(Redazione) - "La geologia della voce" - A proposito di "Voragini d’azzurro" (Interno Libri Edizioni 2025) di Adriana Tasin - nota di lettura di Sergio Daniele Donati
Ci sono libri che non si limitano a essere letti: vanno interiormente vissuti. Voragini d’azzurro (Interno Libri Edizioni 2025) di Adriana Tasin appartiene a questa categoria rara, in cui la poesia non costruisce una raccolta, ma un corpo.
Un corpo verticale, stratificato, minerale, un corpo che sale e precipita, che si apre e si richiude, che si frattura e si ricompone: un corpo che respira come una montagna, che custodisce voci, che trattiene morti, che genera domande.
La prima di queste domande è anche la più antica: «Che cosa c’è al di là?».
È la domanda che pare attraversare il libro come una fenditura, come una crepa che non si rimargina.
È la domanda che la montagna stessa sembra pronunciare, come nell’epigrafe di Ritsos: «l’ah della montagna».
È la domanda che i vivi rivolgono ai morti e che i morti restituiscono ai vivi. È la domanda che la poesia non risolve, ma amplifica.La voce di Adriana Tasin si muove dentro questa domanda con una disciplina che non cerca consolazione.
Ogni verso è un passo, ogni immagine un appiglio, ogni pagina una parete.
Il libro non procede per sezioni, ma per tiri di corda, come se la scrittura stessa fosse un’ascesa, un gesto che richiede forza, memoria, resistenza. La montagna non è scenario: è organismo, è interlocutore, è giudice, è madre, è tomba, è dio (qui forse la minuscola ha un senso!)
La parola che rotola: l’inizio come frana, tutto questo è questa magnifica raccolta.
Il libro si apre con un’immagine che definisce subito la poietica che la voce trascina: «rotolava la parola focaia dalla bocca spalancata del vulcano al fondovalle» (p. 7).
La parola qui non nasce, ma precipita.
Non si offre, cade.
Non si posa, scivola.
È una parola che ha il peso della pietra, che porta con sé il calore del magma, che arriva al mare come un detrito incandescente.
Questa immagine iniziale è già una dichiarazione di poetica: la parola per la poeta non è un mezzo, è una materia che si muove secondo leggi geologiche, non retoriche, non necessariamente linguistiche.
Una materia, quella descritta nella raccolta, che non si lascia addomesticare, che, come in Mandel’štam, conserva la memoria del mondo: la pietra come archivio, la parola come minerale.
La montagna-matrioska: il paesaggio come organismo
A p. 11 la montagna appare come una matrioska: «la montagna matrioska partorì frane, voci d’acqua, cascate da grotte buie».
È un’immagine potentissima: la montagna non è un blocco compatto, ma un corpo che contiene altri corpi, un ventre che genera, un archivio di voci. Le frane sono parti che si staccano, le cascate sono fluidi che scorrono, le grotte sono cavità che custodiscono.
Questa montagna non è un simbolo: è un organismo vivente.
E, come ogni organismo, ha una voce, ma è una voce che non parla, risuona.
È qui che il dialogo con Mandel’štam diventa evidente: anche per lui la pietra non è muta, è un corpo che vibra, che trattiene memoria, che restituisce eco. La montagna di Tasin è una pietra che pensa.
La cecità come metodo: vedere con le dita
A p. 14 compare una delle intuizioni più profonde del libro: «sebbene fossimo ciechi / ci fu assegnato il potere di vedere con le dita». La cecità non è mancanza: è un metodo. Vedere con le dita significa affidarsi al tatto, alla prossimità, alla materia. Significa che la conoscenza non passa per la distanza, ma per l’aderenza.
È un gesto mandel’štamiano: la poesia come contatto, come pressione, come impronta. La parola non descrive: tocca. La voce non osserva: aderisce.
Le cattedrali di pietra: l’ascesa come destino
A p. 15 la montagna si trasforma in architettura: «erano cattedrali di pietra concatenate a gole».
La montagna è una cattedrale, ma non una cattedrale costruita: una cattedrale naturale, verticale, sacra senza religione. La sacralità non viene dall’alto, ma dalla materia stessa. La pietra è sacra perché resiste, perché non cede, perché obbliga il corpo a misurarsi con il limite.
L’ascesa non è un’impresa: è un destino. E il destino non è un percorso: è una domanda.
La domanda che risuona: «C’è nessuno?»
A p. 35 compare una delle scene più potenti del libro: «c’è nessuno?» e l’eco risponde: «nessuno». È un momento di verità. La montagna non consola, non protegge, non risponde. La montagna restituisce il vuoto.
È un vuoto che non annulla, ma rivela. È il vuoto in cui la voce si misura con la propria finitezza. È il vuoto in cui la poesia trova la sua necessità. Mandel’štam avrebbe riconosciuto questo vuoto: il vuoto come luogo della voce, il vuoto come spazio della resistenza, il vuoto come condizione della parola.
La verticalità come dissolvenza dell’io
A p. 33 leggiamo: «è nella verticalità che svaniamo». La verticalità non è solo un movimento fisico: è un movimento ontologico. Salire significa perdere peso, perdere forma, perdere identità. La montagna non restituisce un io più forte: restituisce un io più fragile, più esposto, più vero.
La verticalità è una forma di dissolvenza. E la dissolvenza è una forma di conoscenza.
La corda come genealogia: il gesto che salva
In molte poesie la corda diventa un simbolo centrale: corda che tiene, corda che cede, corda che dondola, corda che salva, corda che tradisce, corda che ricorda. La corda è genealogia: è ciò che lega i vivi ai morti, ciò che lega il corpo al paesaggio, ciò che lega il gesto alla memoria.
È un’immagine profondamente mandel’štamiana: la poesia come cordata, la voce come nodo, la memoria come ancoraggio.
La caduta come rivelazione
A p. 74 leggiamo: «la caduta rimbalza sull’orlo del vetro». La caduta non è un fallimento: è un evento. È il momento in cui il corpo incontra la verità. È il momento in cui la forma si frattura e rivela ciò che contiene.
La caduta è una rivelazione perché mostra ciò che l’ascesa nasconde: la fragilità, la finitezza, la mortalità.
La dispersione come destino
A p. 80: «potremmo essere frammenti di conchiglie e continuare a frammentarci». La dispersione non è perdita: è destino. Il corpo si frantuma, la voce si disperde, la memoria si dissolve. Eppure qualcosa resta: un gesto, un’eco, una traccia.
È la stessa logica che attraversa Mandel’štam: la poesia come ciò che resta quando tutto si disperde.
Il paesaggio come epifania: Wierusz-Kowalski
A p. 85 compare un’immagine che sembra uscita da un quadro: «accanto a un lupo solitario in un paesaggio di Wierusz-Kowalski». La montagna si trasforma in pittura, la neve in luce, il corpo in figura.
È un momento di sospensione, un’apparizione, un’epifania. La poesia non descrive: evoca.
La voce che attraversa l’abisso: Tasin e Mandel’štam
Il dialogo con Osip Mandel’štam non è un confronto tematico, ma etico. Entrambi lavorano con una lingua che resiste, una lingua che conserva la memoria della pietra. Per Mandel’štam la poesia è geologia: strati, pressioni, fratture, densità. Per Tasin la poesia è montagna: pareti, crepe, corde, neve.
Entrambi costruiscono una voce che attraversa l’abisso, che non arretra davanti al vuoto, che non cerca consolazione, che non teme la domanda. La loro affinità è nella postura: una postura verticale, una postura vigile, una postura che non si lascia distrarre.
Conclusione: la geologia della voce
Voragini d’azzurro è un libro che non si limita a raccontare la montagna: la diventa. La attraversa. La ascolta. La interroga. È un libro che costruisce una geologia della voce: una voce che sale, che precipita, che si frattura, che resiste.
È un libro che non offre risposte, ma custodisce domande. È un libro che non chiude, ma apre. È un libro che non consola, ma accompagna. È un libro che resta...nelle ossa, nelle rocce e minerali che ne formano i midolli.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA
Adriana Tasin (Tione di Trento 1959) vive tra Madonna di Campiglio – nel cuore del Parco Adamello Brenta – e Trento. Ha pubblicato tre raccolte poetiche: Il gesto è compiuto, Puntoacapo Editrice 2020, Fatti reali immaginari, Arcipelago itaca Edizioni 2022 e Voragini d’azzurro, Interno Libri Edizioni 2025.
Suoi testi editi e inediti sono apparsi in blog letterari, giornali, riviste e numerose pubblicazioni antologiche; hanno ricevuto riconoscimenti in svariati premi letterari.
Alcuni sono stati tradotti in rumeno, altri in spagnolo per le Scuole di Poesia di Cuba.


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