(Redazione) - A proposito della raccolta "Save as (ipotesi di archiviazione sensoriale)" di Claudio Dal Pozzo (Arcipelago Itaca, 2025) - nota di lettura di Sergio Daniele Donati
Ci sono libri che non si limitano a raccogliere testi, ma che funzionano come dispositivi: apri la prima pagina e hai la sensazione di entrare in un laboratorio, un luogo dove la percezione viene smontata, ricomposta, rinominata. "Save as (ipotesi di archiviazione sensoriale)" di Claudio Dal Pozzo (Arcipelago Itaca, 2025) appartiene senza dubbio a questa categoria. Non è una raccolta che procede per accumulo, ma per distillazione: ogni testo sembra il risultato di un processo di filtraggio, come se la lingua fosse stata costretta a passare attraverso una serie di setacci sensoriali fino a raggiungere una forma essenziale, quasi minerale. Il titolo, che richiama l’operazione informatica del “salva con nome”, non è un vezzo postmoderno: è la dichiarazione di un metodo. Dal Pozzo lavora come se ogni percezione fosse un file grezzo, un frammento di esperienza che deve essere archiviato, rinominato, reso disponibile a una memoria futura. Ma l’archiviazione, qui, non è mai neutra: è un atto emotivo, un gesto che tenta di trattenere ciò che per sua natura sfugge.
In questo senso "Save as (ipotesi di archiviazione sensoriale)" è un libro profondamente legato alla tradizione novecentesca, non tanto per stile, ma per postura: la consapevolezza che la realtà non è data, ma filtrata; che il corpo non è un tramite, ma un luogo di conoscenza.
È questo certamente un assunto della poesia del secolo scorso, specie della seconda metà, condizionata dalle allora imperanti idee filosofiche e teorie psicologiche sull'apprendimento corporeo.
La poesia di Claudio Dal Pozzo si muove dunque in una zona di confine tra analisi e risonanza.
La precisione del dettaglio sensoriale — un odore, una consistenza, una vibrazione — non è mai fine a se stessa: è il punto di partenza per un movimento più ampio, che riguarda la memoria, la relazione, il modo in cui il mondo si deposita dentro di noi.
C’è qualcosa, in questo, che richiama forse Andrea Zanzotto, non nella lingua (che in Dal Pozzo è più controllata, più lineare, al limite più scarnificata), ma nell’idea che ogni percezione sia un campo di forze, un luogo dove il soggetto si forma e si disfa in un moto non del tutto volontario.
Come in Zanzotto, il dato sensoriale non è mai quindi semplice fenomeno: è una soglia, un varco, un punto di crisi, ma anche di coscienza.
Allo stesso tempo, l'attenzione di Dal Pozzo anche alla fenomenologia del quotidiano — il modo in cui un gesto minimo può aprire una fenditura, una faglia nel tempo — dialoga con Vittorio Sereni, soprattutto quello degli Strumenti umani: la percezione come punto di contatto tra individuo e mondo, tra intimità e storia, tra gesto e destino.
E c’è, tuttavia, anche un’eco della poetica Philippe Jaccottet, nella capacità di trasformare la percezione in un atto di conoscenza, in un ascolto del mondo che non vuole possederlo ma lasciarlo essere, lasciarlo apparire. La sua poesia non cerca l’immagine folgorante, ma la trasparenza: una chiarezza che non è semplicità, ma attraversamento.
La struttura del libro, organizzata intorno ai sensi, potrebbe far pensare a un esercizio concettuale. In realtà, ciò che colpisce è la naturalezza con cui ogni sezione si apre e si richiude, come se il poeta non stesse applicando un metodo, ma seguendo una necessità interna. Il gusto, il tatto, l’olfatto, la vista, l’udito: non sono capitoli tematici, ma porte d’accesso. Ogni senso diventa un modo diverso di interrogare il mondo, di misurare la distanza tra ciò che accade e ciò che resta.
La lingua è tersa, precisa, mai compiaciuta. Non c’è nulla di superfluo, nulla che non sia stato meditato.
È una poesia che non vuole stupire, ma illuminare: non con un lampo, ma con una luce che si accende lentamente, come quando gli occhi si abituano al buio e cominciano a distinguere forme che prima non c’erano.
In questo equilibrio tra rigore e vibrazione emotiva sta la forza del libro. "Save as (ipotesi di archiviazione sensoriale)" è un archivio, sì, ma un archivio vivo: un luogo dove la memoria non è un deposito, ma un organismo che respira.
E soprattutto è un libro che non si limita a descrivere il mondo: lo ascolta. E nel farlo, ci insegna a farlo anche noi.
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PER UNA LETTURA "RAVVICINATA" DEI CINQUE SENSI NELLA RACCOLTA
tra parentesi richiami a poesie esemplificative
(se ne omette il testo per non far perdere al lettore il senso profondo dell'architettura dell'Opera)
La sezione del gusto si apre con un testo che è quasi una dichiarazione di poetica. L’io dice di voler «sentire il sale il dolce il fiele» con “solo una ventina di parole”: la triade gustativa costruisce un asse emotivo che va dal neutro al velenoso, e la sinestesia implicita (“sentire” attraverso la parola) definisce la postura del libro.
La metrica è ovviamente libera ma con una cadenza ternaria che richiama, e non poco, l’endecasillabo franto; l’enjambement spesso simula il gesto del gustare. Il lessico è primario, elementare, quasi arcaico: il gusto è il senso più antico, e la lingua lo rispecchia. In questa sezione Claudio Dal Pozzo sembra porsi in dialogo con Vittorio Sereni, per la capacità di far emergere un’intera postura esistenziale da un gesto minimo.
TOUCH — (es. poesia a p. 28)
Il tatto è il senso della relazione, del contatto, della ferita. In questa poesia l’altro è definito come «quel pugno allo stomaco / che mi piace ricevere»: un ossimoro emotivo che trasforma il dolore in presenza. La negazione ironica (ad es. «non sono masochista») amplifica poi il paradosso e la sua funzione disvelatrice.
Il ritmo è sincopato, fatto di versi brevi che sembrano colpi: la metrica imita forse per il poeta i movimenti che descrive in campo medico la fisiologia?
Il lessico è corporeo, diretto, senza metafore decorative.
In questa sezione Claudio Dal Pozzo sembra avvicinarsi maggiormente ad Andrea Zanzotto, per la capacità di far emergere il corpo come luogo di tensione, di scarto, di rivelazione.
SMELL — (es. poesia a p. 39)
L’olfatto è il senso a nostro avviso più narrativo del libro: ogni odore apre una scena. Gli «effluvi di cannella e arancia» convivono con l’“afrore di camicie da ufficio”, con il bromazepam che “balla la pizzica nello stomaco”, con i taralli al finocchietto. L’accumulo è la figura dominante: l’odore non è mai singolo, è sempre miscela.
La metrica è distesa, con versi medi-lunghi che imitano il flusso degli odori; il ritmo è ondulato, quasi respiratorio. Il lessico è ibrido: gastronomico, domestico, farmacologico.
Qui, forse, Claudio Dal Pozzo dialoga con Philippe Jaccottet, per la capacità di far emergere la fragilità del mondo attraverso ciò che evapora, ciò che passa.
SIGHT — (es. poesia a p. 49)
La vista è il senso più cinematografico. Le strade che “asciugano piano / come i bicchieri sul ripiano dello scolapiatti” trasformano la città in una cucina, la pioggia in un gesto domestico. La personificazione dei tombini che “vomitano” e la scena dell’infermiera dietro i vetri satinati costruiscono un montaggio filmico.
La metrica è narrativa, con versi lunghi che seguono il ritmo della pioggia che si ritira. Il lessico è urbano, quotidiano.
Qui Dal Pozzo si avvicina nuovamente a Vittorio Sereni, per la capacità di cogliere il mondo nel suo farsi, nel suo disfarsi, nel suo essere attraversato da vite che non conosciamo.
HEARING — (es. poesia a p. 69)
L’udito è il senso più emotivo: registra ciò che non si vede. La poesia si costruisce intorno a una domanda: «la senti questa vita piena mentre muore il giorno». Il paesaggio sonoro è complesso: trombe in lontananza, clacson, olio che frigge, ragazzi che giocano, echi che rimbalzano.
La metrica è orchestrale: versi lunghi, polifonici, che imitano la sovrapposizione dei suoni. Il lessico è acustico e urbano.
Qui il dialogo celato di Dal Pozzo sembra essere con Philippe Jaccottet, per la capacità di ascoltare il mondo come un organismo vivente, e con Zanzotto, per la stratificazione sonora che diventa quasi paesaggio mentale.
La scrittura, sempre sorvegliata e tenuta, evita ogni compiacimento e si affida a una precisione che non è mai arida, ma vibrante. La comparazione con Sereni, Zanzotto e Jaccottet di cui sopra non deve essere intesa come mera operazione di genealogia forzata: è invece il riconoscimento di una postura poetica che sa tenere insieme il dato minimo e la sua risonanza, la percezione e il suo retroterra, il mondo e la sua eco.
In un panorama spesso sin troppo frammentato, "Save as (ipotesi di archiviazione sensoriale)" rappresenta un raro esempio di unità progettuale, di maturità stilistica e di intelligenza sensoriale.
È un libro che non solo si legge, ma si attraversa: un archivio vivo, un atlante del sentire, un esercizio di attenzione che restituisce alla poesia la sua funzione primaria — quella di insegnarci a vedere, ascoltare, toccare, odorare e gustare il mondo con una consapevolezza nuova.
Un’opera che merita pienamente il plauso della critica e che si colloca con naturalezza tra le prove più significative della poesia contemporanea italiana.
In questa sezione Claudio Dal Pozzo sembra avvicinarsi maggiormente ad Andrea Zanzotto, per la capacità di far emergere il corpo come luogo di tensione, di scarto, di rivelazione.
SMELL — (es. poesia a p. 39)
L’olfatto è il senso a nostro avviso più narrativo del libro: ogni odore apre una scena. Gli «effluvi di cannella e arancia» convivono con l’“afrore di camicie da ufficio”, con il bromazepam che “balla la pizzica nello stomaco”, con i taralli al finocchietto. L’accumulo è la figura dominante: l’odore non è mai singolo, è sempre miscela.
La metrica è distesa, con versi medi-lunghi che imitano il flusso degli odori; il ritmo è ondulato, quasi respiratorio. Il lessico è ibrido: gastronomico, domestico, farmacologico.
Qui, forse, Claudio Dal Pozzo dialoga con Philippe Jaccottet, per la capacità di far emergere la fragilità del mondo attraverso ciò che evapora, ciò che passa.
SIGHT — (es. poesia a p. 49)
La vista è il senso più cinematografico. Le strade che “asciugano piano / come i bicchieri sul ripiano dello scolapiatti” trasformano la città in una cucina, la pioggia in un gesto domestico. La personificazione dei tombini che “vomitano” e la scena dell’infermiera dietro i vetri satinati costruiscono un montaggio filmico.
La metrica è narrativa, con versi lunghi che seguono il ritmo della pioggia che si ritira. Il lessico è urbano, quotidiano.
Qui Dal Pozzo si avvicina nuovamente a Vittorio Sereni, per la capacità di cogliere il mondo nel suo farsi, nel suo disfarsi, nel suo essere attraversato da vite che non conosciamo.
HEARING — (es. poesia a p. 69)
L’udito è il senso più emotivo: registra ciò che non si vede. La poesia si costruisce intorno a una domanda: «la senti questa vita piena mentre muore il giorno». Il paesaggio sonoro è complesso: trombe in lontananza, clacson, olio che frigge, ragazzi che giocano, echi che rimbalzano.
La metrica è orchestrale: versi lunghi, polifonici, che imitano la sovrapposizione dei suoni. Il lessico è acustico e urbano.
Qui il dialogo celato di Dal Pozzo sembra essere con Philippe Jaccottet, per la capacità di ascoltare il mondo come un organismo vivente, e con Zanzotto, per la stratificazione sonora che diventa quasi paesaggio mentale.
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In conclusione, "Save as (ipotesi di archiviazione sensoriale)" si impone come una delle opere più compiute della poesia italiana recente per coerenza interna, lucidità formale e profondità percettiva. La scelta di articolare il libro attraverso i cinque sensi non è un espediente strutturale, ma un vero e proprio metodo conoscitivo: Dal Pozzo interroga il mondo attraverso il corpo, e il corpo attraverso il linguaggio, costruendo un dispositivo poetico che è insieme fenomenologico e affettivo. La scrittura, sempre sorvegliata e tenuta, evita ogni compiacimento e si affida a una precisione che non è mai arida, ma vibrante. La comparazione con Sereni, Zanzotto e Jaccottet di cui sopra non deve essere intesa come mera operazione di genealogia forzata: è invece il riconoscimento di una postura poetica che sa tenere insieme il dato minimo e la sua risonanza, la percezione e il suo retroterra, il mondo e la sua eco.
In un panorama spesso sin troppo frammentato, "Save as (ipotesi di archiviazione sensoriale)" rappresenta un raro esempio di unità progettuale, di maturità stilistica e di intelligenza sensoriale.
È un libro che non solo si legge, ma si attraversa: un archivio vivo, un atlante del sentire, un esercizio di attenzione che restituisce alla poesia la sua funzione primaria — quella di insegnarci a vedere, ascoltare, toccare, odorare e gustare il mondo con una consapevolezza nuova.
Un’opera che merita pienamente il plauso della critica e che si colloca con naturalezza tra le prove più significative della poesia contemporanea italiana.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE
(tratte dalla quarta di copertina)
Claudio Dal Pozzo nasce a Verona nel 1967.
Fin dalla sua prima adolescenza si appassiona all’arte, soprattutto a quella della parola: inizia da bambino a scrivere poesie e, a partire dai diciott’anni, recita in diverse compagnie teatrali veronesi fino al 2004.
Ha pubblicato Spunta per il viaggio verso ovest (Arcipelago Itaca, 2021), opera già vincitrice dell’edizione dell’anno precedente dell’omonimo Premio nazionale editoriale, e la silloge breve Suite per solo uomo in divenire (in Settimo repertorio di poesia italiana contemporanea, Arcipelago Itaca 2023). La sua opera in versi, sia edita che inedita, ha ottenuto negli anni numerosi riconoscimenti in Premi letterari di rilievo nazionale.

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