, parte 2, parte 3, parte 4.
- Francesco Guccini, Canzoni, con introduzione e commento di Gabriella Finocchio, Bompiani, Firenze, 2018.
- Francesco Petrarca, Canzoniere, CXXVI, testo critico e introduzione di Gianfranco Contini, annotazioni di Daniele Ponchiroli, Torino, Giulio Einaudi editore, 1964 («Nuova Universale Einaudi», 41)
- Mario Ramous, La Metrica, Garzanti, Milano, 1991.

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