"Il corpo della parola" - metamorfosi linguistica e nichilismo terapeutico nell’autoantologia di Gio Ferri "Poesie Scelte" (1964-2014) (Anterem, 2024) - nota critica di Sergio Daniele Donati
L’autoantologia Poesie scelte (1964-2014) di Gio Ferri, pubblicata da Anterem nel 2024 come ventisettesimo volume della collana Itinera, non costituisce una mera retrospettiva cronologica, bensì la rappresentazione di un unico organismo linguistico in metamorfosi continua: dalla parola militante come strumento di riscatto sociale alla contrazione nichilista del corpo poetico protesico, passando per la putrefazione solipsistica e la fecondazione cosmica.
Tale
traiettoria rivela Ferri come uno degli eredi più radicali
dell’avanguardia italiana, capace di spingere oltre i limiti
formali del Gruppo 63
una ricerca biologica e cosmologica della lingua, in cui metrica,
lessico e sonorità non fungono da ornamenti stilistici ma da
dispositivi epistemologici di rivolta contro la mercificazione del
linguaggio e contro la morte della poesia stessa.
La
coerenza di questo percorso non è data da una progressione lineare,
bensì da una dialettica interna che trasforma ogni fase in
nutrimento della successiva, rendendo l’intera opera un corpo
poetico che respira, si contrae, si espande, marcisce e rinasce senza
mai interrompere il proprio flusso sanguigno.
Sin
dagli esordi del 1964, in Condizione
in dieci movimenti,
la poesia non descrive la condizione umana: la proietta nella neve
vergine della storia come un corpo che suda e impreca, rivendicando
un’urgenza pragmatica che trova il suo parallelo più alto nella
tradizione avanguardista europea.
Il
primo movimento si presenta, quindi,
quale crollo ritmico percepibile sulla lingua prima ancora che nella
mente:
limpido
dolore / ritmicosilenzio / s c a n / d i s c e / il
crollorumorecrollo / delle verità / apparenze dissociate / se
ascolti / ascolta / più forte / la nostra vitalestanchezza /
perpetua / la parola / nel dialogo / monadinamica
La
metrica, come vedete,
si frantuma in schegge di vetro: versi spezzati in unità isolate (da
2 a 7 sillabe), maiuscole che urlano come cartelli di protesta, spazi
bianchi che feriscono l’occhio come buche nella neve.
Il
lessico compie un atto di violenza generativa: crollorumorecrollo
non descrive o rappresenta
il crollo, lo è, attraverso una ripetizione onomatopeica che
inghiotte se stessa in un’eco di rovina.
La
timbrica graffia con occlusive sorde (/r/, /s/, /c/) che raschiano
come metallo contro pietra; la sonorità risulta percussiva, quasi
industriale, ereditata dal linguaggio delle fabbriche e dei
manifesti.
Qui
ci pare di poter sostenere
che Ferri instauri
un dialogo ideale profondo
e originale con Majakovskij.
Come
il poeta russo nei Versi
di Lenin o ne La
nuvola in calzoni
(1915), Ferri concepisce la parola come azione militante, come
«scalata al cielo»
linguistica capace di urlare contro il sistema borghese con energia
corporea e sonora ineguagliabile.
Entrambi
impiegano l’anafora e la ripetizione onomatopeica per creare un
corpo sonoro collettivo: Majakovskij proietta l’energia verso
l’utopia leninista («Io
sono l’altoparlante del tempo»),
Ferri la ripiega su un’utopia già saputa fallimentare.
L’ossimoro
vitalestanchezza
prefigura l’intera traiettoria: la vita è stanchezza, la
stanchezza è vitale. Il corpo poetico è già malato di se stesso,
consapevole che la militanza porta dentro il seme della propria
dissoluzione.
A
differenza di Majakovskij, che alla fine si consegna al suicidio come
atto estremo di fedeltà alla rivoluzione, Ferri trasforma quella
stessa tensione in un processo di introversione e metamorfosi,
facendo della parola non più solo un’arma di massa ma un organismo
che si autoanalizza biologicamente.
Proprio
in questa tensione ideologica massima, Ferri forgia una delle sue
armi più durature: il neologismo joyciano, il composto che fonde
elementi naturali, ideologici e corporei in una materia compatta.
Nel
sesto movimento la metrica si dilata, quasi epica ma già corrotta:
necessaria
è la presenza delle / forme solide che racchiuda la /
ventatadisoleacqua e aria e se / nsumidore e solitudineferrigna /
solide di sonore varietà di mo / vimentirapidi e netti di caoti /
che speranzepromesse trattenute / dallarginemaestro che porta il /
segnovivo della mano la diritta / ricerca dei momentisoli nel di /
venire delle cosillimitate
Ventatadisoleacqua
non è dunque solamente
immagine: è materia.
Tre
elementi naturali fusi in un respiro unico, subito corrotti dalla
solitudineferrigna.
Il suono passa dal liquido al ferrigno.
A
differenza di Sanguineti nel Laborintus,
che ingoia il mondo entro una biblioteca colta e ironica, Ferri
sporca le mani di polvere reale, trasformando la poesia in manifesto
murale che puzza di sudore.
Più
prossimo forse
al
Balestrini di Vogliamo
tutto, ma dotato di
una musicalità primitiva e barocca che Balestrini non possiede,
Ferri non descrive la lotta di classe: la fa cantare, respirare,
marcire dentro la parola.
Il
confronto con Pagliarani de La
ragazza Carla è
illuminante: Pagliarani resta nel realismo narrativo urbano, Ferri
dissolve il narrativo in ghestalt
cosmica, anticipando
già la svolta biologica.
Nel
1968 La parola tradita
eleva l’invettiva a liturgia martellante:
datti
da fare decrepito liberale asino democratico / spermatozoo demagogico
/ laicoreligioso / ateopagano / conservatore illuminato / datti da
fare se vuoi conservare intatto quel ventre / teso / universale /
claunesco
L’anafora
datti da fare
funziona da martello pneumatico (ripetuta sette volte in pochi
versi). Il lessico è sarcastico e grottesco, osceno in senso alto:
lo spermatozoo
demagogico colpisce
il potere unendo biologia e politica in un unico affondo.
La
timbrica è percussiva, /d/ e /t/ come colpi di fucile; la sonorità
aggressiva da piazza, eppure già attraversata da un’ironia tragica
che la solleva oltre lo slogan.
Diversamente
da Giuliani del Gruppo 63, che spesso rimane nella satira
intellettuale, Ferri spinge l’invettiva fino al limite del corpo,
preannunciando l’introversione successiva.
Ma
proprio quando la parola raggiunge la massima potenza pubblica,
avviene il tradimento,
da
intendersi, ovvimente, qui solamente in senso simbolico.
Il
1975 segna L’appartamento,
poemetto di passaggio fondamentale.
Il
segno si richiude nelle ossessioni di un corpo che marcisce in
solitudine.
La
metrica diviene prosaica e fluida, quasi narrativa, ma di una
narrativa che soffoca:
Floreali
agglutinamenti abortivi irripetibili se il sole / non traspare grumi
di capelli / il pettine di plastica e il sorriso di un colore acroma-
/ tico si riprende / nel tlaspi grappolosi di maculose bizzarrie
intonaci / rigonfianti tappezzerie parigine / ab immemorabili
aberrazioni luminose in giornate ali- / turgiche e uliginose
Il
lessico, lo vedete bene,
è necrofilo e medico: agglutinamenti
abortivi, tlaspi
grappolosi,
aliturgiche.
La
timbrica viscerale, /r/, /l/, /g/ che rotolano come grumi organici;
la sonorità umida, putrefatta, un rantolo lento.
Qui
ci apre di poter sostenere
che Ferri incontra il
Beckett del Molloy,
stesso orrore del corpo, ma con una carnalità più italiana, più
barocca e cattolica, piena di reliquie e umori.
Il
confronto con Artaud, poi,
si impone con particolare forza.
Come
Artaud nel Pour en
finir avec le jugement de dieu
e nel Teatro della Crudeltà, Ferri tratta la parola come corpo
sofferente, come materia che grida la propria disgregazione fisica e
psichica. Artaud urla la disgregazione fino al limite della follia
urlata, facendo della scena un campo di battaglia tra corpo e
linguaggio; Ferri, invece, analizza quella stessa disgregazione con
freddezza medica e chirurgica, trasformando il grido in dissezione.
La
putrefazione de L’appartamento, poi,
non è un urlo di protesta ma un atto di autopsia: la parola cessa di
servire la rivoluzione per dissezionare la solitudine e farne materia
poetica.
Il distacco da Majakovskij si fa ora radicale: laddove il
poeta russo sacrificava il corpo individuale all’utopia collettiva,
Ferri sacrifica l’utopia per salvare il corpo della parola nella
sua putrefazione individuale, aprendo la strada alla metamorfosi
successiva.
Da
questa putrefazione solipsistica germoglia la grande stagione della
metamorfosi. Siopé
(1986) è il silenzio attivo che prolifica come ventre cosmico:
in
ginocchio prolifica quanto Febo citareo / saettante e intonso a
stridere appresta le / incontinenti e sdilingue matrici e fìgline di
/ Zeus tranne Era di bianche omeriche braccia
La
metrica si allunga in endecasillabi irregolari (13-15 sillabe), quasi
omerici, corrotti dal neologismo (sdilingue,
fìgline).
Il lessico fonde mito e biologia: Febo e matrici, Apollo e vulve.
La
sonorità salmodiante, /s/ e /p/ che evocano saette e sussurri. Ferri
incontra Zanzotto nella cura del corpo linguistico, ma crea un
greco-italiano panico nuovo, superando il radicamento dialettale
veneto di Zanzotto.
Il
confronto con Celan è, non
solo d’uopo, ma, a nostro avviso del tutto
rivelatore: come Celan, il silenzio non è assenza ma ventre
generativo dopo l’olocausto della parola (e
non solo di essa);
diversamente da Celan, però, Ferri non frammenta fino al mutismo, ma
fa del silenzio un atto di fecondazione cosmica.
Le
Nozze pagane
(1988) portano la metamorfosi a livello nuziale e tragico. Il Prologo
canta asfodeli e piccoli dei:
Piccoli
dei, / anorchè io cerco il canto / di quel solingo / asfodeo, aperto
alle ore, / e mai essere, per esempio, la Madre di Dio, se Dio è
quel / terreno fermo e semico e fertile insieme? Siopé?
La
metrica quasi prosodica ma sempre ferita da enjambement. Il lessico
floreale e sessuale. La sonorità liquida, nuziale, già pregna di
morte e incesto.
Diversamente da Montale, che resta elegiaco e
ironico, Ferri è dionisiaco fino alla crudeltà: le nozze sono
pagane perché incestuose, fecondazione di materia morta che si fa
viva.
L’approdo
nichilista culmina negli Spazi
spastici. Quartine terapeutiche
(1998), capolavoro della contrazione:
eppure
ci discettiamo / cariatidi incariate / ci amiamo e dissanguiamo / le
protesi implantate
La
quartina è isosillabica e claudicante, rime interne cosiddette
spastiche. Il
lessico diviene
medico-archeologico: cariatidi
incariate,
dissanguiamo. La
timbrica invece è
particolarmente secca,
/c/, /i/, /a/, suoni di ossa contro protesi. La
sonorità è ticchettio meccanico, silenzio terapeutico.
Ferri
qui, a nostro avviso, supera
Caproni nella contrazione lapidaria, diventando post-umano e
protesico; dialoga con Susan Howe e Charles Bernstein nell’uso del
linguaggio come protesi, ma radica tutto nella biologia nichilista
italiana.
Questa
evoluzione non è rottura ma metamorfosi continua: dal percussivo
militante al viscerale putrefatto, al fluido mitico, al contratto
terapeutico.
Il lessico migra dal politico al corporeo al cosmologico
al nichilista.
La
sonorità dal martello al rantolo al salmo al ticchettio. Tutto resta
lo stesso corpo ribelle.
A
conferma di ciò, l’opera visiva Estetica
del rifiuto – Demolizione n°7
(2008) mostra stratificazioni materiche di detriti e texture che
trovano esatto corrispettivo nella stratificazione lessicale dei
neologismi ferriani: crollorumorecrollo
è stratificazione sonora di detriti, esattamente come la superficie
demolita dell’opera visiva è stratificazione di rifiuti.
In
sintesi, la metrica evolve da scheggia di vetro a quartina
claudicante, il lessico da violenza generativa a contrazione
protesica, la sonorità da percussione industriale a ticchettio
terapeutico: un unico organismo che attraversa ideologia,
putrefazione, fecondazione cosmica e nichilismo senza mai smarrire la
propria essenza di rivolta.
In
conclusione, l’autoantologia di Gio Ferri costituisce una delle
traiettorie più coerenti e radicali della poesia italiana del
secondo Novecento e del nuovo millennio. Attraversando ideologia,
putrefazione, fecondazione cosmica e nichilismo terapeutico senza mai
smarrire la propria essenza – la rivolta contro il sistema, contro
la mercificazione linguistica, contro la morte della poesia stessa –,
Ferri ha spinto l’avanguardia italiana oltre i suoi limiti formali,
trasformandola in atto biologico-cosmologico e pensiero
dell’interdipendenza tra parola e materia.
A differenza degli
sperimentatori che hanno privilegiato la frammentazione ironica o la
satira colta, egli ha scelto la via più rischiosa: quella della
carne, del sangue, del silenzio generativo. La sua opera non consola
né decora: ferisce, perché ferisce con la verità nuda della
materia. In un’epoca dominata da linguaggi usa-e-getta e da parole
svuotate dal capitale, le Poesie
scelte ricordano che
la poesia rimane l’unico spazio in cui la lingua può ancora
ribellarsi, marcire, rinascere e pulsare contro il nulla.
Leggerle
oggi significa proseguire il cammino nella neve vergine che Ferri ha
tracciato per primo, sudando e imprecando, ma aprendo la strada a chi
verrà dopo. È un lascito che non si esaurisce in un volume: è un
organismo vivo, un corpo poetico immortale nella sua caducità, un
esempio raro e prezioso di come la sperimentazione più ardita possa
divenire, alla fine, la forma più alta di umanità.
Per la Redazione de Le parole di Fedro
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
il caporedattore - Sergio Daniele Donati
Bibliografia
essenziale
Ferri,
Gio, Poesie scelte.
Un’autoantologia 1964-2014,
Anterem, Verona 2024.
Majakovskij,
Vladimir, La nuvola in
calzoni, Einaudi,
Torino 1975.
Artaud,
Antonin, Pour en finir
avec le jugement de dieu,
Gallimard, Paris 1947.
Zanzotto,
Andrea, Il Galateo in
bosco, Mondadori,
Milano 1978.
Celan,
Paul, Die
Niemandsrose,
Fischer, Frankfurt a.M. 1963.
Sanguineti,
Edoardo, Laborintus,
Marsilio, Venezia 1964.
Pagliarani,
Elio, La ragazza
Carla, Mondadori,
Milano 1960.
Caproni,
Giorgio, Il conte di
Kevenhüller,
Garzanti, Milano 1986.
Howe,
Susan, The Birth-mark,
New Directions, New York 1993.
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