(Redazione) - "Il piccolo prodigio" - a proposito di "D’amore, chiodi e silenzi" (Puntoacapo Editrice, 2025) di Michele Carniel - nota critica di Sergio Daniele Donati

 

D’amore, chiodi e silenzi (Puntoacapo Editrice, 2025) di Michele Carniel è senza dubbio una delle raccolte più intense, necessarie e commoventi apparse in Italia negli ultimi anni.
E, dicendolo, sono ben cosciente di uscire dai crismi accademici di una recensione asettica per entrare in “giudizio epiteliale e personale” che però non è, a mio avviso, privo di valore perché richiama ad un rapporto, forse più diritto (e diretto), con la poesia che proprio la lettura di questa raccolta mi ha ri-donato.
Michele Carniel, classe 1978, san donatese (del Piave) doc, già autore di prove notevoli come Tra il Piave e la luna e La strategia del respiro, qui raggiunge una maturità poetica impressionante, consegnando al lettore, quasi fosse un testamento, un libro compatto, viscerale, quasi insostenibile per la sua bellezza dolente, eppure impossibile da abbandonare.
Il titolo stesso – tre parole semplici, tre lame – racchiude il cuore pulsante dell’intera silloge: l’amore come ferita aperta, i chiodi come sigillo di una crocifissione quotidiana, il silenzio come spazio saturo di grida taciute.
Non si tratta di una raccolta “religiosa” nel senso consolatorio del termine, né di un esercizio nichilista compiaciuto: è un corpo a corpo disperato e lucidissimo con il sacro, con l’eros, con l’abbandono, condotto con una lingua che sa essere al tempo stesso liturgica e ferocemente corporea. Un corpo a corpo che a tratti ha la densità della narrazione biblica della lotta con l’Angelo.
La struttura formale è un quasi-prodigio di economia e intensità. Non ci sono sezioni rigide, ma un flusso continuo, quasi un unico respiro affannoso - quasi asmatico -, interrotto da trattini, spazi bianchi, parentesi quadre che funzionano come ferite aperte sul foglio.
I versi liberi – a tratti sin troppo liberi - si alternano a inserti quasi salmodici, creando un ritmo sincopato che mima il battito irregolare di un cuore sotto torchio dal portato del senso, del significato della raccolta.
È una forma quella di Michele Carniel che non concede requie, e proprio in questo rifiuto del conforto sta, forse, la grandezza dell’opera. Prendiamo l’incipit, che è già un colpo al petto:
Nella misura dell’urlo, nei sassi devoti alla carità conficcata in magra carne -, nell’aceto dimenticato nel cielo o in un plenilunio fatto a pezzi dentro gli occhi d’una Madre: in quale perdono si disseta il silenzio?
Qui Michele Carniel accumula immagini di una violenza figurativa straordinaria: l’urlo misurato, i sassi che praticano carità, l’aceto lasciato a imputridire in cielo, il plenilunio frantumato negli occhi materni. L’inciso «- conficcata in magra carne -» è una stilettata tipografica che anticipa tutto il libro: il dolore non è metafora, è carne conficcata, perforata.
L’interrogazione finale non cerca risposta, ma beve il proprio veleno: il silenzio non è assenza, è la bevanda più amara che esista.
Ancora più straziante, e insieme splendido, è il passaggio:
Vivere sotto la dittatura dei fallimenti nelle volte a cupola dove riposano le stanchezze nella pietà della pietra che non ha più senso… …e morire sotto i colpi di uno splendido panico.
L’ossimoro «splendido panico» è un piccolo capolavoro: racchiude in due parole l’intera ambivalenza carnieliana, dove terrore e bellezza si fondono in un’estasi tragica.
Le ellissi dilatano il tempo, trasformano il verso in un limbo di esaurimento, e il lettore si ritrova a respirare con affanno insieme al poeta.
Sul piano retorico Michele Carniel dispiega un arsenale di figure che non servono a “abbellire”, ma a incidere:
l’asindeto brutale («sangue, ossa, respiri, poco altro mi sollevano») che accumula detriti esistenziali senza fiato;
l’ossimoro strutturale («salvezza innaturale», «splendido panico», «ferita bellissima») che tiene insieme gli opposti insanabili;
l’anafora dai tratti litanici («Dimmi Padre… Dimmi…») che trasforma l’invocazione in accusa ossessiva;
le parentesi quadre che isolano voci interiori o comandi paradossali («[Masticare senza offendere l’acqua!]»), come frammenti di un inconscio collettivo;
l’ellissi e gli spazi bianchi che fanno del silenzio una presenza fisica, quasi un personaggio.
Questa retorica frammentaria e accumulativa un poco richiama – con tutte le dovute differenze di temperatura e di epoca – la lezione di Giuseppe Ungaretti, soprattutto quella de L’allegria: il verso spezzato, l’asindeto che mozza il fiato, l’uso estremo dell’ellissi per catturare l’essenza nuda dell’esistenza.
Ma se in Ungaretti il frammento tende spesso verso un’epifania ermetica, in Michele Carniel resta ferita aperta, grido strozzato, eros che sanguina. 
Ungaretti illumina d’immenso; Michele Carniel inchioda al proprio corpo mortale.
Il lessico della raccolta è un altro piccolo-prodigio: mescola il vocabolario eucaristico (ostia, piaghe, Cranio, amen) con una carnalità spietata (vertebre, placenta, orgasmi spariti tra le ossa, linfa obbediente), creando una profanazione che non è mai gratuita, ma sempre necessaria. Il risultato è una poesia che fa male perché è vera: non consola, non redime, non mente: testimonia.
In chiusura, con la dedica al poeta Armando Saveriano, vero Maestro dell’autore, e l’immagine finale del «morto» che «basta» a se stesso, Carniel raggiunge una lucidità quasi insopportabile, eppure bellissima.
D’amore, chiodi e silenzi, concludendo, non è un libro da leggere con distacco. È un libro da subire, da portare dentro, da lasciar sanguinare. È la prova che la poesia italiana contemporanea sa ancora essere urgente, viscerale, indispensabile. Michele Carniel ha scritto un’opera che non si dimentica. E che, forse, non ci lascia dimenticare noi stessi e il nostro portato di sofferenze, da un lato, la nostra capacità di farne Parola Poetica, dall’altro.

il caporedattore - Sergio Daniele Donati


NOTE BIOBIBLIOGRAFICHE

Michele Carniel, nato il 15 gennaio 1978 a San Donà di Piave, dove attualmente vive. Lavora come progettista navale a Marghera (Ve).
Nel 2019 pubblica per Sillabe di Sale editore la prima silloge “Tra il Piave e la luna”.
Nel 2020, 3 poesie sono state selezionate per l’antologia di poeti contemporanei “Kairos” (CTL editore).
Nel 2023 pubblica “La strategia del respiro” per Terra d’ulivi edizioni.
Nel 2023 vince la prima edizione del concorso nazionale di Poesia “Le muse di legno”.
Nel 2023 riceve un encomio d’eccellenza per una Poesia alla decima edizione del premio internazionale “Città del Galateo”.
Nel 2024 è stato pubblicato “Heroides” per ‘Readaction edizioni’, dove compare con un testo in prosa.
Nel 2024 è presente con tre poesie nell’antologia “Versi senza voce”, (edizioni Ensemble).
Nel 2024 è presente con 3 poesie nell’antologia “Poeti del quotidiano prossimo all’infinito” (Edizioni Croce).
Nel 2025 pubblica “D’amore, chiodi e silenzi” per Puntoacapo editrice.
Nel 2025 è presente con 2 poesie in “Sillabe e inciampi”, antologia i cui proventi verranno interamente devoluti al finanziamento dello spazio diurno del Centro Heta di Ancona.
Nel 2025 è presente con un testo in prosa nell’antologia “Anteprime – le prose liriche di Finestre”.
Nel 2025 è presente con quattro poesie nell’antologia “Incendiamo stelle invocando l’alba” (Edizioni Croce)
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