(Redazione) - Lo spazio vuoto tra le lettere - 51 - A proposito di "Linea di Mira" di Cristina Simoncini (Pietre Vive editore, 2025) - estratto e nota di lettura di Sergio Daniele Donati

 

di Sergio Daniele Donati


"Linea di mira", raccolta d'esordio nel mondo della carta stampata di Cristina Simoncini, è la dimostrazione patente di un assunto che sta molto a cuore a chi qui vi scrive: certi esordi sono la manifestazione di un lavoro decennale sulla parola e manifestano una piena maturità, anche etica, nel dominio della parola poetica. Il dire poetico si sviluppa sempre su linee atemporali e dovremmo, il più possibile, evitare di dare peso ad elementi di cronologia del tutto irrilevanti. 
Ciò che conta sono gli esiti del testo e, quindi, soprattutto nel caso di specie, certi esordi non sono affatto esordi ma opere di piena maturità.

Fatta questa doverosa premessa, non si può non notare come la raccolta si sviluppi come un continuum poetico in cui la memoria – sempre centrale nella poetica dell'autrice – non rappresenta mai semplice recupero di dati di vita vissuta, ma un processo di riattivazione critica e rielaborativa che procede per addensamenti e diluizioni, quasi alchemiche e tra loro legati. 
La voce poetica qui si muove in uno spazio intermedio tra esposizione e analisi: registra gli eventi con una precisione quasi documentaria e di precisione, ma allo stesso tempo li interroga, li seziona, li ricolloca entro una struttura cognitiva che non mira solo alla ricomposizione armonica, bensì alla restituzione della loro complessità. 
Per questo parliamo per questo tipo di scrittura più di memoria che di ricordo, pur tuttavia non essendo da questa poetica estranea una certa tendenza alla rimembranza (una memoria che si fa corpo, un ricordare attraverso il corpo).
La lingua, asciutta e spesso paratattica, privilegia la concretezza referenziale: oggetti, gesti, luoghi emergono con una nettezza che deriva dalla sottrazione più che dall’accumulo, secondo una disciplina espressiva che impedisce alla parola di scivolare verso l’enfasi. 
Questo dato è importante per comprendere a fondo la struttura etica dell'opera che si sviluppa attorno ad un idea di un testo che non deve ricevere forzatura alcuna per emergere. 
La temporalità nella raccolta, poi, si presenta come una serie di riemersioni intermittenti, in cui il passato irrompe nel presente senza segnali di transizione, rispecchiando la dinamica irregolare della memoria traumatica. 
Siamo di fronte ad un tempo passato che si riattualizza "per saltum", senza mediazioni, per la sola azione della parola sulla carta.
In questo quadro, le figure retoriche non svolgono una funzione meramente ornamentale, ma diventano strumenti cognitivi anche etici, programmatici: l’ellissi apre  spesso spazi di tensione in cui il non-detto assume un ruolo strutturale; l’enjambement spezza il flusso non solo sintattico, ma anche di significato per isolare parole-chiave che acquistano rilievo proprio grazie alla sospensione; le figure di ripetizione agiscono come un gesto di messa a fuoco, un tentativo di correggere la traiettoria dello sguardo, come se la lingua dovesse continuamente riallinearsi al proprio oggetto.
Sul piano del senso e del significato emerge una figura paterna che appare – ma ci si potrebbe sbagliare – più come un dispositivo simbolico che come un personaggio psicologico. 
O forse, il personaggio reale manifesta ogni sua capacità simbolica nell'immaginario universale di ogni lettore.
La relazione, quindi, non viene indagata interiormente, ma osservata dall’esterno, come un fenomeno che condensa tensioni, rischi, possibilità di frattura. La sua del padre è misurata attraverso gli effetti che produce: silenzi, precauzioni, gesti minimi che rivelano una struttura familiare attraversata da una vulnerabilità costante. 
E l'idea di misura, così come quella di equilibrio, è centrale in tutta l'opera che, come sopra si accennava, estranea a finalità meramente memorialistiche, si organizza a nostro avviso attorno ad un'idea etica di memoria e della necessaria ritualizzazione dei vissuti attraverso il gesto alchemico della scrittura, piana per scelta, quasi a volerle permettere di far emergere il senso senza l'ausilio della poeta stessa.
In questo senso, la poesia di Cristina Simoncini non psicologizza, ma oggettiva (è oggettivamente psiche, se vogliamo così dirla): la figura paterna diventa un punto di densità emotiva attorno al quale si organizza l’intero sistema percettivo del testo, almeno così appare. 
Il titolo, poi, Linea di mira, non è una semplice metafora, ma il principio strutturale dell’opera: la “mira” è gesto ottico, postura etica e metodo conoscitivo, un modo di allineare percezione, memoria e linguaggio nella ricerca di una verità non deformata. 
Perchè etico? Perchè la mira si prende, è sempre figlia di una scelta interiore mai di un accidente casuale. La mira è finalizzata alla percezione e alla comprensione: in altre parole mirare significa ridare peso alle proprie capacità di visione, per scelta etica; rendere lo sguardo un atto pienamente volontario.
Lo stesso percorso di manifestazione etica appare fare la scrittura di Cristina Simoncini in questa magnifica opera, in cui parole e lemmi divengono ciò che sono per elezione di equilibrio e tensione costante.
La poesia si configura qui così come un dispositivo di precisione, un tentativo di restituire il passato senza attenuazioni, mantenendo una responsabilità dello sguardo che non concede nulla alla retorica, o almeno ad una retorica, sin troppo imperante nella contemporanea produzione poetica, che pare finalizzata solo a coprire il senso di nonsense.
In questo orizzonte, la scrittura di Cristina Simoncini trova consonanze con alcune linee della poesia italiana del secondo Novecento, e oltre. La disciplina etica dello sguardo e la nettezza prosodica richiamano la postura poietica di Giovanni Giudici, ad esempio, soprattutto nella capacità di trasformare la vita familiare in un campo di indagine più che in un repertorio lirico. 
La gestione della frattura temporale e la costruzione di un io che osserva più che confessare dialogano con certe soluzioni di Vittorio Sereni, in cui la memoria è sempre un luogo di tensione e mai di pacificazione. 
La densità percettiva e la capacità di far emergere la vulnerabilità del quotidiano attraverso una lingua sorvegliata trovano un’eco nella poesia di Fabio Pusterla, soprattutto nella sua attenzione alla responsabilità del dire. 
Allargando lo sguardo oltre l’Italia, si possono riconoscere affinità con la postura analitica di Louise Glück, nella misura in cui la memoria familiare diventa un dispositivo conoscitivo, e con la precisione quasi chirurgica di Jorie Graham, per la capacità di trasformare l’esperienza in un campo di forze linguistiche.

Ne risulta una poesia che assume la responsabilità dello sguardo come compito etico: dire solo ciò che può essere sostenuto, evitare l’amplificazione emotiva, mantenere una precisione che non concede nulla alla retorica. 
Linea di mira si presenta come un laboratorio di ricostruzione del passato, un opificio in cui dei frammenti vengono analizzati, verificati e ricomposti senza cancellarne le fratture, in cui, in altre parole, se ne rielabora al storia. 
La memoria per Cristina Simoncini non è un repertorio da evocare, ma una materia da interrogare, un campo di tensioni che richiede un lavoro di interpretazione continua e senza soluzioni di continuità. 
E la poesia diventa lo spazio in cui questo lavoro si compie, non un luogo di pacificazione, ma un dispositivo di indagine che restituisce al lettore la complessità di un passato che continua a esercitare la propria pressione sul presente o, forse, del presente stesso è la sorgente più profonda.


BREVE ESTRATTO DALLA RACCOLTA

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FERMO IMMAGINE

Della ragazza in piedi sulla scala
della fabbrica – vanto dell’obiettivo
postbellico insieme alle compagne –
vorrei l’indipendenza, il sentimento
della bocca, la precisione delle mani.
La bellezza onesta e dritta delle gambe
nascoste nell’ultima fila nella foto.
Niente di lei spinge o si fa spazio.
Ho l’età per essere sua madre,
liberarle la fronte dai capelli sottili
col fermaglio, suggerirle di non avere
figli – sono pronta per mia procura
alla scommessa dell’inesistenza,
ad aspettarla fuori al posto del tipo
in bicicletta, esorcizzando
l’insicurezza che ci lega,
la costellazione di paura e soggezione.
____
SOGNO

Stanotte ti ho sentita arrivare,
eri più di un’ombra, un corpicino
distratto, le mani ossute frugavano
nella borsa che di sera lascio
sulla sedia. Eri a caccia, curiosa
da dietro il muro ti osservavo
con la paura di vederti scomparire.

Ti immaginavo alata, di serenità celeste,
invece eri ingobbita, i piedi incerti
stretti in un quarto di mattonella oro e blu.
Che stai cercando, ho sussurrato a un tratto,
mi conosci, sai che non ho segreti.
Forse sei stata tu a dirlo.

Da bambine era un gioco rovistare la tua borsa.
Ricordi il rossetto che tenevi dentro?
Perdeva il cappuccio e si riempiva di minuscoli
frammenti di tabacco – Muratti Ambassador,
lo applicavi di corsa al retrovisore – senza cura,
era il vermiglio che di tanto in tanto ti rianimava.
«Avevo solo voglia di toccare le tue cose».

____

La macchina accosta, lei esce,
salta il fosso, si inerpica fino al giallo
della macchia, prova a strapparne
un arbusto un altro, volta le spalle
caparbia, è robusta la ginestra.

Passano poche auto, qualcuno rallenta
e osserva come fosse un furto,
come dover dire non si fa.
Davvero pensate che si fermi.
Le mani rosse, gli sfregi delle spine.
Prende la chiave la usa per tranciare
il ramo alla base, scivola e poi riesce.

Di questa donna mi trovo
a pensare ogni giorno come farà
la morte, la strategia con cui vincerla.
Stasera ci disporrà in un vaso,
comodi e sicuri, al riparo.

NOTA BIOBILIOGRAFICA
Nata a San Giovanni Valdarno (Arezzo) nel 1966, Cristina Simoncini è rimasta a lungo solo lettrice prima di cominciare a scrivere. Ha pubblicato poesie su riviste cartacee (Il Foglio Clandestino, Aperiodico Ad Apparizione Aleatoria, Nova Rivista d’arte e di scienza), su alcune antologie e su molti spazi virtuali (fra i quali Avamposto, Atelier, Limina Mundi, La rosa in più, Circolare poesia, Le parole di Fedro ed altre). 
Ha pubblicato nel 2025 Linea di mira, collana Perigeion, Pietre Vive Editore.
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