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Tutto tranne che l'amore (Parte Seconda)



Écritures d'antan
Parte Seconda
Mentre Pietro dorme - Portogallo

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Capitolo Primo - Mentre dormi

"Giochi infanti" foto di Sergio Daniele Donati

Louis Spohr
Concerto per violino No.8
( esec. Jascha Heifetz )
Evocazione
Mai fu detto 
alle stelle
il sogno della luna
Notte di sogno. Adagiata e stanca.
Notte antica. Lunare e lagunare. 
I sogni, Pietro, comunicano tra loro.
Confluiscono nel grande lago dove le nostre speranze trovano fecondi limi.
Fanghi verdastri con cui sporcarsi i volti, giocando agli indiani e colorare i nostri capelli fingendo di essere sciamani di tribù disperse (dalla memoria).
I sogni, Pietro, hanno appoggio nel mondo delle nostre narrazioni e scorrono lenti in terre inesplorate.
Lanciano messaggi da decifrare con cautela, al momento del risveglio; da cullare nel ricordo dei primi attimi in cui il raggio di sole mattutino si posa sulla tua fronte.
L'eco del nostro ultimo racconto ancora canta nella mia mente, Pietro, e osservo il tuo respiro. Profondo e regolare, batte come la mazza di un tamburo sul mio sterno.
E questi due aggettivi mi parlano, stuzzicano i miei neuroni, come un monito.
Un invito imprescindibile a regolare le mie profondità, a farne oggetto di culto.
Non è poi così difficile, Pietro, toccare con mano inesperta la profondità del proprio animo.
Richiede invece enorme perizia la capacità di risalita.
Non siamo dotati di branchie, e ricaviamo l'ossigeno solo in superficie.
Né si può risalire, Pietro, troppo veloce.
Si deve saper sostare il giusto tempo nel sommerso per evitare embolie, compensare le pressioni che dal profondo ci attirano verso un luogo fertile, sì, ma pericoloso.
Tu tutto questo ancora non lo sai, ma lo conosce per certo il direttore d'orchestra dei tuoi sogni.
E ti guida in questo momento sicuramente nella tua stanza azzurra - forse ha altro colore - dove (ne sono certo) saprai lasciar sedimentare le parole che ci siamo scambiati e trasformare in progetto di vita il taglio nostalgico delle loro note.
Io provengo da un'altra storia, Pietro; una storia che cerco di narrarti per simboli, perché non sia troppo acuta e pungente per la tua mente.
O certo, potrei evitare di raccontarla. Ma quel non detto metterebbe radice dentro di te, come una pianta malsana, come una voce afona nel tuo cuore.
Un padre è anche questo, Pietro, un ammasso scomposto di titubanze e incapacità; e sogni e aneliti.
E, se trasmette qualcosa, lo fa solo perché cosciente dei suoi limiti.
Essere padre, figlio mio, significa dar voce ai propri limiti, perché divengano luogo di crescita e volo per le giovani ali.
Tu dormi e io penso. Avviene spesso.
Tu dormi e io mi immergo nell'ascolto delle parole che abitano la mia mente e cantano, da sempre, nenie consolatrici e antiche.
Succede spesso.
Del bisogno di essere consolati, Pietro, non bisogna vergognarsi mai.
E io attingo alla credenza delle parole, delle lettere, come si attinge alla tua età al vasetto di marmellata.
Mi riempio dei loro suoni dolciastri e agri, me ne sporco i baffi e la barba, ne faccio indigestione.
Tutte le notti, mentre dormi, mentre il silenzio in casa si fa portatore di ispirazioni profonde.
E tace il desiderio di immersione.
La notte è la mia sosta di compensazione, Pietro. Il momento in cui regolo le diverse pressioni ( esterne e interne ) e, lentamente, riemergo.
Lo faccio spesso di notte. Così di nascosto, senza farmi vedere.
Tu dormi e io ti guardo. Accade spesso.
E potrei scrivere enciclopedie su un solo tuo respiro.
Per un padre, Pietro, il respiro del figlio assume colori e tonalità del dominio del blu.
Manifesta il senso profondo della sua stessa esistenza.
C'è una sacralità, Pietro, nel sogno di un figlio che ogni padre percepisce dalla prima notte di vita comune.
Le notti in cui un figlio dorme sereno sono i mesi di gestazione di ogni padre.
Sono i nostri nove mesi di gravidanza, in cui comunichiamo il desiderio di vita completa a chi non ha mai abitato il nostro ventre ma, per certo, ha danzato nella nostra mente da sempre.
Un figlio, Pietro, per un padre è un passo.
Anzi, è il passo di valzer dei desideri.
E il desiderio, lo sai, dalle stelle proviene e alle stelle ritorna.
Arricchito dai timbri della tua dolce voce e della mia, vissuta e roca.
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Capitolo Secondo - Il flusso

"Fiducia" di Gabriella Candida Candeloro 

Unico Wilhelm Van Wassenaer
Sei concerti armonici
( esec. Thomas Furi - Camerata Bern )
Evocazione 
Imparerai col tempo
la lenta cadenza e
il caldo abbraccio di
Omero
Notte fatata. Implorante e lenta.
Notte di stelle. Sognanti e lontane.
E le lettere danzano, Pietro, incuranti del battito di una natura che riposa.
Danzano su sfere sospese là, oltre il cielo.
Prima di essere dette, le lettere danzano in cerchi magici. Fra loro.
Sono ritmi antichi, danze popolare e di invocazione. Sacre e potenti.
Poi le lettere calano, come stormi d'uccelli d'autunno, secondo forme variabili e ammalianti.
E, sfera dopo sfera, raggiungono i tuoi occhi chiusi al mondo esterno (aperti a quello dei significati). E si insinuano nelle apnee del tuo respiro, lento.
Divengono sogno, linguaggio, messaggio.
Imparerai col tempo a dare forma ( simbolo e trascrizione ) alle immagini che le lettere formano di notte nella tua mente.
Ma per ora lasciale danzare dentro di te, come in un rito antico e preparatorio.
Tuo padre, Pietro, vive due sogni. Il tuo sorriso e la danza delle lettere ne sono i protagonisti.
E, mentre dormi e io penso, prende corpo una storia nuova.
Vorrei raccontartela al tuo risveglio.
Tra profumi di uova col formaggio e marmellate, vorrei fartene dono.
Fuori dal bosco magico, Pietro, esiste un luogo (altrettanto fatato) ove s'incontrano da sempre le menti più acute.
Un luogo in cui ci si siede l'uno davanti l'altro, senza riconoscersi.
Divisi da un tavolo, sul quale prendono vita trentadue personaggi d'ebano e avorio.
Ci si siede e si dà vita alla più antica rappresentazione dell'umano limite.
È il luogo dove i re capitolano, inciampando, e le regine hanno poteri inenarrabili; dove otto piccoli soldati difendono linee immaginarie e torri di guardia si muovono su colonne di fuoco.
In quel luogo (in quel tempo) giovani stalloni compiono balzi cosmici verso il futuro (o il passato).
E giovani cavalieri incrociano le armi sulla diagonale del loro ardore.
È un luogo di speranza e trasformazione dove è assente ogni distinzione di genere, specie e rango.
Solo in quel luogo, infatti, è concesso, anche al più piccolo dei soldati, il sogno di trasformarsi, dopo un lungo e periglioso tragitto, in regina, in cavallo o in cavaliere.
Ma ora dormi, Pietro; è ancora notte. E lontano sento suoni di cembalo e liuto a protezione del tuo sogno.
Non è il mio, certo, ma canta musiche celestiali per il mio orecchio. E io piango.
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Capitolo Terzo - Il flusso (continua)
" Da dove provengo?" foto di Sergio Daniele Donati
Klaus Schulze
Irrlicht
Evocazione
Flussi antichi e sanguigni,
etiche monche,
ritardi nel dire,
iati senza tempo
ti innalzano
e rendono uomo
Questa è la notte in cui si prepara il flusso, Pietro.
E incede lento e inesorabile ( e senza senso ) il canto delle mie parole.
Ne vedo i fuochi di lontano, sento i loro tamburi di guerra avvicinarsi.
Stanotte io scriverò.
Mi farò strumento d'una scrittura spontanea, senza vincoli, atavica e inedita.
Anche alle mie orecchie.
È una scrittura benedetta dal tuo sogno, da questa lenta e densa notte in cui il silenzio non prepara nulla se non un ordine, un'imposizione, un imperativo antico: Scrivi.
La musa canta, nei silenzi del canto monotòno dell'assiolo.
La musa impone e dispone.
E io, suo servo, prendo penna e carta. E scrivo.
Scrivere è atto di sopravvivenza, sì. Ma non solo per chi scrive.
È l'atto estremo con cui la scrittura procrastina il giorno della sua morte, nel silenzio.
Sopravvive sempre, la scrittura, alla sua stessa fonte.
Rifiuta di tornarci, recalcitrante, capricciosa.
Rifiuta il suo nutrimento e urla, grida al mondo la sua insistente volontà d'esistenza.
E questo urlo richiama memorie, neglette, dimenticate, nascoste nelle pieghe di una vita che non è più la mia.
La musa impone e dispone, Pietro.
Trasuda ricordi da trasformare in lemmi, da ogni poro della mia pelle.
E bussa, batte forte sulla pelle d'asina del tamburo di chaque ma blessure.
Là, in quelle pieghe ( tra quelle piaghe ) nacque millenni fa la mia salvezza.
Il balsamo che lenisce, ardente, ogni ferita.
Là, in quel tempo onirico, cominciò la danza mia, la seduzione unica a cui io, recalcitrante, cedo.
Quella della parole.
Sono un guerriero dalla spada rotta, brecciata, scheggiata, figlio mio.
Ma mantengo alta la promessa a ogni respiro.
Io non dimentico perché scrivo. Io scrivo per non dimenticare.
Senza struttura, senza visione. Scrivo per scrivere, e scrivendo ricordo.
E ricordando lenisco.
E il balsamo mi trasforma, mi rende uomo, rinnova il patto e mi fa crescere.
Così funziona tuo padre, Pietro.
Ogni scrittura per me è atto di resa.
Una campana che rintocca la mezzanotte e mi richiama a voli notturni, da gufo.
Solitari e visionari.
E poi tace, che il volo del gufo è silenzioso e cala sulla preda senza farsi intendere.
Questo è tuo padre, figlio mio.
Tra le pieghe della sua barba, tra i sorrisi a mezza bocca e le tenerezze, si nasconde un cavaliere caduto di cavallo tempo fa.
Un guerriero del tempo antico la cui arma non è la spada, né la mazza ferrata ma una vecchia penna stilografica.
Una piuma di gufo, di rapace, vuota all'interno, leggera e potente.
A quell'arma io dichiaro la mia sconfitta ogni notte, figlio mio e me ne faccio tramite.
Come il samurai con la sua spada, nella fiaba dell'altro giorno, ricordi?
Imparerai, Pietro.
Che siano occhi seducenti di gatta o lemmi arcani a sedurre il tuo cammino tu non resistere.
Cedi. Lasciati trasformare e torna alla tua sorgente, poi, rinnovato.
Non resistere a ciò che ti invita nel mondo Altro.
Uscire da sé per ritornarci giocosi, Pietro, è l'unica via per dirsi uomini.
Una strada impervia, forse, ma piena di gemme preziose da cogliere tra fanghi e muschi nel cammino.
Arrenditi a ciò che è più grande di te, per essere in quel mondo che ti si dipana davanti, esplosivo come un atomo, deflagrante come il tuo nome, plurale e collettivo, come i tuoi volti.
E ora il flusso si ferma. Si fermano le mie parole arcane, misteriose, inadatte a una giovane mente come la tua.
Resteranno tra le pieghe di questo scritto.
Resteranno memoria di tuo padre da cogliere quando sarai pronto per farlo.
Allora ti ricorderai di questo cavaliere dei lemmi, di questo schiavo della parola, caduto di cavallo ( la spada rotta ) capace di trovare in una piuma di gufo il suo nuovo strumento per circoncidere questo mondo.
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Capitolo Quarto - Ricordo e confessione
"i passi infanti" foto di Sergio Daniele Donati
Johan Sebastian Bach
Invenzioni BWV 772-801
( esec. Glenn Gould )
Evocazione
La tua lentezza
sia segno di un
intento feroce e
atroce
Tu dormi, sogni.
E io ricordo, mentre la notte ( lenta ) manda alle mie narici profumi di “belle di notte” e cieli stellati.
Ricordo voci e il volto del mio maestro.
Si rivolgeva a me con la delicatezza di un petalo e la durezza d'un diamante.
“A ben vedere”, mi diceva mentre lo ascoltavo timidamente, “non si può rinunciare al proprio ruolo nel mondo nel nome di una visione ascetica della vita”.
E continuava: “L'ascesi può essere una scelta temporanea, per comprendere. Ma ogni consapevolezza in qualche modo va riversata nel grande prato dell'umanità, perché ne venga irrorato. È nel prato che nascono i fiori. Sul palmo della tua mano la goccia prima o poi evaporerà.”
Io non capivo perché mi dicesse questo, che l'ascesi non è certo nelle mie corde, Pietro.
Io, ormai lo sai, sono vincolato a terre e fanghi e da loro ricavo ogni faticosa mia certezza.
Il volo d'aquila mi risulta difficile. Da sempre.
Sono un uccello da boscaglia fitta, abituato a farsi strada tra rovi e fogliame.
I dirupi e il volo tra le nuvole non è il mio.
Sono un rapace notturno e la vicinanza al sole mi acceca e confonde il mio percorso.
Nasco e inciampo in penombre fertili, Pietro e, dalla penombra, intuisco l'Altrove.
Da sempre, Pietro
E poi desiderava veramente che gli parlassi dell'abbandono, dell'urlo, dello strappo, del contenitore di cristallo che si rompe, in mille pezzi che, come pensieri, cadono al suolo?
Era certo di essere abbastanza maestro da poter concepire il mio abisso senza fondo, fatto di domande senza risposta, di gesti senza senso, di sguardi che null'altro urlano al cielo se non: “Guardami”?
Un buon maestro Pietro sa dove può arrivare la mente dell'allievo e io allora non ero pronto; dentro di me bussava forte un malessere, una incapacità di distacco e di comprensione.
Stavo emergendo dalla palta di un passato scomodo, Pietro, e l'ascesi per me rappresentava solo vertigine o sogno. Un sogno dal quale volevo liberarmi.
O forse tutto questo lui lo sapeva e provocava, da vero alchimista dell'anima, la mia rinascita.
Forse.
Dopo avermi parlato, taceva e il silenzio mi riempiva le vene di rabbia; più del whisky che ingollavo ogni sera a grandi sorsi, come fosse acqua.
Di nascosto per non farmi vedere.
Taceva e il suo silenzio mi incitava a parlare.
Il suo sguardo attizzava il fuoco della mia bramosia di narrazione.
E allora narrazione fu.
Ma c'era un prezzo da pagare, un prezzo caro, Pietro.
E il mio maestro la sapeva.
Sarebbe giunto il momento in cui gli avrei chiesto di dire una parola e quella parola soltanto.
E sapeva di non potersi esimere dal pronunciarla, perché quella parola, Pietro, era l'oggetto di un patto silenzioso.
Una sua parola contro milioni delle mie.
Una parola sola che inglobasse e superasse tutte le altre, come un figlio supera di gran lunga la somma dell'ovulo e dello spermatozoo che gli hanno dato vita.
Quando i nostri silenziosi patti furono chiari, le mani strette, gli sguardi incrociati, ci sedemmo a quel tavolo.
La luce era forse troppo forte.
Davanti a noi una bottiglia di vino (francese ricordo) e le sigarette.
Iniziai la mia prima narrazione. Te ne riporto i contenuti qui, Pietro.
Il racconto al mio maestro 
Esiste una verità nascosta, nascosta anche a se stessa, inesprimibile, ineffabile.
Alta.
Quella verità, che alcuni chiamano silenzio, ha un suo messaggero: il vento.
Al contrario del silenzio, il vento non tace mai.
È sua funzione riempire di parole, a volte senza senso, il messaggio del silenzio.
Il vento nasconde il silenzio dietro le parole (dentro le parole), e lo rivela come in un gioco di bimbi sulla spiaggia, quando le biglie dei ciclisti si coprono di sabbia e non si riesce più a riconoscerne i volti.

(Mi guardava con sguardo intenso il mio maestro. E io volevo solo che ricordasse il nostro patto: una sola sua parola di silenzio contro milioni di mie costituite di vento. Decisi allora di raccontargli un mio sogno della sera precedente). 
“ C'era un grande temporale.
A me la pioggia non spaventa mai, anzi esalta.
Innalza i miei sensi, le mie intuizioni.
I pensieri prendono la forma delle precipitazioni: voraci e tempestose se la pioggia è violenta, nostalgiche e malinconiche nei giorni di pioggerellina lieve.
Ognuno di noi ha un suo tempo guida.
Ci sono persone che intuiscono solo dalla penombra, e io sono tra loro, altri che hanno bisogno di una luce che acceca, altri ancora della più totale oscurità.
Dunque, nel sogno, non appena la tempesta si scatenava, uscivo di casa come attratto da quel rovesciamento di acque e ho cominciato a passeggiare.
Giunto a circa duecento metri da casa mi dovevo però fermare.
Un bimbo mi guardava, immobile, sotto una pioggia torrenziale.
Era molto piccolo e non credo che fosse anche lui lì per cercare di dar forma alle sue intuizioni.
“Cosa ci fai qui da solo”, gli chiedevo preoccupato, “dov'è la tua mamma?”.
“Non sono solo e non ho una mamma”, mi rispondeva calmissimo.
“Abiti vicino?”, gli chiedevo.
“Abito nel bosco della città”, rispondeva.
E poi si metteva a ridere, che mi sembrava che ridesse di me, e io ci rimanevo male.
“Mi trovi buffo?”, gli chiedevo.
“Sì, da sempre, e lo sai”, rispondeva, continuando a ridere.
“Cosa c'è di buffo in me?”, gli domandavo irritato.
“Credi di essere l'unico? Ma nel buco ci sono cascati in tanti, sai? Questo mi fa ridere sempre un sacco”, rispondeva.
“Perché?”, chiedevo perplesso.
“Perché è ridendo che si esce di lì, cretino”, diceva improvvisamente serio.
Poi spariva e io rimanevo lì, sotto la pioggia, a guardare il vuoto che lasciava.
Un vuoto in più nel mio ventre.”


Il maestro mi guardò: uno sguardo indecifrabile.
Poi lentamente cominciò a parlare.
“Tu ti aspetti una parola da me, vero?”, disse.
“Sì, erano i patti, ricordi?”, risposi.
“Ebbene eccola: dimentica”, disse.
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Capitolo quinto – La parola da non dire

"L'anello di re Salomone" di Gabriella Candida Candeloro 

Sergej Rachmaninoff
Piano concerto #2 in C Minor, Op. 18 -Adagio
( esec. Lang Lang )
Evocazione
Sei nato 
(o non ancora)
già formato
nel muschio antico e
ovattato
È l'ora, Pietro, in cui Ginetta, la civetta che ogni notte si attarda, chissà dove, vicino al nostro terrazzo, lancia i suoi stridi squittii e invoca la dea.
Sì, Pietro, la dea che tace e sorride di questo suo animale piccolo dagli occhi neri come la pece, capace di guardare nell'invisibile.
Il gioco tra di noi si consolida in queste ore, e il tuo sonno mi fa riflettere sul valore di una promessa.
Io di quel “tutto tranne che” continuerò a non parlare.
Ma, lo sai, è una parola persistente, come un tamburo di guerra.
Perché tuo padre, Pietro, è stato forgiato da pietre acuminate a riconoscerne i passi, tutt'altro che lievi, a volte.
Il rifiuto di nominare qualcosa, Pietro, dà potenza al suo nome. Sempre.
Distogliamo gli occhi, Pietro, dal luogo dove il nostro cuore già abita.
È un non dire per abitare, meglio.
Mille volte, Pietro, tuo padre, ha gettato la spugna.
Pugile incallito, di fronte a quell'avversario ha dichiarato forfait.
Il suo cuore non era pronto ad accoglierne i venti.
Però...
Però hai voglia a dire “smetto di credere in quella parola”.
Ciò che cade a terra, lo so bene, a volte non si rialza più.
Viene soffiato via dal vento, come i resti di un giornale bruciato per strada, per gioco.
Ciò che cade (credi che lo ignori?) fa il rumore sordo di un cranio sull'asfalto.
Uno “stump” cui non segue più alito né respiro.
Ciò che cade sotto il ghiaccio d'uno strappo imprevisto ha un suono ottuso; un suono senza suono.
Un grido muto lanciato verso orecchie sorde.
Hai voglia, dunque, a dirmi di smettere di usare quella parola, figlio mio.
Come se non conoscessi ancora il desiderio di dire basta, di sprangare la porta dietro ogni speranza.
Come se...
Ma mi hanno dato ali, figlio. Di porcellana, delicata.
E raccoglierne i cocci ogni volta è sempre più difficile.
Mi stendo a terra, allora. Mi faccio cuscino morbido sotto la tua caduta.
Perché cadrai, figlio mio. Cadrai mille volte sotto il suono guerresco di quella parola.
E io sarò lì. A raccogliere le tue porcellane.
Crollami pure addosso, senza nominarla quella parola.
Non ora; la tua è ancora l'età in cui dorate principesse smuovono rossori sulle gote con un solo sguardo.
Sappi però che quando cadrai - e cadrai - io sarò cuscino sotto di te.
Spezzami pure in fratture scomposte sotto il tuo peso, incrinami le vertebre.
Il tuo cranio non toccherà l'asfalto, te lo prometto.
La mia mano lo sorreggerà, impedendo ogni “stump”.
Dovessi rompermi tutte le nocche, e imprecare contro un Dio incapace lasciarti intatto il sorriso, la mia mano impedirà il danno peggiore.
Il tuo alito rimarrà caldo, lo sento.
E, col tempo, volerai ancora.
Verso quella parola che, riconosciuta, farà di te un irriducibile guerriero.
Come ho appreso a fare io, volerai con le ali spezzate.
E sarà un dolce volo planato.
Sarai spinto sempre più in alto da calde correnti ascensionali e mi guarderai, dall'alto.
E ti ricorderai di un padre che si è fatto cuscino per le tua cadute, come tu sei stato memoria dei suoi sogni alti, elevati.
Ora riposa, Pietro.
Mi hanno dato ali, spezzate certo, ma ancora capaci di volo.
Saranno le tue.
Saranno anche le tue.
E la dirai tu quella parola; e sarà tua. Per sempre.
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Capitolo Sesto – Il ritorno (Albe)

"Dall'abisso" di Gabriella Candida Candeloro 



Johann Sebastian Bach
Concerto in Re minore secondo Alessandro Marcello
BWV 974: II. Adagio
( esec. Glenn Gould )
Evocazione
Mai (o sempre, o poi) sono
avverbi e segni della nostra
incapacità di capire
Torna la notte, Pietro, verso il giorno.
Senza strappi, la feconda tenebra si tinge di luce soffusa.
Si riposano finalmente le intuizioni di un padre che osserva da ore il tuo respiro.
E pensa, e ricorda e scrive.
E dice sacro ciò che è sacro ben prima della sua parola.
Un rincorrersi di suoni.
Altari senza nome per divinità dal nome celato.
Le parole e i loro silenzi sono altari per divinità altere.
Tornano finalmente anche quegli intuiti nel luogo della loro sedimentazione.
E si mette il tappo alla penna e si chiude l'astuccio.
E dentro l'astuccio porpora respirano come te, nel sonno, milioni di parole.
Ancora da dire. Ancora da dare.
Non ora, Pietro.
Ora è l'ora del sonno senza sogno.
Tutto torna, in colori pastello.
Tornano anche i colori.
Innaffiano i tuoi giovani occhi di speranza.
E i miei, malinconici, volti a un autunno rosso e ocra.
E chiudo gli occhi, Pietro, e bramo la neve.
O una nave al cui albero maestro legarmi per udire il tuo canto, ogni notte.
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Capitolo Settimo – Pietro

"Il sogno del Giusto" di Gabriella Candida Candeloro 

Johann Sebastian Bach
Adagio, BWV 974
(esec. Glenn Gould)
Invocazione 
Gioia e 
attesa; un filo 
bianco e tenace 
recupera dal sogno 
immensi spazi 
e pause 
lente di rinascita 
“Papà, sei stato sveglio tutta la notte, vero?”
“Sì Pietro. Lo sai, mi succede”.
“Sì ma quello che non so è cosa fai sveglio tutta la notte”.
Ecco, il pitbull si è risvegliato. E io al suo morso cedo docile, sempre.
“Scrivo, penso, ti guardo e ricordo, Pietro”
“Cosa ricordi, papà?”.
“Ogni notte è diverso. Ho un passato possente e tanti ricordi io, Pietro”.
“Ricordi tristi?”
Ecco il morso; fa male ma è inevitabile e ora so che non mollerà finché non avrà la sua risposta.
“Non sempre. Anzi, spesso sono ricordi che mi fanno sorridere”
“E 'sta notte cosa hai ricordato, papà?”.
Taccio.
“Papà, ho fatto un sogno strano stanotte”.
“Ti ascolto, raccontamelo”.
“Pioveva forte e io stavo sotto la pioggia e ridevo di un signore che mi faceva domande”.
Taccio. Tra i brividi.
Poi dico: “scommetto che lo trovavi buffo”.
“Sì ma mi faceva anche tristezza”.
“Che cos'è per te la tristezza, Pietro?”
Sorride.
“Sapere che c'è un luogo dove non posso andare, non ancora”.
“Quella non è tristezza, Pietro, è attesa, preparazione. Tristi sono i luoghi dove sai che non potrai mai andare”.
“Quell'uomo era triste però, papà, anche se ne ridevo”.
“Eppure sono certo che quell'uomo stava tornando nel luogo a lui più caro, Pietro”.
“Forse ma, papà, ogni volta che si ritorna (tipo alla fine della vacanze) non sempre si è felici”.
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Capitolo Ottavo – La richiesta

"Senza titolo" di Gabriella Candida Candeloro 

Johann Sebastian Bach
Adagio, BWV 974
( esec. Glenn Gould )
Invocazione 
So bene, Pietro, 
e ha un senso, che 
non devo cedere all'impulso di narrare, 
subito ciò che bussa forte. 
Ora tutto cresce lento e spinge, come un seme nel sottosuolo. 
La notte è seria. Lancia da lontano significati profondi.
Il mattino invece sorride a chi sa sorridere. E riempie le labbra di Pietro di marmellate e pancake al cioccolato.
Cosa resta della notte al mattino non posso dirlo.
Ma so per certo che, se non mi immergessi ogni notte nelle profondità di un lago a me caro, al mattino non potrei sorridere con lui, seduti davanti a una buona colazione.
Il burro sfrigola nella padella.
Io sono un papà che ama le colazioni salate e Pietro lo sa.
Il dolce deve sempre essere una parentesi inaspettata per il mio stomaco, non un rito quotidiano.
Sento il suo sguardo da pitbull sulla schiena e, mentre cuocio le mie uova, e lui beve il suo latte coi biscotti, mi preparo alla richiesta.
Arriverà e io cederò come sempre.
Arrendersi alla bellezza è ciò che so far meglio; da sempre.
“Papà, mentre facciamo colazione mi racconti una storia?”, chiede.
Ancora di schiena, sorrido. E le uova che sto friggendo in mezzo panetto di burro sembrano occhi sorridenti pure loro.
“Eh, non so Pietro, le storie sono preziose. Non vanno lanciate così in un momento qualunque”, rispondo.
Non devo cedere subito. Voglio che impari a mordere sempre meglio.
È un pitbull, sì, ma cucciolo e non sa di esserlo.
Che impari la potenza nascosta della sua arma più feroce. Il morso che non molla.
“Dai papà. La storia dell'altro giorno era bella, ma ho come la sensazione che sia incompleta”, insiste.
Eccola la mandibola che scatta. Ottimo lavoro Pietro.
“Tutte le storie nascono incomplete, amore. È il lettore o chi le racconta a completarle. Sempre”, dico con aria seria, da vero guru indiano, cercando di nascondere di spalle un sorriso evidente.
“Quando parli così, che sembri un maestro di arti marziali cinesi, mi fai arrabbiare. Non puoi mai fare le cose semplici?”, dice irritato..
Taccio. Ha ragione. Ma no, non posso.
La semplicità è un archetipo, un dono che non ho mai ricevuto. E sono figlio del mio passato, come lui del suo.
“Sai da cosa deriva la parola semplice, Pietro?”, chiedo
“No”, risponde col broncio.
“Da una lingua molto antica, il latino, continuo, “si diceva simplex. Significa senza pieghe. Una cosa semplice non ha pieghe. È chiara, Pietro. Senza incertezza sui suoi significati”.
“E allora?”, chiede tra il sostenuto e l'incuriosito.
Mordi, mordi, cucciolo. Io però non sono una preda facile, sappilo.
“Allora niente, Pietro. Solo che io di cose senza pieghe non ne ho mai incontrate. Tutto mi rimanda ad altro. Un giorno ti devo dire cosa significa simbolo, tesoro, ricordamelo”. La butto lì. Vediamo se abbocca.
“Ma io lo so già cosa vuole dire”, risponde non senza crearmi stupore.
Quando fa così, il saputello, non lo sopporto. È così bello non sapere ancora tutto alla sua età e non capisco cosa lo spinga ad atteggiarsi in questo modo.
“Ah sì? E cosa vuol dire simbolo, Pietro?”. Lo sfido, davanti a marmellate e pancake e uova al burro la domenica mattina.
La sfida più antica del mondo.
Quella tra un figlio che cresce e un padre che cede, senza farsi vedere.
“Simbolo significa una cosa che te ne ricorda un'altra. E se non ti piacciono i simboli significa che non vuoi ricordare. E se non vuoi ricordare non sei una bella persona”, dice tutto di un fiato.
Io odio ricevere degli uno-due, dei diretti al volto, da KO immediato, la domenica mattina davanti alle mie uova al burro.
Ma, è evidente, ho sottovalutato il mio pitbull cucciolo e lui ha morso e ora non molla la presa.
“Bravo, Pietro. Hai ragione. I simboli sono cose che ce ne ricordano altre. Un giorno ti dirò perché tutto è simbolo. Funziona così il linguaggio, per metafore. Ora però ripensa alla tua frase bene. Perché chi non vuole ricordare non è una bella persona?”, rispondo serio.
“Perché non abbiamo diritto di dimenticare. Chi dimentica non permette agli altri di crescere”, dice con la voce alterata.
Taccio e le uova mi vanno di traverso. All'età di Pietro è tutto così meravigliosamente chiaro e semplice; sì semplice.
La ragione è ragione; e il torto è torto.
“Forse però un po' sbagli, Pietro. L'uomo dimentica e, se non potesse farlo, morirebbe. Ti ricordi cosa hai fatto una settimana dopo la tua nascita? Per crescere dobbiamo anche imparare a lasciare andare le cose; non tutto deve crescere dentro di noi”, rispondo con voce morbida.
“Ok, allora da domani mi dimentico come vi chiamate tu e la mamma. Va bene?”, dice. E io non capisco cosa lo irriti nel profondo.
Lo guardo. Ha stretto forte la mandibola, ma l'ultima mossa è mia.
È proprio qui che volevo portarlo.
“Esatto, Pietro. Sei tu che scegli. Ricordare è una scelta; istintivamente l'uomo dimentica. Si alza al mattino e dimentica i suoi sogni. Si addormenta la sera e dimentica le fatiche della giornata. Ma le cose veramente importanti sceglie di ricordarle. Funziona così. Sai da dove deriva la parola ricordo?”, chiedo.
“No”, dice incuriosito.
“Sempre dal latino, Pietro. “Cors” significa cuore. Ricordare significa riportare le cose al proprio cuore. Un atto volontario, amore. Il più antico e potente atto volontario”, dico e, come sempre, quel lemma mi dà i brividi.
Mi guarda.
“Va bene. Ora però mi racconti la storia”, dice.
Fa sempre così. Quando sente di aver perso in una delle sue disfide linguistiche e filosofiche concede il premio di fargli un dono.
Forse dovrei intervenire su questo lato del suo carattere, però non me la sento. È così dolcemente irritante.
“Facciamo così Pietro: dentro di me c'è una storia grande che vuole essere raccontata da tempo. Ma io credo che non sia ancora pronta a uscire. Allora oggi te ne racconto un'altra. Più piccola. Ma vedrai che ti servirà a capire poi quella più grande. Sei d'accordo?”, dico
Mi guarda.
“Ok ma non ti illudere. Io di quella grande non mi dimentico”, dice e ride.
“Lo so e nemmeno io”, rispondo e non rido affatto.
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Capitolo Nono – Un racconto portoghese
"L'albero dell'intuizione" foto di Sergio Daniele Donati
Jewish Sephardic (ladino)
Sien Drahmas Al Dia
( esec. Yamma Ensemble )
Invocazione 
Piedi piccoli e 
alte speranze 
sono segni antichi e 
silenziosi del ritorno 
alla sorgente pura del 
tuo più grande 
ossimoro 
Chiudo gli occhi e penso a Pietro e al suo volto pieno di emozione. 
Una nuova narrazione sta per aver inizio e non so se sia più per dar vita i miei ricordi o ai mondi che avrei voluto abitare.
La mia voce sembra venire da un aldilà; di vita.
Aldilà della vita, la vita ancora.
Sento la mia voce pronunciare la parole in modo diafano, come se non fossi io a parlare, né mio figlio ad ascoltarmi.
Parlo per immagini; trascinate dai ricordi.
E, ne sono consapevole, il mio racconto potrebbe essere spaventevole.
Vorrei gridarlo che ho capito. Il mondo non gira intorno al nostro sentire.
Il mondo ruota intorno al suo asse e ripete, costante, le sue rivoluzioni attorno ad un astro lontano.
Caldo, accecante e, soprattutto, indifferente.
Noi siamo immersi in moti ben più grandi di noi; ben più grandi delle parole che possiamo usare per descriverne i richiami nella nostra anima.
Eppure ciò che avviene sopra la nostra testa ci sembra portatore di significati, unici, solo per noi.
Come se non ci fosse un dato immaturo in questa persistente sensazione di essere al centro dell'universo.
Vorrei urlarlo ma non lo urlo.
Perché sì, a volte, basta chiudere gli occhi e rivedere il significato profondo d'una esperienza profonda per capire che forse siamo noi stessi in rotazione sul nostro asse e ci abbaglia un sole, che chiamiamo con una parola che ho promesso di non dire.
Forse, e ripeto forse, siamo costretti ai nostri solstizi ed equinozi nei confronti di quell'astro.
E l'inverno coltiviamo il ricordo delle primavere e l'estate progettiamo i nostri ritiri silenziosi.
Saggezza è imparare a tenere le giuste distanze da quella parola, affinché non ci abbagli; affinché non ce ne si allontani troppo e non si divenga un astro senza vita in un cosmo freddo e immerso nel ricordo delle sue scintille.
Ecco perché chiudo spesso gli occhi.
Non per ricordare, ma per dimenticare quanto stupido sia ignorare che il grande, l'immenso, ci sovrastano.
E quanto piccolo sia sentirsi degni di fenomeni che hanno avuto inizio molto prima di noi e continueranno nei millenni dopo di noi.
Chiudo gli occhi e racconto certo che Pietro ciò che dirò lo sa già, da sempre.
Da prima della sua nascita e dell'incontro con un padre bizzarro innamorato delle narrazioni e del racconto.
In Portogallo 
Mi trovavo in un piccolissimo paesino sperduto nel centro del Portogallo.
La giornata era torrida; nessuno passeggiava per strada.
I popoli del Mediterraneo d'estate attendono la sera per inondare il mondo delle loro intuizioni, Pietro.
È saggio sapere, Pietro, che il sole acceca e non è portatore di nessuna verità. Abbiamo bisogno di penombre per capire, e ci attardiamo la sera a osservare il cielo, perché è la freddezza degli spazi siderali la nostra guida, non la fiamma potente che ci divora le viscere.
Fuggiamo i falò, i roghi dei libri, le luci potenti, e ci rifugiamo alla calda luce di una candela, immergendoci nelle nostre letture, fatte di etere, e parole dai suoni arcani.
Ricordalo sempre.
La sobrietà portoghese, poi, è un dato di fatto.
È figlia degna del lignaggio di un popolo che ha navigato tra i primi i mari dell'ignoto.
Io sono figlio di un altro popolo, capace di ricavare ricchezza dalla sua miopia.
Il mio popolo, neonato, si è affacciato allo stesso mare e ne ha conservato il ricordo in campi di patate, sotto la dura neve a est, per millenni, prima di poter tornare, Pietro.
Il mio è un popolo cacciato e vilipeso che si è rifugiato in parole sacre da sempre, trasformando i suoi mari in lemmi e figure retoriche e congiunzioni che incalzano e incastrano il futuro al passato remoto con stanghette dorate.1
Un popolo di sognatori il mio, Pietro, capace di trasformare il sogno in progetto e il progetto in realtà.
Un popolo cui nessuna spada cosacca o pistola Luger nazista è riuscita a far dimenticare come brilla il sole sulla Città d'Oro da cui proviene e a cui ha poi fatto ritorno.
Per questo anche il mio popolo di notte per millenni ha inondato il mondo delle sue intuizioni fatte di parole, e stelle. Il mio è il popolo della Luna e delle Stelle.
Le guardavamo dai cieli dell'est immaginando Gerusalemme, Pietro; senza strazio.
Perché lento avanzava tra i nostri occhi il progetto del ritorno. Mai dimenticato.
Questo è il mio popolo, Pietro, ma non pensavo a tutto questo, seduto al bar.
Mi godevo il refrigerio di una fresca birra sotto il sole estivo torrido in Portogallo.
La chiesa davanti al mio tavolino era immensa, spropositata per i quattro gatti che abitavano in quel villaggio.
Ed erano davvero pochi a quell'ora i turisti che, accaldati, si sedevano sui gradini del sagrato.
I popoli del Mediterraneo, e coloro che gli rendono visita, Pietro, d'estate attendono la sera per inondare il mondo delle loro intuizioni, lo ripeto.
Io, figlio di intuizioni boschive e fatte di penombra, allora non lo sapevo e mi bevevo la mia cerveza al bar.
Mi rifiutavo di pensare.
Il signore che si avvicinò a me era di mezza età.
Lo sguardo intimidito, non sapeva come dirmi ciò voleva dirmi; era evidente.
Forse per questo mi stette immediatamente simpatico e quando mi chiese di seguirlo ( doveva farmi vedere una cosa importante ) non feci nessuna resistenza.
Ero giovane, in forma, capace di difendermi e, soprattutto, non avevo che pochi spiccioli in tasca da perdere, in caso di rapina.
E poi Pietro, lo sai, sono curioso come una biscia e chiunque ha gioco facile con me se mi propone un passo verso l'ignoto.
Mi portò senza parlare in una viuzza seminascosta.
Ricordo che su una porticina c'era un cartello piccolissimo: “Sinagoga” portava scritto.
Aprì la porticina e mi invitò a entrare in una stanzetta spoglia contenente solo pochi scarni oggetti dell'epoca in cui il popolo ebraico aveva ancora una presenza importante in Portogallo.
Parlo dell'epoca dorata della Sefarad, in cui i termini cacciata, marranos, judeos non aveva il significato che per la mia gente ha ora.
C'era un'aria pesante e non era solo il caldo torrido a renderla tale.
Portavo con me i lamenti di milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, i propri averi, il proprio futuro per non rinunciare alla propria fede.
Perché da quella terra, ricordai immediatamente entrando nella stanzina, fummo cacciati come animali, costretti a lasciare sulle spiagge portoghesi i nostri averi, i nostri libri, le nostre speranze.
L'alternativa era semplice o partire o abiurare al nostro credo.
Così, in poco tempo, rinunciare ai salmi di Davide, e abbracciare (si dicevano così, sporcando di fango una parola sacra) una fede a noi estranea.
Li portavo con me, proprio lì, quei lamenti, Pietro, in quella stanzetta disadorna, che sembrava una beffa alla storia millenaria della mia gente.
Il signore mi guardava negli occhi. Taceva.
Lo guardavo negli occhi. Tacevo.
Non poteva sapere che ero ebreo, non l'ho scritto in fronte.
Ero solo un turista che aveva abbandonato una fresca birra per entrare in uno squallido luogo di un passato remoto. Il suo, o forse il mio.
Il signore non sapeva che io fossi ebreo, non poteva; eppure sapeva.
Mentre stavo uscendo irritato dalla stanzetta, notai che piangeva.
“ Mi scusi”, disse, facendomi passare.
“Di cosa?”, risposi.
“Di tutto quello ciò che vi abbiamo fatto”, rispose mettendosi le mani sugli occhi tra i singulti.
E poi fui figlio, poi padre e poi fratello di quell'uomo.
Gli posai una mano sulla spalla, ricordo, e piansi con lui. Il figlio delle vittime col figlio dei carnefici, straziato dalle colpe dei suoi avi.
Il figlio delle vittime incapace di parlare che sentiva bussare forte un monito nella mente.
Che il passato ci sovrasta, Pietro.
Il passato ci sovrasta.
Il passato ci sovrasta.

E ride di noi che ancora ci illudiamo di essere così grandi da poter governare le nostre vite e i nostri incontri, Pietro.
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Capitolo Decimo – Pietro e la domanda
"Il domani" foto di Sergio Daniele Donati
Samuel Barber
Adagio per archi, op. 11
( esec. New Zealand Symphony Orchestra )
 
Invocazione 
Ora taccio. Tu, ti prego, resta. 
Solo tu e io 
silenziosi; assieme, 
incapaci (finalmente) 
di parola. 
Inondiamo questo mondo 
antico e possente della 
nostra presenza; liberiamo scintille divine 
all'alba dei giorni tuoi sublimi. 
Chiudo gli occhi.
I ricordi a volte sono parti e dar loro parola pretende un periodo di gestazione, lunga.
Pietro mi guarda, io abbasso lo sguardo.
“Papà”, chiede, “vorrei fare una domanda, ma non so se posso”.
“Certo che puoi”, rispondo.
“Ma riguarda quella parola lì”, dice.
Sorrido.
“Pietro, la regola l'hai imposta tu. Potrai ben fare un'eccezione, no?”, dico con tono scherzoso.
Mi guarda serio. Alla sua età le regole hanno ancora la loro pura sacralità.
Alla mia, invece, si diluiscono in eccezioni, postille, commenti e interpretazioni.
Non sono più scritte sulla pietra, scolpite da mani sapienti.
Divengono morbide come il burro e, forse proprio per questo, fertili e nutrienti.
Ci guardiamo.
“Va bene”, dice, “la faccio. Ma l'amore che cos'è?”.
Benedetto figlio, sacro nome, presenza alata, tu non sai cosa hai appena fatto.
Un padre attende quella domanda tutta la vita. Attende che il figlio chieda a lui, sì proprio a lui, di parlare dei sui campi di battaglia, e quando la domanda arriva non sa come iniziare.
Che dietro la risposta c'è un fiume in piena, per ogni uomo.
Un fiume e gorghi e vortici che danno le vertigini, prima di sprofondarti in abissi di significato.
“Pietro”, dico con voce tremante e lo sguardo ancora basso, “non posso dirti dell'amore in poche parole”.
“Dillo con parole tue, quante ne vuoi”, risponde e la sua voce si fa matura, stentorea, quasi regale.
È un ordine. “Rispondi”, sembra dirmi.
E la fuga non è nelle mie corde.
“Preparati Pietro a una lunga lista, un elenco”, dico senza alcuna saggezza.
“l'amore prende forme diverse come l'acqua e bisogna saperle riconoscere se si vuole crescere sotto la sua guida.”, termino.
“Va bene papà ti ascolto”, dice e fissa i suoi occhi nei miei.
Sembra Hagler contro Hearns, prima di dargli il diretto fatale del ko.
Ha vinto, ancora una volta, e lo sa.
Che cos'è l'amore? 
(in elenco stretto) 
L'amore è un dio, sicuramente minore. Incapace di creazione, il suo dominio è quello della trasformazione. Gioca a “ce l'hai” sulla la tua pelle e poi scappa via, lasciandoti diverso da prima ; incapace di capire cosa ti sia successo.
Accetta il gioco, Pietro, e diverrai ciò che davvero sei. Rifiutalo e, senza rendertene conto, ti troverai a cullare solo ricordi e memorie di ciò che non fu.
L'amore è un vecchio. Balbuziente e sporco, claudicante e denutrito. Ti si avvicina con passo incerto; sputacchia sul tuo volto due o tre sdentate parole. E poi ti guarda, ridendo del tuo viso trasfigurato, tra i due denti gialli che possiede. Accetta quegli sputi come fossero oro e diverrai ciò che veramente sei. Rifiutali e asciugali dal tuo volto e ti trasformerai nella più triste e buia delle notti.
L'amore è una porta. La più sacra e nascosta. Attraversala cosciente di farlo e ti trasformerai in ciò che sei. Attraversala senza saperlo e sarai dannato, per sempre. Non c'è nulla di più triste di un amore che finisce senza aver capito perché, Pietro.
L'amore è un falco. Solca i cieli alla velocità della saetta in cerca di una preda e, quando la vede, cala dall'alto, inesorabile. E la colpisce sul cranio con un becco potente. Cedi ai suoi colpi, Pietro, e ti trasformerai in ciò che davvero sei. Resisti e diverrai brandelli di carne e nutrimento per esseri inferiori.
L'amore è un territorio inesplorato, Pietro, sempre. Anche se ne hai varcato i confini milioni di volte. Ogni sua pietra nasconde milioni di significati. Ogni suo ruscello porta con sé memorie e gemme preziose. Ogni sua valle nasconde parole da non dire e silenzi da urlare al mondo. Entra in quel territorio come se già lo conoscessi e ti perderai nel fitto di inestricabili boscaglie. Entra in quel dominio, anche alla milionesima volta, col rispetto dovuto all'ignoto e diverrai ciò che veramente sei.
Infine, Pietro, l'amore è cura. Cura, cura, cura.
Abbi cura dei tuoi sogni, del tuo corpo, del tuo nome, dei tuoi volti, dei tuoi gesti, dei tuoi silenzi e delle tue parole, sempre. Vedrai che, così facendo, preparerai per la principessa che ti farà abbassare lo sguardo e tremare l'anima, una tavola alla quale lei desidererà sedersi. Prepara l'arrivo del dio, del falco, del vecchio, del territorio e della porta, ad ogni respiro, Pietro. Chiamalo a te. Che l'amore è ritroso e, se non chiamato, non viene. L'amore è timido e, se non invocato, si cela dietro a tronchi di alberi centenari. Prepara il campo, il tuo campo, all'arrivo del più gradito dei tuoi ospiti. Che l'amore è un re che rende visita a mendicanti e pezzenti e sa riconoscere lo sforzo di chi, indegno di lui, della sua presenza, della sua voce ha comunque bisogno.

Taccio. E anche Pietro tace.
“Come faccio a prepararmi?”, chiede infine.
“Sei già sulla buona strada, Pietro”, rispondo, “impara il suo nome in tutte le lingue del mondo e vedrai che verrà”.
“Perché?”, chiede, “non sa l'italiano?”
“Certo Pietro, l'amore parla ogni lingua, anche quelle non ancora nate. Ma ti chiede una cosa per venire. La capacità, almeno una volta (fosse solo per un secondo) di saper cambiare le tue parole”.
Taccio, abbasso lo sguardo di nuovo, e infine aggiungo a bassissima voce.
“Mi è costato un taglio profondo davvero imparare a farlo, Pietro”.________
NOTA
1 In ebraico il futuro si crea aggiungendo una semplice congiunzione al passato remoto. E andai può dunque significare andrò in molti contesti. Sul portato filosofico di questa formazione linguistica non mi dilungherò. Dico solo che è la forma per me più poetica di mettere ogni individuo in un flusso millenario e protettivo di pensiero e vita.
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