(Redazione) - Poesia è genere letterario? Una piccola riflessione in omaggio a Flavio Ermini e Gabriele Frasca - nota critica di Sergio Daniele Donati



La poesia non si lascia facilmente ridurre a un genere letterario tra gli altri.
Questa affermazione, sostenuta con estrema competenza, lucidità e radicalità da Flavio Ermini e Gabriele Frasca, invita a ripensare il suo statuto non in termini di categoria formale o prodotto estetico codificato, bensì come esperienza viva del linguaggio, un atto che pone in relazione l’essere umano con il mondo, il soggetto ,con il fondamento, e che si confronta con ciò che sfugge a ogni definizione esaustiva.
Flavio Ermini, in particolare, ha sviluppato questa tesi in modo sistematico e coerente. 
Nel numero 93 di Anterem (2013), dedicato proprio a «La poesia non è un genere letterario», e poi in Perché la poesia. L’esperienza poetica del pensiero (Anterem, 2022).
Ermini sostiene in questi saggi, tra le altre immense tesi, che la poesia non sia un ornamento estetico della finitudine umana né un semplice prodotto letterario classificabile.
È invece «una forma di vita che mette in relazione essere umano e mondo, soggetto e fondamento; una forma di vita che svela una natura probabilmente indefinibile, ma sulla quale non possiamo non riflettere».

Quando il discorso ordinario regge e la vita sembra procedere in modo lineare, la poesia irrompe come un crepaccio improvviso: spalanca un’interruzione, un varco che costringe a misurarsi con l’indicibile.
La parola poetica non opera nel registro del senso comunicativo o narrativo; sale come fumo e fuoco dal vulcano, è una lingua di “laggiù” che sola può dire ciò che accade “qui”.
Ermini insiste sul fatto che la poesia non ha confini tecnici rigidi: non è definita da strutture narrative, codici retorici fissi o convenzioni riproducibili.
È un’esperienza spirituale che tocca l’essenza del linguaggio, rivelando il suo legame con l’indefinibile.
Parlare di “genere” per descriverla significa ridurla a ciò che non è: un oggetto classificabile, un prodotto del discorso consolidato. Questa posizione si radica in una lettura heideggeriana del linguaggio poetico: come Heidegger in In cammino verso il linguaggio (1959) descrive il dire poetico come fondazione originaria del mondo – un evento che dischiude l’essere anziché rappresentarlo –, così Ermini vede la poesia come atto che apre al fondamento, non come rappresentazione di un contenuto preesistente.

Gabriele Frasca condivide e amplia questa prospettiva con un approccio che enfatizza il medium originario della poesia. 
In interviste e riflessioni (tra cui quelle apparse su Nuovi Argomenti nel 2013), Frasca afferma che la poesia «non è un genere letterario» ma un medium radicale, diverso dai supporti narrativi o argomentativi tradizionali.
Mentre i generi letterari si fondano su un supporto comune – il libro tipografico, la cultura chirografica – la poesia precede e fonda la letteratura stessa.
È all’origine di tutta la letteratura: anticipa il romanzo, il saggio, il dramma.
La poesia è musica, esperienza sonora e ritmica che risveglia anziché addormentare; è viva, canto che precede la narrazione. 
Frasca sottolinea come la poesia operi su un piano altro rispetto alla tipografia e alla scrittura lineare: è il medium da cui nascono tutti i generi, ma che non si riduce a nessuno di essi. 
In questo senso, la poesia non comunica un contenuto preesistente: è l’evento in cui il linguaggio si confronta con la propria origine e con la propria insufficienza.


Partendo dal rispetto profondo per queste posizioni — e ancora maggiore per gli autori che le incarnano — che riconosco come ben superiori alla mia capacità di analisi – mi permetto, con la massima prudenza e piena consapevolezza dei miei limiti, di avanzare un’ipotesi di lettura personale, da vagliare con cautela; un’ipotesi non certo alternativa alle precedenti, ma di mero contorno.

Se la poesia non è un genere – e così è, secondo Ermini e Frasca, e per chi qui vi scrive – forse non lo è proprio perché si concentra ed esprime su ciò che sfugge a ogni definizione esaustiva: sulla crepa della parola, sul suo limite, sulla sua balbuzie.

Almeno questa pare essere una traccia che spiega in parte il poetico dal Novecento ad oggi.
Un genere presuppone confini stabili, codici riproducibili, convenzioni riconoscibili.
La poesia, al contrario, abita (forse per sua scelta?) l’instabile: il momento in cui il linguaggio inciampa su se stesso, balbetta, si interrompe, si ritrae – e proprio in quel ritrarsi lascia intravedere ciò che non può essere catturato da definizioni compiute.
Questa ipotesi appare in continuità con le tesi di Ermini (la poesia come forma di vita che svela l’indefinibile) e di Frasca (la poesia come medium originario che risveglia attraverso il confronto con l’insufficienza del linguaggio).
Non aggiunge nulla di radicalmente nuovo — e come potrebbe farlo? — ma tenta solamente di esplicitare una conseguenza implicita: la poesia si esprime proprio sul non-detto, sul fallimento del dire esaustivo, trasformando l’inciampo in rivelazione.
Poesia è un eterno discorso attorno e nelle profondità del limite della parola.
E questo eterno discorso non può prescindere da un'analisi almeno parzialmente etica del poetico, dove per etica intendo in questo contesto tutto ciò che attiene l'intenzione della poesia, più che del poeta.

Questa prospettiva, qui appena lievemente accennata, troverebbe una conferma profonda, ad esempio, nella poetica di Edmond Jabès e Paul Celan, due figure centrali del Novecento che hanno portato all’estremo la riflessione sul limite della parola. 
Jabès, nel Livre des Questions (Il libro delle domande, 1963-1973) e nelle opere successive, concepisce la scrittura come interrogazione infinita che parte dal vuoto, dall’assenza – assenza del volto di Dio, impenetrabilità del senso, silenzio dopo la Shoah.
La parola non coincide mai con l’originaria parola divina (il Logos per alcuni, ma le radici ebraiche di Jabès sembrerebbero parlare di altra tradizione del dire della Trascendenza); è sempre scarto, ferita, domanda senza risposta.
Jabès, poi e di conseguenza, trasforma la poesia in Midrash/Atto ermeneutico infinito; la sua poesia è davvero un eterno questionare (e questionarsi).
Ogni parola in lui è interrogazione, traccia di un senso ferito che supera le forme tradizionali.
La scrittura, per lui, è esperienza del limite: non descrive, ma provoca un confronto con l’indicibile, con il silenzio che precede e segue la parola.

Celan, a sua volta, porta la poesia verso l’“impossibile”: il poema è atto spirituale che procede verso l’utopia, nell’interruzione e nella difesa del linguaggio dopo Auschwitz.
In testi successivi a Die Niemandsrose (1963), Celan esplora la cesura, il taglio, il balbettio come unico modo per dire l’inaudito.
La poesia celaniana è spesso Gegenwort (parola-contro), resistenza al discorso consolidato, evento silenzioso che libera l’estraneità. 
Entrambi – Jabès e Celan – concepiscono tuttavia la poesia non tanto come rappresentazione, ma come esperienza del limite: la loro parola inciampa, balbetta, si ritrae, e proprio lì rivela il fondo indefinibile dell’esistenza.

Yves Bonnefoy, in saggi come La presenza e l’immagine (1983), e un po' in tutta la sua riflessione, aggiunge un ulteriore strato: la poesia è presenza che resiste all’astrazione concettuale, al concetto che sostituisce la cosa con la sua immagine morta. 
Bonnefoy vede nella poesia un ritorno alla presenza reale, al qui e ora del mondo sensibile, contro la tentazione di ridurre il linguaggio a sistema di segni.
La parola poetica, per lui, è atto di presenza che si confronta con il limite del nominabile, e proprio in quel confronto si apre alla pienezza del reale.
Questi testi teorici e poetici mostrano come la poesia si concentri sul limite della parola: là dove essa inciampa, balbetta, si ritrae, rivela l’indefinibile.
Non è un contenuto preesistente che viene comunicato; è l’evento stesso in cui il linguaggio si confronta con la propria insufficienza – e proprio lì trova la sua forza.

Ma torniamo a monte: se la poesia fosse riducibile a un genere, perderebbe forse questa dimensione esperienziale e diventerebbe rappresentazione, ornamento, prodotto riproducibile. 
Invece, come esperienza, resta aperta, interrogante, capace di spalancare quel crepaccio di cui parla Ermini, di quel medium originario di cui parla Frasca.
Questa prospettiva potrebbe, tra le altre cose, aiutare a leggere la crisi attuale dell’editoria poetica non come semplice declino, ma come sintomo di una tensione più profonda, dalle valenze anche positive.
In un’epoca in cui il mercato editoriale privilegia forme ibride, performative, orali o digitali – e spesso riduce la poesia a “prodotto” consumabile (e troppo velocemente consumato) –, la resistenza al genere tradizionale si manifesta proprio nella frammentarietà, nell’ellissi, nel silenzio crescente, un silenzio che ben sappiamo essere anche generativo (o ri-generativo) della parola poetica.
La poesia contemporanea, spesso riluttante a chiudersi in forme riconoscibili, sembra aver riscoperto una certa fedeltà estrema all’esperienza del limite: balbetta perché il discorso dominante ha saturato ogni spazio con definizioni esaustive, e proprio in quel balbettio mantiene vivo un rapporto con l’indefinibile.

Un movimento a spirale che il poetico compie con la consapevolezza di dover ritrovare la sua origine per ri-sorgere.

Concludo riconoscendo e ribadendo quanto queste mie scarne righe siano limitate rispetto alla profondità delle riflessioni citate. 
L’ipotesi che ho avanzato non pretende autorevolezza: è solo un tentativo personale di ascoltare più attentamente il balbettio poetico, là dove esso, inciampando, rivela qualcosa di essenziale sul nostro rapporto con il linguaggio e con il mondo; in altri termini con l'origine.

il caporedattore - Sergio Daniele Donati


Bibliografia essenziale
  1. Flavio Ermini, Perché la poesia. L’esperienza poetica del pensiero, Anterem 2022; interventi su Anterem n. 93;
  2. Gabriele Frasca, interviste su Nuovi Argomenti 2013 e riflessioni sul medium poetico;
  3. Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio;
  4. Edmond Jabès, Le Livre des Questions;
  5. Paul Celan, poesie scelte e Der Meridian;
  6. Yves Bonnefoy, La presenza e l’immagine;
  7. Aldo Palazzeschi, Poemi;
  8. Dino Campana, Canti Orfici

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