"Gennaro Pessini: La voce ritrovata di un poeta di confine" - di Raffaele Floris

 
Raffaele Floris

Una meritoria iniziativa del Lions Club Castelnuovo Scrivia "Matteo Bandello" e di puntoacapo Editrice ha raccolto in un unico volume Tutte le poesie edite di Gennaro Pessini, con prefazione di Angelo Lumelli. Si tratta di un'operazione lodevole perché Pessini è scomparso da tempo; questa pubblicazione gli restituisce voce ora che non può più promuovere la propria opera. È una scelta coraggiosa per una casa editrice, dato il rischio che tale voce si perda in un mercato editoriale ipertrofico e al tempo stesso asfittico. Anche se il richiamo al "mercato" può apparire prosaico (l’ambiente che ruota intorno alla poesia ama – in fondo – la sua “bolla”, la sua sacralità di cartapesta), ricordiamo che non si vive di sola ambrosia, ma anche del pane quotidiano delle vendite.

Le origini e la tragedia familiare
Gennaro Pessini nasce a Castelnuovo Scrivia il 26 marzo 1941. Gli viene dato lo stesso nome del fratello, morto tragicamente a soli tredici mesi nel 1939. Questa vicenda segnerà profondamente la sua vita, tanto da essere ricordata in una poesia dove accenna all’"angolo verde" del cimitero di Castelnuovo e alla piccola lapide che reca il suo stesso nome. Cresciuto in un ambiente vivace, Gennaro è descritto come cordiale e brillante. Suo padre gestiva lo Chalet Colomba, storico punto di ritrovo estivo e meta dei grandi cantanti dell'epoca. Pessini inizia a scrivere poesie e racconti a sedici anni, riempiendo in breve tempo decine di quaderni e agende.

L'incontro con la grande letteratura
La svolta avviene nel 1963 durante il servizio militare. Trasferito in Friuli, tra Udine e Osoppo, Pessini esce dall'apatia provinciale grazie all'incontro con importanti intellettuali. Ad Osoppo conosce Piero Vecchiutti, poeta, giornalista e animatore culturale. Grazie a Vecchiutti, Pessini entra in contatto con Pier Paolo Pasolini e altri scrittori friulani. Questo profondo legame intellettuale si interrompe tragicamente con il terremoto del 1976: Pessini scoprirà con sgomento che l'amico Vecchiutti è rimasto sepolto sotto il crollo della propria casa.

L'attività letteraria e politica

Tra la fine degli anni '60 e i '70, la carriera di Pessini è in piena ascesa:
  • Riconoscimenti: vince il premio "Poesia David" nel 1966 e viene premiato a Marina di Carrara nel 1967.
  • Pubblicazioni in vita: le sue liriche appaiono su prestigiose riviste come Osoppo 66, Ausonia, Segnacolo e La Fiera Letteraria.
  • Le raccolte: nel 1980 pubblica la raccolta Sugli argini solenni, presentata da Franco Scataglini. Nel 1987 esce Opera su carta, presentata ad Alessandria e a Milano da Angelo Lumelli e Michelangelo Coviello.
  • Giornalismo: collabora con testate locali con inchieste, racconti e recensioni teatrali e cinematografiche, distinguendosi per un finissimo senso dell'ironia.
Dopo la laurea in Lingue alla Bocconi, intraprende l'attività politica nelle file della Democrazia Cristiana, fondando il giornale La Voce Castelnovese. Si posiziona nella sinistra del partito, arrivando a sostenere dall'esterno la giunta del sindaco comunista Mussio nel 1974. Nel 1980 pubblica la raccolta Sugli argini solenni, presentata da Franco Scataglini.

L'epilogo
Nonostante l'impegno civile e culturale — culminato nella creazione del quindicinale Il Gazzettino — la vita di Pessini si interrompe bruscamente nel 1989, quando decide di togliersi la vita a meno di cinquant'anni. Ripercorrere queste note biografiche (che volutamente non abbiamo ridotto) è essenziale: per comprendere l'"opera nuda", occorre conoscere l'"autore vestito", come in altra occasione ha affermato Gianni Priano.
Nel 1990 esce, per i Quaderni della Biblioteca P. A. Soldini, Gente di Castelnuovo – Gennaro Pessini, con interessanti contributi e diverse poesie inedite. In quell’occasione Marco Grassano osservò: «[...] in un’epoca e in un’area geografica in cui quasi tutti si sentono poeti per aver combinato sulla pagina un certo numero di elementi autobiografici, egli ha saputo mantenersi fedele alla difficile arte di elaborare il linguaggio al di là del semplice sfogo intimistico o della velleità rimaiola. Pessini ha fatto della poesia una comunicazione che, attraverso la parola, attraverso il lavorio e l’interrelazione dei tre tipi di parola già individuati da Pitagora (la parola semplice che esprime, la parola geroglifica che nasconde e la parola simbolica che suggerisce), arrivi a trasmettere qualcosa al di sopra delle parole (super verba)».

Tutte le poesie edite (puntoacapo 2019) si apre invece con un’illuminante prefazione di Angelo Lumelli, che non è possibile riassumere in poche righe ma che invitiamo a leggere. «Le poesie di Gennaro, a volte, sono un mistero, un enigma, un rebus; stare presenti al testo è, molto spesso, come per i nostri vecchi sentire la messa in latino: la comprensione scendeva come un balsamo dentro di loro piuttosto che uscire come un vano chicchirichì». Quando è Angelo Lumelli a spiegarcele, le cose diventano subito più chiare.

Leggiamo dunque alcune poesie di Gennaro Pessini. Sono versi pudichi e solenni. Non indugiano al lirismo d’accatto. Ci prendono per mano, lasciandoci muti.

(Raffaele Floris)

Galaverna

Sui graspi saccheggiati dalle vespe
posa la galaverna. I tralci annosi
saranno spenti a sera. Tempo a sciami
anche saccheggerà l’inerte luce
di questa luna, zafferano e fosforo,
e l’ombra dove vagola un odore
di sangue, d’esistenza e di soffritto.

Autunno

Tu, l’estrema sapienza del pianto,
l’esaltata finzione, il miele
di cui scoppia il cachi
sopra il ramo altissimo,
o metafora errante nel cervello
come una scoria, un antico vagito.

*

Il mio paese, bigia meteora, s’intasa
di nebbia e ci vogliono primavere robuste
a sturarlo, a ridare spazio e frenesia
ai papaveri. Ma l’ortica si carica di veleni,
i cani strappano la catena, s’inargentano
gli olmi di lucori malsani. La nebbia
al mio paese è questa greve cortina
dove sbatti il muso, questa gelatina
lieve in cui penetra in cerca d’un beato
inferno il landò del Principe Centurione.

*

Tu conosci i gironi che discende l’uomo
senza età, senza nome, come quando dicendo
“è l’ora del lavoro” i padri fendevano il mattino
con profili possenti e il fracasso dei carri
donava umana consistenza ai muri
maculati da salnitro e lebbra.
La tua indifferenza al mondo è come
quella più arcana religione. I padri scomparvero
in fradici autunni e all’uomo senza storia
che discende i gironi nemmeno infernali
quell’assenza non pesa, non dolgono
che le giunture per antica maledizione.
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