(Redazione) - A proposito della raccolta di Silvia Rosa "L’ombra dell’infanzia" (Italic peQuod, 2025) - nota di lettura di Sergio Daniele Donati
L’opera si distingue per la coerenza del suo impianto stilistico; Silvia Rosa lavora su un verso libero che non rinuncia alla musicalità interna; assonanze, consonanze, riprese foniche e un uso calibrato dell’enjambement costruiscono una trama sonora riconoscibile; la punteggiatura è ridotta, spesso assente, e questo permette al discorso poetico di scorrere come un flusso che non si interrompe, ma si incrina, si piega, si addensa; il lessico è corporeo, materico, ruvido, una scelta che non cerca l’effetto, ma la precisione. La fiaba, evocata e rovesciata, è un codice alternativo, un linguaggio che permette di dire ciò che la lingua ordinaria non può contenere; l’intero libro è attraversato da una tensione tra luce e oscurità, tra visione e corpo, tra immaginario e ferita; le immagini luminose — supernove, bagliori, luccichii — non hanno nulla di salvifico, sono esplosioni, accecamenti, fenomeni che rivelano e feriscono; la luce, in questa opera, è una forma di violenza tanto quanto l’ombra.
ALCUNI SPUNTI TRATTI DAL TESTO (a voi trovarli, a mo' di gioco...)
I
“Un’ape allucinata che sbatte contro i vetri, febbre che arrossa le guance…”
È l’incipit di una poesia e introduce immediatamente la postura dell’opera; il corpo infantile è già un campo di battaglia, un luogo in cui la percezione si incrina e la lingua registra la ferita; la metamorfosi rovesciata — “lo strappo delle ali che buca la schiena” — apre una fenditura che non si ricompone; la sintassi si allunga e si contrae, imitando un movimento interno, una tensione tra il dire e il trattenere; la voce poetica cerca una forma che regga l’urto dell’esperienza.
II
Altrove tuttavia un verso apre un vero e proprio varco nella mente del lettore: “una capriola della sorte, il supremo sbaglio, lo squarcio che lacera la velina dell’infanzia”.
La fiaba viene smontata dall’interno; la fotografia anni Settanta è un varco che si incrina subito, un’immagine che contiene già la sua ombra; la figura dell’Orco, del Mostro, del padre posticcio, diventa un dispositivo linguistico che permette di nominare l’innominabile; la fiaba si trasforma in un codice di sopravvivenza, un modo per attraversare la violenza; il ritmo alterna accelerazioni improvvise e rallentamenti meditativi, come se la voce oscillasse tra la necessità di raccontare e la difficoltà di farlo.
III
E che dire di “padri di cioccolata caduti nella cenere dei camini”.
La poesia in cui questi versi si trovano lavora sulla moltiplicazione delle figure paterne, sulla loro inconsistenza, sulla loro capacità di generare ombre più che presenze; la lingua procede per immagini che si addensano e si disfano, come se la memoria stessa fosse un materiale instabile; la bambina cerca un padre possibile e incontra simulacri, maschere, presagi; la tensione tra desiderio e disinganno attraversa ogni verso.
IV
Un brivido: “Estranea al mondo, monade accucciata a latere”.
La voce poetica si concentra sulla percezione di sé come corpo separato, come entità che non può rivelarsi; la bambina è una figura liminare, sospesa tra visibilità e cancellazione; il corpo diventa un territorio da nascondere, da sabotare, da rendere inospitale; la lingua registra questa strategia di sopravvivenza con una precisione quasi clinica.
V
E un altro, forse ancora più grande: “il dio dei bambini rotti non ti ascolta”.
La poesia introduce una dimensione mitica e perturbante; il dio è un’entità che non salva, che non consola, che non risponde; la bambina si muove in un paesaggio simbolico in cui ogni figura adulta è ambigua, minacciosa, doppia; la lingua si fa più visionaria, più incandescente, come se cercasse un varco nel buio.
VI
E ora un monito salmodiante: “Impara a contare da zero all’infinito”.
Il decalogo è un dispositivo di autodifesa; la bambina costruisce rituali, strategie, sdoppiamenti, armature; la lingua assume la forma di un manuale di resistenza, ma resta attraversata da una fragilità che non si lascia addomesticare; ogni punto del decalogo è un tentativo di sopravvivere all’indicibile.
VII
E uno più evangelico: “Sorelle mie, abbiate pazienza, non possono comprenderci”.
Il libro si chiude con una coralità che non salva, ma riconosce; la voce si allarga, accoglie altre voci, altre storie, altre ombre; la supernova che attraversa la radura non illumina, acceca; la poesia non offre un lieto fine, ma una consapevolezza: la sopravvivenza è un lavoro continuo, un gesto che si rinnova, un attraversamento che non si esaurisce.
Perchè questo folle elenco di versi tratti dall'Opera e gli ancor più folli commenti?
Perchè ogni lavoro di incisione, di alta gioielleria, se fatta ad arte, sa quando la pietra, la gemma che tratta ha da essere nell'ensemble di una parure o un solitario, e Silvia Rosa con questi guizzi incisivi ci mostra tutta l'abilità di una poesia orafa che sa trattare anche le incandescenze dei temi sottesi rendendoli appunto preziosi.
Nel dialogo con la tradizione, L’ombra dell’infanzia trova risonanze profonde. La tensione tra fiaba e trauma richiama Anne Sexton, soprattutto la Anne Sexton di Transformations, dove la fiaba viene scorticata fino a rivelare la sua struttura di potere; anche in Silvia Rosa la fiaba non è un rifugio, ma un dispositivo che espone, che incrina, che mette a nudo. Sul versante opposto, la precisione visionaria della lingua di Silvia Rosa dialoga con Cristina Campo; non per affinità tematica, ma per la capacità di tenere insieme nitore e vertigine, esattezza e tremore; in Cristina Campo la parola è un cristallo, in Silvia Rosa una scheggia luminosa, ma in entrambe la lingua è un luogo di rigore, un territorio in cui la ferita non viene spettacolarizzata, bensì attraversata con una disciplina quasi rituale.
A queste due ascendenze si affianca, forse in controluce, la presenza di Paul Celan, soprattutto il Paul Celan delle poesie più tarde, dove la lingua si fa pietra, respiro, fenditura.
Come in Silvia Rosa, anche in Paul Celan il trauma non è un tema, ma una forma; la parola non consola, ma incide; non ricompone, ma testimonia.
Questa triade — Anne Sexton, Cristina Campo, Paul Celan — non schiaccia la voce di Silvia Rosa, anzi ne evidenzia la singolarità: L'ombra dell’infanzia si colloca in una linea poetica che affronta il trauma come materia da reinventare, non da illustrare.
L’ombra dell’infanzia, in conclusione, è un’opera che non concede tregua; la sua forza risiede nella capacità di trasformare la ferita in linguaggio, la vulnerabilità in struttura, la memoria in forma; Silvia Rosa costruisce un attraversamento lucido, rigoroso, necessario; la poesia diventa un luogo in cui la complessità dell’esperienza non viene ridotta, ma accolta, sostenuta, resa dicibile; il libro si impone per la sua coerenza interna, per la precisione delle immagini, per la capacità di tenere insieme corpo e visione, fiaba e trauma, etica e forma; è un’opera che interroga, che non si lascia addomesticare, che chiede al lettore una partecipazione attiva, un ascolto profondo, un’attenzione non distratta; un’opera che, pur nella sua durezza, mantiene viva la possibilità di una lingua che salva, una lingua che restituisce dignità all’esperienza.
In questo senso, L’ombra dell’infanzia è un libro necessario; un libro che non si limita a raccontare ciò che è accaduto, ma che mostra come la poesia possa diventare un luogo di resistenza, di consapevolezza, di trasformazione; un libro che resta, che continua a lavorare dentro chi lo legge, come una domanda che non si esaurisce.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
NOTE BIOBIBLIO GRAFICHE TRATTE DAL SITO DELLA CAsA EDITRICE
Silvia Rosa nasce a Torino, dove vive e lavora come docente. Ha esordito in poesia nel 2010 con il libro Di sole voci (LietoColle), a cui sono seguite le raccolte poetiche SoloMinuscolaScrittura e Genealogia imperfetta (La Vita Felice 2012 e 2014), Tempo di riserva (Ladolfi 2018) e Tutta la terra che ci resta (Vydia 2022). Ha curato i volumi antologici: Bestie. Femminile animale, di cui è anche coautrice, e Confine donna: poesie e storie di emigrazione (VAN Editrice 2023 e 2022); Maternità marina (Terra d’ulivi 2020), con sue immagini fotografiche; Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici (La Recherche 2017), per il quale si è occupata anche delle traduzioni in italiano. Ha scritto il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke 2013) e la raccolta di racconti Del suo essere un corpo (Montedit 2010). Le sue poesie sono state tradotte e pubblicate in diverse lingue, tra le altre: spagnolo nella silloge Tiempo de reserva (Ediciones en danza, Buenos Aires 2022), romeno nella plaquette Treceri (Editura Cosmopoli, Bucarest 2023) e inglese nell’antologia Look what I did about your silence (El Martillo Press, Los Angeles 2025).

RispondiEliminaGrazie Sergio, devo leggerla!