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Venerdì sera (di Patrizia Pieri)

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Foto di Sergio Daniele Donati Racconto pubblicato su concessione dell'autrice Patrizia Pieri La conosceva da soli tre mesi, ma una cosa così grande nella sua vita non era mai accaduta. Sin dal primo incontro l’aveva subito “sentita” dentro di sé in modo profondo, e, se è vero che non aveva mai faticato troppo per ottenere un incontro con quante desiderava conoscere, con lei aveva impiegato tre mesi prima di combinare realmente un appuntamento. Tra gli impegni prenotati con notevole anticipo, le scadenze da rispettare, i messaggi urgenti e imprevisti in segreteria telefonica, lei aveva sempre rimandato, ma poi, a parte l’attesa, era stato un susseguirsi d’incontri fino alla sera fatidica in cui avevano trascorso la notte insieme. No, una donna così non aveva avuto neanche il tempo d’immaginarsela, c’era qualcosa in lei d' inspiegabile, qualcosa sì d’indefinibile ma così forte che non riusciva a togliersela dalla testa. È vero: pensava sempre a lei, soprattutto dopo quella notte.

Le vesti (la scrittura che strappa)

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  Foto di Sergio Daniele Donati scrittura esile/scrittura esule Due anni.  Per due anni  parole, lettere, segni  mi hanno lacerato  le vesti.  Che al corpo che sanguina,  all'anima che declina,  si devono togliere  (presto)  le vesti.  Erano turbini  (benevoli e violenti)  e prendevano a schiaffi  volti coperti d'oblio.  Cercavano altro,  dentro la ferita.  E strappavano  (svelte e violente)  le vesti.  Due anni per carpire  il valore sacro  del vento  freddo  sul volto.  Brezza gelida  che squaglia la pelle,  e entra dagli occhi  e toglie le vesti  a un corpo  che sanguina,  a un'anima  che declina,  a un'anima  che fibrilla,  e lancia in cielo  S.O.S a forma d'uncino.  Due anni per togliermi  le vesti  e stendere balsami e unguenti  su un corpo che sanguina  e un'anima che declina.  Parole e lettere e segni  (violenti e benevoli)  mi hanno stesso sul tavolo  chirurgico  (presto, presto, lo stiamo  perdendo).  E mi tagliavano  (violente, veloci e benevole)  le

E ora tango (Oblivion) – La danza dell'Amore

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Ti tengo lontana, che sai di mare. Ti tengo vicina, che sai di ginepro. E quella nota tenuta, sensuale, è un urlo, bambino, acuto. Un dondolarsi lento, sopracciglia alzate occhi umidi, ti tengo lontana che sai di calce, vicina che sai di ribes Ti tengo lontana che sai di cielo. Ti tengo vicina che sai di mamma. E torni e vai e torni, ancora. Onde. Ti tengo lontana, ti tengo vicina. E sogni e sogni E ancora pieghe, pieghe. Ti tengo lontana e vicina. E schiaffi e addii e ti tengo vicina e lontana, ancora. E torni e vai. E muovo il piede su asfalti bagnati su arie buone d'oblio. E vai e torni E ti tengo vicina e lontana e vibra lento e pulsa il ventre e vai e torni e ti tengo vicina e lontana. Che sai di mare e di ginepro di mamma e d'oblio

La danza del perdono e del ritorno (Tikkun)

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Poi tutto torna al suo posto (al suo naturale e legittimo posto).  E tutta l'energia che hai messo nel desiderare mediazione e rimediazione, nell'impulso al tuo personale Tikkun, si manifesta in un solo semplice gesto di accettazione.  Ti fermi e accogli i tuoi limiti, quelli di allora.  Il presente sana un passato vorticoso e un poco folle.  Il tempo non pone a tutto balsamo, eppure tu non hai smesso di desiderare, di ricevere e donare, perdono. Mai!  Anche quando niente sembrava avere un senso, non hai ceduto mai alla tentazione di negare un significato a ciò che avveniva.  Giorno dopo giorno, con faticosi passi, nel buio più totale, hai saputo immaginare la luce.  Hai saputo farne un progetto.  Ora tutto ti pare semplice, persino evidente; e della fatica, delle notti insonni, o dei sogni troppo pesanti per farne parola, restano solo tracce nei peli ormai grigio-bianchi della tua barba.  Quel gesto di mediazione e rimediazione che hai ora con tanta facilità compiuto, non nasc

Arpeggi e cicale

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  Rachmaninoff – Adagio del piano concerto #2 in C Minor, Op. 18 Io ti raggiungerò, padre, nel luogo designato, ti raggiungerò; a passo felice con i chiodi nelle scarpe, ti raggiungerò e a nulla varranno le cetre e i liuti,  là,  dove il suono della fonte sarà sovrano,  dove lo scacco sarà pedone. Io ti raggiungerò,  e sarà sorriso che unisce, padre e sarò di nuovo figlio,  del vento e delle cicale, come allora,  e il sasso che rimbalza  cricchetto, ricochet, grillo salterino. E rideremo rideremo,  come non abbiamo riso allora, e la risate si alzeranno come vele,  padre, e ci porteranno nel luogo  che i nostri occhi hanno sognato lontano, lontano, e sarà musica di cembali  e flauti e liane a cui appendersi, e sarò figlio del vento e delle cicale, e sarai figlio del vento e delle cicale. Io ti raggiungerò, padre,  e immergeremo i piedi nella neve che si farà scherzose beffe dei nostri “ohi che freddo, ohi ohi”, e rideremo, rideremo padre; e di lontano un corno inglese ci dirà che è 

La grande tela

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  È una tela enorme. Così grande che si fatica a percepirne i contorni.  Così immensa che sembra contenere tutti i colori, tutte le loro sfumature possibili.  È un quadro talmente grande che ognuno ci legge e vede cose diverse.  Ritratti, scene di battaglia, paesaggi campestri, persino dei canali veneziani con le gondole nere su riflessi vibrati dell'acqua.  Chi ha un animo infantile e sognatore pare che riesca leggerci palloncini e mongolfiere e zuccheri filati alle fiere del villaggio.  Piero lo guarda, entrando nella gigantesca sala del museo, e ne rimane colpito.  “È un quadro davvero gigantesco”, pensa.  E sente che quella scena di caccia al cervo gli ricorda qualcosa.  Forse le sue vacanze in Inghilterra di tanti anni prima.  Coi prati perfetti, senza un filo d'erba fuori posto, e la boscaglia fitta nella quale sembrava di percepire il richiamo a antiche saghe e battaglie medievali.  Mentre il bimbo al suo fianco si lecca le labbra alla vista delle ciambelle fritte della

Simmetrie

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Seduto, la schiena dritta, solo al tavolo, tace.  La simmetria delle sue posate trasmette un senso di immutabilità o di disturbo possibile.  Nessun gesto di nutrimento può avvenire senza che quella simmetria venga interrotta, spezzata, distrutta.  Il bicchiere di vino rosso, non viene toccato e il suo livello di riempimento corrisponde esattamente ad un terzo di quello della caraffa d'acqua frizzante al suo fianco.  Guarda nel vuoto.  Pensa? Ricorda? Progetta? Non so dire.  La simmetria dei suoi silenzi non può essere spezzata da una interpretazione esterna.  Semplicemente tace e, forse, ricava, da quel silenzio il senso profondo del suo vivere.  Il vociare del locale – ne sono certo – non è per lui di nessun disturbo.  Sono su un altro piano le sue riflessioni. Un piano inclinato, obliquo, ruvido e tenace.  Lui ci si aggrappa, come lo scalatore su una parte verticale quasi liscia, approfittando di ogni minima asperità del muro per tenersi nel vuoto.  Per non cadere nell'abisso

Lettere a una persona speciale (41-56)

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Dipinto di Lucian Freud 41 Asimmetrie  Oggi ho giocato con la mia immagine, e in fondo lo faccio ancora. Anche se ora lo faccio in modo più serio. Perché quando osservo il mio volto lo vedo che è il regno dall'asimmetria. E sorrido di questo mio essere sempre un po' a destra, o a sinistra, in ricerca di un centro. Il mio maestro la chiamava claudicanza. È un valore positivo. È la ricerca della stabilità a partire dei propri limiti. Umanità insomma. Ho sempre percepito le periferie del mio corpo, i suoi squilibri come un dono. I miei occhi sono diversi, nel colore e nel posizionamento, ho il naso storto e rotto (benedetto aikido). E questo, lo so, significa che l'occhio destro vede "altro" rispetto a quello sinistro e la narice destra odora "altro" rispetto a quella sinistra. E tutto questo si mescola, come si mescolano, apparentemente a caso, le mie parole ora. Poi mi rileggo e un senso in ciò che scrivo lo percepisco. E però un centro esiste, petalo, e

Lettere a una persona speciale (31-40)

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  Foto di Francesca Woodman 31 Woodman  Un anno fa circa scrissi su questa immagine qualche piccola parola. Erano altri momenti e le intuizioni di allora erano guidate dalla necessità di risorgere. Ora, dopo più di un anno, posso dire di essere altrove. E mi guardo indietro e sorrido perché in questa magnifica foto di Francesca Woodman era già scritto tutto. Il percorso, il petalo che lo avrebbe guidato e pure la necessità di spoliazione da inutili strutture linguistiche e relazionali. È bello, petalo, a volte girarsi indietro per vedere il percorso che si è svolto senza temere di trasformarsi in statue di sale. La vetta è ancora lontana ma mi fermo un attimo a bere acqua fresca felice dei passi svolti sin ora, cercando la tua delicata ombra. 32 Aikido e la via della delicatezza  Era il 1997. Il grande maestro di aikido André Cognard venne a Milano per la presentazione del suo libro e per un seminario di pratica di tre giorni. Fu un po' un evento. Durante il seminario passava a cor

Lettere a una persona speciale (21 - 30)

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L. Fontana 21 La gioia d'un incontro  La gioia di un incontro dicevo tra me e me. E un piccolo sorriso mi mutava l'espressione. Poi finita la telefonata, come spesso avviene, quel sorriso si è trasformato. In scrittura. E io scrivo, l'avrai capito di mondi da me visitati anche nel sogno. Sogno e segno. Di qualcosa che avanza. Lento. Come le tue cadenze. Come i tuoi gesti. Come le tue assenze, mai definitive, sempre con tracce dei tuoi "tornerò". E poi, lo sai, io sono gufo, e l'altro e l'altrove mi attirano, sempre. Come i richiami per gli uccelli. E allora certo dell'incontro la gioia; ma anche lo stupore, lo stordimento, il non sentirsi adeguati, non ancora, e poi "sì lo sono, lo siamo" fuori dalle nostre timidezze. La gioia di un incontro dicevo. E in questa formula usata, abusata, monotona e monotóna, ci mettevo un cuore che batte. Forte. Maschio. Anche quando ogni tanto salta una battuta. E mani che hanno vissuto e un naso che ha odorato

Lettere a una persona speciale (11 - 20)

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  11 Lino  Lo sai è un errore, forse il più grave, disperare. Che la disperazione è solo un altro modo per dire "fine". Ed è anche un errore, certo più tenero e umano, affidarsi "solo alla speranza". Che nulla arriva di buono nella vita se in un certo senso non lo si chiama. Bisogna imparare l'equilibrio, l'arte antica del funambolo, la corda tesa tra due stelle e lo sguardo nello spazio. Infinito. E poi bisogna saper scegliere il tipo di corda. Per alcuni è il filo spesso di metallo a infondere sicurezza al passo. Altri preferiscono la canapa, che ha un sapore di antico e se ti sostiene è con le fiabe. Io, che sono un mezzo poeta pazzo (l'altra metà è un serio avvocato), ho scelto il filo di lino, il più fragile e sottile. Eppure è quello sorretto da magiche e fatate presenze e, se l'intenzione è pura, non si spezza. E non è stato solo il poeta pazzo a scegliere il lino, anche l'avvocato ha dato il suo imprimatur alla decisione. L'ha fatto c