In evidenza

Tutto tranne che l'amore

Tutto tranne che l'amore
Écritures d'antan

__________

"Uno è l'Altro" di Gabriella Candida Candeloro 

Capitolo Primo
Sono liquide
Johann Sebastian Bach
Il Clavicembalo ben temperato ( libri I - II )
( esec. Sviatoslav Richter )

Timidezze
Un narrare lento,
raccontarsi piano
per non dire.
Non dire,
lo sguardo distolto
dalla porpora
del tuo cuore.
Erano timide
le mie parole
allora.
Sono timide ora
e non strappano,
non incalzano
non elevano più.
Tornano lente
nella culla che
le vuole silenti
per rinascere.
( Sergio Daniele Donati )
Link a Timidezze
Invocazione
Ma a volte le parole tornano, da luoghi lontani
Alate, ti solleticano il ricordo.
Ti fanno fremere lo sterno.
E ti dicono: “ parla, racconta”.
Ricorda e taci e attendi, allora.

Prenderanno il volo, le parole. Tu abbassa lo sguardo a terra.
E raffina l'ascolto; la Terra mormora suoni gutturali.
C'è una timidezza, una ritrosia, in ogni dire.
Salvala dal fiume di parole che bussa insistente.
Ogni parola ha un peso; è costituita d'una materia che va forgiata nel silenzio.
Chi ama il gesto pudico, culla ( e protegge ) l'intuizione.
Sa che ogni parola ha una sua gestazione.
Come figlie, battiti di ciglia, le parole a volte vengono da lontano.
E ti solleticano i ricordi in un ventre fecondo e fremente.
Tu taci, attendi e nutrile di linfe verdi. Nel silenzio.
Fino al giorno in cui, giocose, le parole lanciano il loro primo vagito.
E il cordone che le univa al tuo silenzio sarà pelle di biscia.
Concime per le parole che verranno.
__________

"Jeux d'enfants" di Sergio Daniele Donati

Capitolo Secondo
La nascita di un titolo


Gustav Mahler
Sinfonia n. 5 - Adagetto
( dir. Karajan - Vienna Phil. Orchestra )
Eri piccolo
( dedicata a mio figlio Gabriel ) 
Lo sai? 
Il nuovo soffia sempre sull'antico.
E non è vero il detto.
Esiste tanto d'inaspettato sotto il sole.
Dormivi sul mio torace.
Notti insonni in cui
guardavo il tuo lento respiro,
e pensavo:
lo sai? Ogni mio passato
poggia sul tuo futuro.
( Sergio Daniele Donati )
Link a Eri Piccolo
Invocazione
Siamo in due, 
ossidiana e diaspro 
lenti i passi, 
incerti gli sguardi
In casa. Mio figlio e io, soli.
Un silenzio arcano.
È uno di quegli attimi di sospensione che a un cuore attento indicano sempre l'arrivo di qualcosa d'importante.
Serata tra uomini.
“Pietro”, gli dico “giochiamo al bosco magico”.
“Si, bello papà”, risponde.
È felice.
Il bosco magico è il luogo dove i personaggi delle nostre storie prendono vita.
Ci raccontiamo storie, mio figlio e io, ambientate lì, in quella foresta.
Già ci raccontiamo delle storie, come se in mezzo alla stanza ci fosse un fuoco acceso e sopra di noi il cielo stellato.
Pietro è un grande narratore, un vivace affabulatore, e i suoi sono racconti, spesso, densi, diretti e dinamici.
Le mie storie, invece, sono a volte disordinate, dolci e non prive di una certa distopia.
Le nostre famose “d”.
Il bosco magico è abitato da creature parlanti: gufi saggi, leoni pigri, gatti furbi e alberi millenari che donano frutti misti a ogni animale vegetariano.
Già, molti animali del bosco magico non sono erbivori, ma vegetariani.
Uno solo è vegano ma “quello lì è un po' strano”, dice mio figlio.
Migliaia di esseri fatati abitano il bosco magico.
Parlano a Pietro e me direttamente dalle stelle, giocando col nostro desiderio di ritrovarci assieme.
Tempi lenti, ritmi delle narrazioni antiche.
“Che genere di storia vuoi che ti racconti?” chiedo.
“Cosa significa genere, papà”, risponde.
Stupida domanda la mia, davvero.
Nella mente di un bambino una storia è una storia e contiene già tutto in sé.
“Beh, Pietro, ci sono storie d'avventura, di battaglia, di viaggio, d'amore, di scoperte strane; storie che fanno paura, che fanno ridere, storie che fanno pensare al futuro, storie che fanno pensare al passato, storie che non fanno pensare per niente, storie che non sono storie ma storielle, storie che non sono storie ma lunghissime saghe”, rispondo sorridendo.
Lui mi guarda serio.
Molto più serio di quanto il tono della mia risposta avrebbe potuto pretendere.
In quell'istante, in quello scambio di sguardi, percepisco che non siamo soli.
Qualcosa d’importante sta per manifestarsi.
“Voglio una storia con tutto dentro”, dice.
Poi ci ripensa e, ancora più pensieroso, si corregge: “Anzi, con tutto, tranne che l'amore”.
“Va bene Pietro”, rispondo, “però questa storia non si svolgerà nel bosco magico, ma in un bar, come quello in cui andiamo a prendere il gelato”.
Pietro mi guarda e mi tiene la mano.
Chiudo gli occhi, come per ricordare qualcosa, e comincio a raccontare. 
__________

"La veglia" di Gabriella Candida Candeloro

Capitolo Terzo
Il sorriso dello scrittore
Johann Sebastian Bach
Il clavicembalo ben temprato ( Libro I )
( esec. András Schiff )

Ticchettii
Ticchettii. Sono solo ticchettii.
E bussano piano, lenti ma inesorabili.
E abusano del tuo tempo.
E ti obbligano al rientro.
Dentro di te, sempre e solo dentro di te.
( Sergio Daniele Donati )
Invocazione 
Ponevo attenzione 
e tacevo 
tu, perla bianca, 
alba piana, tendevi 
lemmi antichi e 
opachi su fogli grezzi.

È là. Seduto a un tavolo, immobile; il suo piccolo lume da lettura notturna diretto verso il foglio.
Tiene la testa lievemente inclinata a destra, un sorriso sornione appena accennato sulle labbra.
Tace, osserva lo spazio vuoto sul foglio; prende sempre più corpo in lui quel piccolo istante di sospensione che è la fonte di ogni atto creativo.
Troppo piccolo per non essere autentico, troppo luminoso per non essere notato.

Il sorriso sul suo volto è figlio di un'intuizione puerile, una dolce aderenza, un ammiccamento ai propri sogni.
Prende la penna, la soppesa.
La guarda, come fosse la prima volta che la tiene in mano.
Ne testa la forma e l'appoggio ruvido al foglio.
E, finalmente, scrive.
Scrive senza alcuna idea, senza prevedere un incipit, una storia, né una conclusione; senza immaginare un personaggio o un'ambientazione.
Sono fiumi le sue parole.
Si rincorrono sul foglio ilari e spensierate; si sfiorano ridendo, come giocassero a “ce l'hai”, passandosi l'un l'altra significati solo intuibili.

Le mie parole, al contrario, sono state in passato costruzioni di cattedrali, fughe barocche, simmetrie nascoste. 
Prive di gioco, di respiro, claustrofobiche dense, callose e collose.
Sono state spesso incapaci di volo.
Aderivano alla terra; nel migliore dei casi irroravano il sottosuolo di nutrimenti minerali.
Ma il cielo - il cielo no - non era per loro. Allora.
Statiche e corrose da una intenzione troppo alta per essere vere, precipitavano all'incontro di radici e sassi e fanghi.
Fertili, sì, ma bruni e scuri.
Per questo ammiro quest'uomo, la sua postura, la sua concentrazione, mentre gioca a rimpiattino sul foglio, tracciando segni come fossero geroglifici su una pergamena antica.
Il mio dire io l'ho racchiuso in gabbie dorate, allora; l'ho costretto in nascondimenti eccessivi.
Era un dire per non dire. Una parola che non parlava, afona, eppure elevata a chiave di liberazione. Dal ricordo.
E le parole da me si sono nascoste, a lungo, finché non le ho liberate dei loro pesi. Nel Silenzio.
Che il ricordo non ha bisogno di parola, è inscritto nel miocardio d'un uomo che soffre.
Percorsi diversi i nostri.
Eclatante l'incontro, sicuramente eclatante.

Lui scrive. Io taccio e osservo.
Rido e piango e osservo di nuovo.
Il suo sorriso prende forma, si amplia, conquista più spazio sul volto.
L'inclinazione della testa verso destra si accentua.
È mancino. Il suo pensiero, il suo gesto, il suo sguardo sono mancini.
Forse solo l'inclinazione della testa compensa quella della mano, di tutto il suo essere.
Ciò che l'intuizione silenziosa gli permette di scoprire scrivendo, si scioglie poi nella sua volontà di creazione.
Scrittura e sorriso si muovono in lui secondo un sottile gioco di equilibri, un perfetto bilanciamento delle posture.

Il volto rigato di lacrime, io osservo quello scrivere puerile, senza senso, quel dipanarsi lento di una saggezza antica e sorridente.
Gioca come il gatto col topo con suoni e lettere e lemmi, certo della loro arrendevolezza ai suoi colpi fatati sul foglio.
Eppure una nota, un accordo in minore, si percepisce nel suo sforzo espressivo.
Qualcosa viene da lontano, lo attraversa e torna lontano.
Come una memoria prenatale, come il vento freddo d'inverno su un viso poco protetto.
Sembra non dare peso a quell'accento, eppure io percepisco in quel suo incedere lento, nella sua scrittura, un desiderio d'oblio, di ritiro.
E rido e piango e osservo. Ancora.

In un solo istante, poi, tutto in lui prende forma.
La penna, il foglio, l'assenza di progetto, la postura del corpo e quel sorriso - sempre più disarmante e bambino - quella nota malinconica si fondono in un unico gesto, in un unico intento.
Evidente paradosso, sembra essere totalmente presente alla sua assenza di intenzioni.
Costruisce la parola dal silenzio, il dire del silenzio, giocando.
Il gioco sublime della nostalgia.

Lo osservo meglio, cercando di far percepire la mia presenza il meno possibile.
Lo guardo, senza giudizio, mentre si immerge nel suo foglio.
Mi faccio piccolo per entrare nel mondo antico che da sempre mi abita.
Prende corpo dentro di me un passato immaginario ( e, certo, tanto immaginato ), sotto forma e ritmo di un respiro.
Finalmente respiro. Osservatore involontario di un fenomeno, d'una manifestazione, io respiro.
Aria che entra, apnea. Aria che esce, apnea.
Niente di più infinitesimale, niente di più immenso.
Non mi è dato di sapere se sappia quanto profonda sia la sua tecnica.
Forse nemmeno sa di farne uso.
Sembra ignorare che il suo istinto espressivo è il frutto del lavoro di milioni di persone prima di lui. Scrive, quasi fosse un gesto naturale, di mera sopravvivenza, inequivocabile, stentoreo.
Eppure leggero.
Mi avvicino d'un passo.
Non sono certo che abbia percepito la mia presenza, né se intuisca da quali deserti provengono i miei saltelli incerti nella scrittura.
Ma io li conosco quei deserti, roccia su roccia, li ho percorsi tutti. E so quanto la scrittura giochi al malato e l'infermiera con ferite antiche.
Conosco il bruciore del balsamo delle lettere su un cuore che batte secondo aritmie imprevedibili.
E il significato profondo dell'illusione che possa essere una parola sola a sanare un'anima che langue non mi è estraneo.
Troppe volte ho affidato la mia salvezza alla speranza di una parola.
Troppe volte l'attesa si è tramutata in nostalgia e ho abbandonato il gioco, ancor prima che potesse avere inizio.

Certo, ora mi so rendere piccolo. Ho dovuto impararlo ( sin da piccolo ) per esistere, per sopravvivere.
La mia è una piccolezza, una microscopia, ricercata, voluta, desiderata.

In passato, le mie intuizioni sono state grandi, così grandi che soltanto una completa solitudine poteva convivere con loro.
E la solitudine schianta, infrange, e lascia teste, cocci di terracotta per terra.
Che il desiderio di abbracciare il mondo è forse il più folle impulso quando si tramuta in progetto. 

“Accogli le mie parole”, dicevo al mondo. 
Ma era un grido bambino. 
E il mondo oppone silenzi di ghiaccio ai vagiti neonati di un cuore che batte. 
“Accogli le mie visioni”, dicevo. 
Ma era una supplica, senza fine, eterna ed eterea. 
E il mondo volta lo sguardo sempre e solo verso il territorio delle sue illusioni. 
Allora cominciai a scavare la terra dura, nuda e fredda. 
Mi scorticai le nocche delle mani fino a farle sanguinare, per trovare, tra fanghi e resti animali ( e decomposizioni vegetali ) gemme preziose e antiche e lettere e segni. 
“Guarda!”, dicevo al mondo. 
Ma il mondo taceva che una pietra preziosa deve essere pulita e lucidata da paste magiche prima che la sua luce possa brillare. 
Allora cercai riti e maestri e formule che mi dessero la forza di assistere alla trasformazione delle pietre in luce. 
E mi dovetti fare piccolo. Avevo sei anni e venivo da mondi lontani”.

Ora mi sono ritagliato questo ruolo di osservatore, di piccolo accento, anzi di piccolo accenno.
E non sono più solo, perché le mie intuizioni intonano canti sublimi in accordo con quelle altrui.
Cerco l'evanescenza, il nascondimento, la ritrosia in ogni mio gesto e ne percepisco i contorni dorati nelle timidezze altrui.
E mi commuove l'incontro sottile, lo scambio di energie silenziose, il cenno di saluto, lo sguardo che si abbassa, riconoscente, sulla via dell'Altro.

Io non sarò più il battere forte dei tamburi, pensavo, né il falò che abbaglia il viandante di notte. 
Sarò petalo su muschi umidi, fragilità di fronte all'immenso, e canto soffuso e lento. 
Nenia. 
Questo osavo pensare mentre il tuo sguardo severo si posava sui miei limiti e ne distorceva le forme. 
E si abbassavano le mie ciglia, troppo lunghe per non divenire stelle, troppo bambine per dirsi d'uomo. 

Cerco di vivere il più possibile al ritmo lento di ciò che chiamo lo sguardo del padre; quel momento di pausa, di osservazione reciproca e silenziosa ( tra padre e figlio ) che precede la loro interazione nel gioco. 

Farsi piccoli, empatici, ( silenziosi, ritrosi ) e presenti è una pratica sacra; un gesto di fiducia che dà un senso alla capacità di ogni sguardo di posarsi sull'assoluto.
Cerco, come fosse linfa vitale, quell'attimo di docile apnea, quel piccolo istante sospeso, che precede il gioco tra padre e figlio e amplifica il rispetto che è dovuto allo spazio altrui.
È la mia pratica, il mio mondo.

Il nostro scrittore si è fermato.
Forse le mie divagazioni l'hanno fatto sentire solo, abbandonato.
Eppure lo riguardano sempre.
Non comportano mai un addio, solo la descrizione di fenomeni dei quali egli è il centro. Forse inconsapevole.

Il suo sguardo è ora più intenso, come se fosse stato colpito da un fulmine.
Riprende la scrittura.
E guardate quel sorriso!!!
Sembra lanciato nel mondo del sogno.
Solo pochi secondi fa era un infimo accenno.
Ora ha preso potenza e manifestazione su tutto il suo volto, in tutto il suo essere.
È divenuto il suo sorriso e questo mi rende felice.
E la mia felicità, come sempre, diviene dolce ricordo.
 
Erano calde le tue mani, 
padre, 
sulla mia nuca. 
E tiepidi i miei sogni. 
Mani callose, le tue, 
padre, 
sulle mie spalle e 
lo sguardo perso, il mio, 
padre, 
prima di lanciare 
quel sasso 
sul fiume e 
osservarne i ricochet. 
Immaginavo allora 
i mondi che 
descrissi poi; 
in tua assenza.

Lo so, è difficile da credere, io stesso sono stato come quell'uomo. 
Anche io ho giocato con le parole, come fossero tessere di un puzzle, ridendo quando non riuscivo a trovare gli angoli o a costruire il perimetro che le contenesse.
E sono stato anch'io osservato in silenzio da occhi benevoli prima, assassini poi.
Ma questa è un'altra storia e non te la racconterò oggi, Pietro. Forse non te la racconterò mai.

Mi avvicino di nascosto e sbircio quel che sta scrivendo: piano piano o, come si diceva in altri tempi, lemme lemme. 

Non so perché l'espressione lemme lemme mi ricorda sempre un lecca-lecca. Sarà la ripetizione delle parole; di una parola di cinque lettere. 
O forse è per quella lettera iniziale, quella elle, tanto dolce. 
O forse è il gesto infantile di gustare un lecca lecca che rimanda a una certa lentezza. 
O forse ancora perché le elle e le emme mi paiono connesse non solo nell'ordine alfabetico, ma anche da un punto di vista sonoro e di docilità.

Mi avvicino, dicevo, e leggo di sbircio sul foglio. 
Questo è quanto sono riuscito a vedere.
Non nego che, forse, qualcosa possa essermi sfuggito, ma credo che, almeno nelle sue linee essenziali, la storia che trascrivo possa dirsi completa. 

DISSERTAZIONE SUI DENTI DA LATTE: UNA VIOLENZA LIGUISTICA 
"Accade spesso ( soprattutto a chi non sa che accade ) che cadano dei denti per essere sostituiti da nuovi e più forti apparati di masticazione. 
La cultura popolare chiama questa misteriosa e spontanea sostituzione la caduta dei denti da latte. 
E, come spesso avviene, la locuzione è divenuta talmente usuale che ben pochi si chiedono se abbia un senso profondo. 
Però una cosa salta all'occhio: se solo di latte ci nutrissimo, non avremmo bisogno di alcun dente. 
E se non avessimo bisogno di denti, ancor meno avremmo bisogno di sostituirli. 
“Oh, ma che discorso banale”, voi direte. 
Io incasso, sorrido e ribadisco: “banalissimo, nemmeno degno di sporcare d'inchiostro un foglio”. 
Ma proprio per questo ne faccio l'oggetto della mia dissertazione. 
Voi, attenti ma sfortunati miei lettori, forse borbottando, direte: “Questo è matto!! Non vale la pena di perdersi in questi discorsi. I denti cadono, è così dalla notte dei tempi e vengono sostituiti da altri, ben più robusti e radicati”. 
Ecco, lo ammetto: “È vero amici cari, è così da sempre”. 
E aggiungo che non so, né voglio nemmeno osare, dare una spiegazione scientifica al fenomeno. 
E Ancor meno, desidero negarne l'evidenza. 
I denti, i primi denti, cadono e lasciano spazio a nuove, più forti e meglio radicate strutture ossee. 
Anche a me piace pensare che così sia sempre stato e così sempre sarà. 
Ma, cari miei pazienti lettori, una cosa continua a stupirmi. 
Quella locuzione da latte, con così tanta superficiale sveltezza assegnata ai caduchi dentini, mi pare quantomeno audace. 
E, se mi permettete l'espressione più pura del mio sentire, la trovo lievemente offensiva. 
Un dente, anche se instabile e destinato alla caducità, non è idoneo a masticare liquidi, un dente da latte è dunque un dente inutile, funzionalmente e linguisticamente inadatto alla sua paventata attività. 
È come un vigile urbano in un paese senza vetture od una forchetta in un paese di persone che si cibano solo di zuppe. 
Ecco allora che, provocandovi un po', asserisco che: forse, la caduta dei primi dentini deriva proprio dal nome che gli si è dato, da un errore iniziale di cui si fatica a prendere coscienza. 
Sono sicuro che se il fanciullo nascesse con dei bei denti da tutti chiamati “da cotoletta” non sarebbe mai colpito da una precoce loro caduta. 
Sarebbero radicati dal loro stesso nome in gengive linguisticamente solide e forti. 
Cari dolci miei stupiti lettori, la tesi è molto semplice. 
Un nome sbagliato è foriero di catastrofi, di cadute, di rovesciamenti. 
Solo ciò che porta un nome autentico è destinato a radicarsi, a durare, a lasciare un segno imperituro nella storia. 
Già vi vedo, cari stupefatti, miei lettori, già sento montare come panna la vostra protesta. 
“Fanatico, nominalista, imbecille, che dici? Se anche si chiamassero i denti dei bimbi da carne essi cadrebbero ugualmente”. 
Eh, ma cari miei irati lettori, io vi voglio più attivi, meno banali nel reagire, forse anche più sinceri. 
Secoli, anzi millenni, di nomi storpiarti, stuprati, forzati, non si superano con un solo, subitaneo, uso corretto della lingua. 
Alla storia non si rimedia con un'istantanea presa di coscienza. 
Occorrono intere generazioni di volonterosi operai della verità per rimediare, per medicare e anche per meditare su un nome abusato. 
Chiamate per secoli, anzi millenni, col loro corretto nome i denti dei vostri figli e, vedrete, non cadranno più. Togliete il velo dalle vostre parole ed esse vi restituiranno la loro innata potenza, la loro capacità di resistere 
Ecco ora tacete. 
Tace anche quello strano individuo che in silenzio mi osserva da tempo. 
La sua è una ben strana presenza, lievemente irritante, ma tutto sommato familiare. 
Se non temessi la sua fuga mi girerei e gli rivolgerei la parola. 
Allora scrivo così, di getto, soprattutto per lui. 
Vorrei tanto che, leggendo, si accorgesse che so della sua presenza silente. 
Ho persino inclinato la testa verso destra, io mancino, perché possa leggere in quel gesto un invito al gioco dell'assurdo, a entrare nel mio mondo con leggerezza e fiducia. 
Perché io, miei cari docili, stupefatti lettori, sono fatto d'aria. 
E con l'aria mi sostengo. 
E forse tutta questa mia dissertazione sui puerili denti è stato il primo passo per comunicare con lui. 
Che sappia che so della sua esistenza, attraverso i denti che, come natura comanda, cadono. 
Che sappia che valore do alle parole, alla lingua, che sappia che io voglio che sappia.”
__________

Foto di Oskar Tempesti

Capitolo Quarto
Pietro (Itaca)

Arvo Pärt
Tabula rasa

Pace non trovo
Pace non trovo, et non ò da far guerra;
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra ’l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto ’l mondo abbraccio. 

Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
et non m’ancide Amore, et non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio. 

Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;
et bramo di perir, et cheggio aita;
et ò in odio me stesso, et amo altrui. 

Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi. 
( Francesco Petrarca
Canzoniere, CXXXIV )
Invocazione 
Andava veloce 
ridente e sereno 
il passo mio bambino 
accanto al tuo
 
“Papà...”, dice.
“Dimmi”, rispondo.
E la stanchezza di questa narrazione si fa sentire nel timbro della mia voce.
“Non so se c'entra...”, dice titubante
“I patti sono chiari, Pietro”, rispondo, “tutto c'entra; tutto tranne che l'amore”.
“Va bene”, continua con voce più chiara, “mentre raccontavi sembravi qualcuno che non riesce a tornare dove vorrebbe”.
Taccio.
Ormai dovrei esserci abituato, eppure ogni volta è un tuffo al cuore.
Mio figlio mi legge, come un libro fin troppo facile; persino per lui.
“Dentro di te, dentro di tutti, Pietro, c'è un luogo protetto e fatato”, dico con voce stanca, “da quel luogo, che io chiamo stanza azzurra, si può uscire quando si vuole. E anche rientrare, purché si conoscano le chiavi magiche che aprono la serratura”.
“E tu le conosci?”, chiede.
“Si Pietro”, rispondo, “solo che a volte mi dimentico dove le ho messe. Sono distratto, lo sai”.
“E allora cosa fai?”, chiede incuriosito.
“Scrivo, Pietro. Scrivo finché non mi ricordo dove le ho lasciate”. Sorrido.
“E cosa hai scritto l'ultima volta che le hai perse, papà?”.
Mio figlio è un vero pitbull.
Non molla finché non ha l'osso in bocca.
E chi sono io per oppormi? Quella domanda però non la volevo.
Perdere la via è una cosa, ricordarsi d'averlo fatto è un'altra.
E la memoria delle proprie cadute brucia come una ferita ancora aperta.
“Ho scritto una poesia dal titolo Itaca”, dico.
“L'isola di Ulisse?”, chiede con gli occhi sgranati e stupefatti.
“Certo Pietro”, rispondo, “Itaca è di tutti, non solo di Omero e Ulisse. E tutti dovrebbero scrivere qualcosa sul ritorno, prima o poi”.
“Me la leggi?”, chiede.
“La so a memoria, Pietro”, rispondo, “però è triste”.
“Dimmela lo stesso”, chiede. Ha trovato l'osso.
“Va bene, ma ti ho avvisato”, dico.
Poi chiudo gli occhi, che se Omero deve essere, cecità sia.
Gli occhi si chiudono e i ricordi si aprono.
È normale, terrificante e normale.
La mia voce trema. Un vibrato d'altri tempi, involontario e malinconico.
Che poi, in fondo, ogni ritorno non è altro che una vibrazione della memoria, e va fatto con passo cauto e leggero; se possibile.
Recito. 

Itaca 
I palmi delle mani, 
come bucce d'arancia, 
parlano la lingua antica 
dei flauti di Pan. 
Quando afferrano le cime 
soffia nelle vele 
il vento dell'ignoto 
e il sale negli occhi 
spreme lacrime, come schegge. 
Il canto dei marinai 
allora tace, 
e il velo che hai prescelto 
per il volto più stanco 
si tinge d'ocra. 
Io non posso volgermi 
al tuo ricordo, Itaca, 
e il ritorno è impossibile, 
lo sai, 
per la guardia dell'abisso.

Pietro mi guarda. Io guardo Pietro. 
“Vero che è triste, papà”, dice. 
Taccio. So che sta per aggiungere altro. 
E so che sarà una di quelle sue frasi in cui l'innocenza lascia spazio a una cosa sola: saggezza. 

“Però, anche se è triste, dopo hai ritrovato le chiavi e forse se non la scrivevi non le trovavi più”, dice. 
Taccio e ascolto e mi sciolgo. 
Taccio anche su quell'imperfetto, così perfetto e magico e ludico e fatato, che hanno solo i bambini. 
Nessun congiuntivo o condizionale avrà mai la potenza dell'imperfetto di una giovane mente. 
Il congiuntivo e il condizionale sono per menti adulte. 
Per coloro che sono capaci di fare ipotesi correttamente, sì. 
Solo che per far ipotesi corrette bisogna aver vissuto almeno una volta nella vita l'asfissia che ti dà il potersi aggrappare solo al futuro. 
Il presente e il passato non sempre sostengono. 
Allora apprendi a fare ipotesi e il condizionale (e il suo compagno congiuntivo) ti sostengono. 
Questo un bambino non lo sa, ancora. 
E ben venga il suo imperfetto, il tempo di quando tutto è ancora perfetto. 

“Continui la storia?”, chiede. 
“Certo”, rispondo.
__________

"Soliloquio" di Gabriella Candida Candeloro

Capitolo Quinto
Titubanze

Arvo Pärt
Für Alina
Lux Aeterna 
Nulla
d'umano 
non ancora
Solo sussurri
cristallini
Voci di ristagno
Al centro
della vibrazione
vie d'uscita
dal buco nero
e vorace
della memoria
Penombra
crisalide
baco
Qui
Nulla d'umano
Non ancora
Qui
Non ancora
nato
riposo
attesa
Qui
nel baco
Voci lente
tessitrici e
fili protettivi
lini di ragno
sul mio corpo
embrione
Gocce minerali
dai pori
della pelle
Formule antiche
ai miei lobi
attenti
Fessure
negli occhi
richiami
luce
azzurra
miele e argilla
Io nudo
sottile sguardo
senza memoria
senza intenzioni
puro
neonato
incontaminato
( Sergio Daniele Donati )
Link a Lux Aeterna
Invocazione 
Madre accarezza 
ancora 
inerti le mie spalle

Questo è quanto ho potuto leggere del suo scritto. 
Alcune frasi non ho potuto riportarle, perché scritte con grafia troppo piccola, caratteri da lillipuziani. E, ve ne stupirete, non sono affatto sorpreso che parli di me.
Che il mio silenzio, la mia presenza, potessero essere rumorose, quasi assordanti, lo comprendo molto bene.
Anzi, ho proprio desiderato che il mio silenzio si ricoprisse di sfumature forti, di significati profondi; che fosse ascoltato. 
Ciò che mi rende felice, e allo stesso tempo stupefatto, è quell'augurio a che io “sappia che lui voglia che io sappia”.
Cosa ha a che fare un simile auspicio con la nostra relazione?
E poi, un uso così provocatorio della scrittura che senso può mai avere?
Forse era sua intenzione stimolare una mia reazione, ma perché usare una folle dissertazione, dagli evidenti intenti provocatori, per parlare del corretto uso del linguaggio?
È un argomento sul quale, non solo concordo, ma che ho messo alla base della mia stessa esistenza.
Mi provoca con giochi le cui regole ho scritto io stesso.
E poi, quella sua paura di una mia fuga, davvero è priva di fondamento.
Non sto seguendo forse ogni sua minima inclinazione da ore?
L'ho visto nascere, ho letto grandi cose nei suoi primi sguardi, nei suoi primi suoni, goffamente emessi, ho aperto incoraggianti braccia ai suoi primi passi, come potrei fuggire proprio ora?

Sono sempre stato presente, anche quando non mi vedeva.
Non sono fuggito nemmeno quando mi riempiva del suo dolore.
Ero lì; fermo, con lui, assieme a lui.
Certo, non sono un eroe; semplicemente la fuga non è nelle mie corde.
Comprendo dunque il suo gioco, ma ne soffro in parte lo svolgimento e le motivazioni.

Quella dissertazione sui denti da latte è perfetta, inattaccabile da un punto di vista logico, eppure, le manca una sorta di spin, d'attaccamento alla realtà, agli odori della vita.
E io questo lo trovo irritante.
Per me scrivere è svelare ( a me stesso per primo ) il vero.
Per lui sembra essere un gioco da scacchiera.
Un gioco antico dove la natura formale degli assunti è al centro di ogni rispetto.
Pone la sacralità della scrittura sta in una coerenza formale che immobilizza e non sposta ( né crea ) significati.
Credo che fra di noi si stia svolgendo una sfida, a sottili colpi di fioretto, sulle finalità della scrittura e questo non so se sia un gioco che voglio giocare fino in fondo.
Tuttavia questo è quanto mi propone.
A me scegliere se accettare e proseguire il gioco, o andarmene.
E sia, amico mio, accetto il tuo guanto bianco; accolgo la sfida e proseguo questo gioco.
Che la Musa vegli sulle nostre anime.
Perché lo sai, ogni scrittura dedicata è un delicato dono della propria anima.

Ora è andato fuori a rispondere a una telefonata e pare che la cosa vada per le lunghe.
Lo sento parlare con toni concitati, come se avesse qualche preoccupazione, qualche noia.

Mi avvicino al foglio senza timore di essere sorpreso.
Rileggo con un sorriso la sua ultima frase; “...che sappia che io voglio che sappia”.
Visto che me lo chiede, interagisco volentieri e, senza pensarci nemmeno un istante, scrivo:

" Un dente da latte non è un dente di latte e la funzione non è la sostanza. 
Bisognerebbe poi interrogarsi sempre sulle motivazioni della nostra scrittura. 
Perché non divenga uno sterile esercizio di stile. " 

Mi fermo, guardo il foglio, firmo, e riprendo posto davanti al mio bicchiere di vino bianco.
E sì, io firmo e lascio che il mio nome mi guidi e si trasformi; scrivendo.
Forse a lui una firma potrà apparire una inutile ostentazione di un ego ipertrofico, ma io credo che, al contrario, sia solo una presa di responsabilità, davanti al proprio detto, al proprio scritto.
Mi ritiro nel bicchiere di nuovo, stavo dicendo, ma con una lieve, differenza rispetto a prima.
Allora ero ritirato, ora mi sono ritirato.
Sto. In posizione d'attesa, certo di una sua reazione alle mie parole.
__________

"Soliloquio" di Gabriella Candida Candeloro

Capitolo Sesto
Pietro

Max Bruch
Concerto no 1 per violino
( esec. Menuhin, Fricsay, London Sinh. Orchestra )
Sentinelle ( שמרים )
dedicata a mio figlio Gabriel
Sentinelle siamo, figlio mio. 
Silenziose, a volte incapaci d'ascolto,
vigiliamo comunque serene
sulla fiamma che arde nel nostro stomaco.
Sguardi lontani, molto lontani
si perdono nel giardino delle nostre infanzie.
E posiamo un mano antica sui capelli dei nostri figli.
Rinuncia estrema alle nostre pulsioni d'evasione.
E camminiamo assieme, figlio mio,
sulla via della tenace morbidezza.
אנו אלכים ביחד לדרח העד׳נות עקשנית, בני
( Sergio Daniele Donati ) 
Link a Sentinelle
Invocazione
Fiordaliso e cielo, 
ibisco mistico, 
giglio bianco, 
loto sacro, 
issopo magico, 
orchidea sensuale.

“Papà, perché piangi?”, mi chiede.
“Non è niente, Pietro. Davvero nulla di che”, rispondo.
“Sì, ma perché piangi papà?”, insiste.
“Le lacrime fanno bene, Pietro. Portano via i ricordi”, dico asciugandomi gli occhi.
“Quali ricordi, papà? Sono grande ormai”.
Sembra deluso dalla mia risposta evasiva.
Sorrido. Sorride anche lui.
“I ricordi delle parole non dette, Pietro, delle parole che ti scoppiano dentro”.
Mi stringe la mano.
“Vai avanti con la storia, papà”, dice.
“Sì”, rispondo.
__________

"Archetipi" di Sergio Daniele Donati

Capitolo Settimo
Botta e risposta

Samuel Barber
Adagio per archi Op. 11
( Naxos ediz )
Parole 
Parole che,
ali di falco,
tagliano cieli
e separano e spezzano
e dicono "luce"
nel buio,
prima che luce sia.
Di cosa vuoi parlare
che non sia già stato detto?
( Sergio Daniele Donati ) 
Link a Parole
Invocazione
Tentenna sempre e 
ancora la parola che 
cade dal cielo 
inadeguata, ancora

Si avvicina al foglio. Lo guarda. Ne osserva le linee.
Non so come, ma ne sono certo: la sua attenzione è attratta dalla materia, dalla carta, dall'inchiostro.
Non è astratta né distratta dal contenuto, dal significato delle mie parole.
Lo osservo, e, con stupore, comincio a intuire e i confini di questo gioco che mi paiono ora molto più ampi di prima.
Sbagliavo a ritenere che l'oggetto della sua sfida fosse nel contenuto della sua dissertazione.
Il nostro scontro, il nostro incontro, è sorto ben prima.
Nella fisicità del gesto, della scrittura.
Nei suoni delle parole; prima, molto prima di qualsiasi loro significato.
La sua concentrazione, il suo sguardo obliquo sul foglio me lo dicono chiaro: sta leggendo le lettere come suoni, ne decifra il ritmo, il battito, le cadenze e gli accenti.
E il suo pensiero sta seguendo, come si segue un'onda, un processo che nasce molto prima di ogni lettera, chissà dove.
L'antica saggezza di quello sguardo, inclinato verso il passato, mi lancia un messaggio potente: ciò che scriviamo, prima ancora che significato, è suono, ritmo, battito vitale, melodia.
Incisioni su pelle. Tatuaggi.
La sua attenzione trova la sua ancora, il suo appiglio, nelle forme del foglio, nel suo perimetro, nella forma delle lettere, nel colore dell'inchiostro. In esse cerca la risposta alle mie deboli parole.
Sono davanti a un uomo capace di assorbire particelle di significato della costituzione stessa del foglio, delle sue dimensioni, e dal colore degli inchiostri che lo graffiano.
Io, invece, sono incapace di penetrare l'interezza della realtà come sta facendo lui ora, col corpo immobile, lo sguardo fisso.
Certo, ho molte chiavi interpretative ( come degli indizi, delle tracce ) che mi indicano una via possibile di comprensione.
Posso usarle una sola alla volta, od in rarissimi e geniali casi al limite per binomi.
Ma io credo che sia davvero per pochi riuscire a mantenere vivo il suono delle parole, mentre se ne esplorano i significati.
Perpetua una sorta di ripetuto miracolo, di eterno stupore, come chi sa mantenere vivo l'animo di fanciullo, lo spirito del gioco, anche di fronte alla serietà della vita.
Una sorta di restringimento delle palpebre manifesta ora in lui un'alta qualità d'ascolto e la sua esigenza di limitare il campo per arrivare a una comprensione profonda. Sta per compiere un salto.
Un balzo, chissà dove. Ne sono certo.
Sta per inoltrarsi in territori inesplorati, sta per tuffarsi in oceani sconosciuti; e io, testimone forzato di questo tuffo, provo al suo posto un senso di montante vertigine. E rispetto, profondo rispetto.
Il suo sguardo ora anela finalmente al significato; non si dirige verso l'esterno, ma verso l'interiorità del lettore, ove tutto già risiede ( e riposa ) dormiente.

Poi, di colpo, questo restringimento, questa limitazione del campo visivo, scompare dal suo sguardo.
Si è tuffato e nuota con bracciate vigorose.
Osserva semplicemente di nuovo il foglio e i suoi confini, le linee, le scritture, le lettere; poi prende la penna e scrive poche parole, si alza e mi guarda.
Una lieve increspatura ironica delle sue labbra, mi invita alla prosecuzione del gioco.
Si siede e, come se io non fossi più presente; riprende a giocare col suo cellulare, sorseggiando ogni tanto la sua birra scura.

Mi avvicino, abbandonando finalmente ogni inutile cautela.
So che, anche se mi volge le spalle, si aspetta una mia risposta.

“Un cambiamento radicale si manifesta nel dire ciò che le cose sono. Una piccola morte si produce ogni volta che la nostra vitalità è preda di definizioni in negativo, se la funzione non è la sostanza che altro è?”.

Faccio fatica a non scoppiare a ridere. 
Quest'uomo o è un genio, o il più folle, il più grande pazzo che io abbia mai incontrato.
Se ho ben intuito, mi sta sfidando a riformulare in termini positivi ciò che prima ho scritto, a dire ciò che un dente da latte sia, a parlare della sua funzione.
È evidente che la sfida che mi lancia non sia cosa da poco.
Potrei ritirarmi, accettarla, oppure potrei cambiare ancora una volta io stesso le regole del gioco.
Ci stiamo sfidando, consapevoli entrambi di poter cambiare in ogni istante le regole del gioco.
Prendo la penna, scrivo qualche breve parola, mi siedo e ordino anch'io una birra.

Il vino stanca. Il vino rende i riflessi lenti e le intuizioni plumbee.
La birra sciacqua via ogni esitazione e mantiene freschi e vitali e bambini, di fronte all'antico che avanza.

Sul tavolo resta il foglio come, dopo un banchetto, restano gli avanzi dei bagordi.
Pare abbandonato, eppure ancora vitale, pulsante.
Ci invita alla sua consumazione.
Chi si avvicinasse a quel foglio leggerebbe le mie ultime parole, forse con stupore, forse con disprezzo, forse con deferenza.
Ma di sicuro le leggerebbe d'un fiato, come si beve una bibita fresca, dopo una lunga corsa d'estate.

“Nella profondità di ogni parola, di ogni definizione, nell'essenza di ciò che siamo, si trova un solo, spaventevole, creativo silenzio. Poter parlare di quel silenzio è un dono che non ci è stato concesso.” 
__________

"Emersione del ricordo" di Sergio Daniele Donati

Capitolo Ottavo
Pietro

Johann Sebastian Bach
Fuga n. 17 in La maj – Bwv 862
( esec. F. Goulda )
Inascoltato ascolto
Inascoltato ascolto,
perla di pioggia
su ali bianche di farfalla
( Sergio Daniele Donati )
Link a Inascoltato ascolto
Invocazione
È inteso. 
Per crescere, 
per capire 
una cosa deve 
restare: 
erbacee memorie.

“Papà, c'è una cosa che non capisco”, mi interrompe.
“Dimmi, Pietro”, rispondo
“Perché quei due signori non si parlano invece di scriversi?”, chiede.
“Lo capirai col tempo, amore; a volte ci si scrive per l'incapacità di guardarsi negli occhi.
Altre invece perché ciò che abbiamo da dirci resti per sempre. Tu scegli sempre la via dell'autenticità, Pietro. Sempre”, rispondo.
“Cosa vuol dire autenticità, papà?”, chiede.

E come faccio a spiegare a chi ancora non ha subito strappo, a chi non sa quanto sia abile la vita a giocare a palla prigioniera coi tuoi sogni, che a volte non ti rimane molto da salvaguardare?
Come faccio a spiegare all'età dell'innocenza che arriva ( eccome se arriva ) il momento di fare i conti con se stessi, e che a volte a fondo colonna c'è un solo risultato: riprova, sarai più fortunato?
Come faccio a raccontare a chi vive ancora nel sogno del bosco magico, che l'unica certezza che ci accompagna nella nostra vita è il nostro nome e che dobbiamo proteggerlo, sempre, a ogni costo?

“Essere autentici significa non dimenticarsi mai chi si è e rispettare sempre il proprio valore. Sempre, nonostante tutto, Pietro”, rispondo.
“Come il samurai della storia di ieri, papà?”, chiede.
“ Sì, Pietro, come lui”.
“Ho capito. Ora continua la storia”.
“Va bene”.
__________

"Ritrosie" di Sergio Daniele Donati

Capitolo Nono
Il gioco continua

Nikolaj Rimsky - Korsakov
Scheherazade op.35
( esec. Leif Segerstam - Sinfónica de Galicia )

Altalene e scivoli
E giunse per lui l'ora,
servo della parola,
di scendere da quell'altalena.
Entrò silenzioso nel parco dell'infanzia perduta.
A chi gli chiedeva del suo andar lontano,
rispondeva il suo sguardo
sognante e nostalgico.
“Guarda, si è liberato lo scivolo!”
( Sergio Daniele Donati )
Link a Altalene e scivoli
Invocazione
Musiche siderali 
Una nota
stonata e 
ilare chiedono perdono al
cielo opaco,
algido.

Si alza, mi guarda.
Senza più degnare il foglio della minima attenzione, mi osserva. 
Sembra quasi che lo conosca da sempre, che mi conosca da sempre
Alto, lo sguardo profondo, disincantato, eppure con una luce infantile.
Maestro e allievo allo stesso tempo.
Com'è l'incontro dei nostri sguardi?
In quale luogo avviene?
Solo un aggettivo mi viene in mente: antico
Solo un luogo: bosco.
I nostri sguardi profumano delle cose di un tempo, dei ritmi lenti di una passeggiata silvestre.
E di muschi e pigne; sono impregnati di tempo ( come immaginiamo che sia stato ) .
O forse dell'assenza del tempo, come immaginiamo che sia.

Non parla.
Lento si avvicina al foglio, sembra stanco ma ugualmente rinvigorito.
Scrive.
Poche parole.
E, ne sono certo ancora prima di leggerle, quelle parole non saranno né la prosecuzione, né la risposta a ciò che ho scritto.
Saranno il necessario finale del nostro gioco di sguardi, del nostro rispettoso e riconoscente silenzio di poco fa.
Non è artificio letterario, né un goffo tentativo d'affossare la storia in una suspense da romanzetto poliziesco di basso livello.
La verità è che delle sue ultime parole persino a me importa poco.
Ho accettato poco fa le sue nuove regole.
Quindi prendo la penna e scrivo senza nemmeno leggere le sue parole.

Abbiamo ora commentato entrambi il silenzio.
Non si è trattato più di rispondere, di ribadire, di discettare, ma di farsi tramite di processi creativi ben più grandi ( immensamente più grandi ) di noi.
Arriverà forse, più tardi, il momento di svelare lo scritto dell'altro; oppure, meglio ancora, di svelare quello creato in comune.
Non ora.

Quindi prendo atto della mia scelta - e il fatto di essere presente alla mia decisione mi costringe a chiedermi chi abbia scelto prima che ne prendessi atto - e sorrido.
Scelgo, prendo atto della scelta, sorrido, dunque, e scrivo:

“Quando alziamo per la prima volta lo sguardo, dopo una lunga malattia, al mondo esterno, siamo portati a credere che la gioia, che ci colpisce sia dovuta alla fine della sofferenza. 
Io credo, invece, che quell'esultanza derivi soprattutto dal passaggio dal mondo interiore a quello esterno, o meglio ancora, dal saper cullare il proprio travaglio nello sguardo e nell'esistenza altrui. 
La fine della sofferenza, se mai è possibile, consiste nello svelare i propri tesori nascosti al mondo. Almeno a uno dei mondi possibili.
E danza (e vibra) e culla il ventre mio una melodia che ripara, lenta, i mali dell'inciampo. 
Ora lo so. Allora il mio canto non si elevava cristallino. 
Ora però lo so: non si canta mai solo per sé stessi”.

Mentre scrivo queste parole mi accorgo che questo mio esprimermi di getto, senza preordinate connessioni col passato, in fondo fa parte del gioco del mio amico.
Amico? Già Amico.
Non sono più io a dettare le regole di questo strano scambio? O siamo entrambi?
Che nesso ci sarà mai fra le mie intuizioni sul silenzio e ciò che ho appena scritto?
E poi, sono davvero convinto che un nesso esista, o che debba esistere?
E perché parlare, poi, di sofferenza, di malattia?

Mi calmo, prendo tempo.
Mi prende il tempo.
Lentamente una piccola intuizione sorge in me.
Le domande che mi sto ponendo sono tutte derivate da un unico registro, quello delle cause, dei perché.
E se provassi a riformularle secondo un altro criterio?
Senza esitazione ci provo e nuove domande fanno la loro comparsa.
In che momento ho perso il mio ruolo di “costruttore” delle regole del gioco?
In che istante si crea il nesso fra silenzio e la mia teoria sulla sofferenza?
In che momento posso cominciare a dire che tale nesso non esista più?
Sto sperimentando, me ne rendo conto, per la prima volta un'elusione parziale della domanda.
È come se facessi un tentativo di verificare se il “quando” possa illuminare il “perché”.
Follia? Temo di si!

A volte un piccolo - ma sarà poi così piccolo? - spostamento semantico mi aiuta però a sgomberare il terreno per domande ormai bloccate in una sorta di vicolo cieco.
Un terreno inesplorato per me. Un terreno agognato per me.
Il mio amico nel frattempo si è messo a leggere ciò che ho scritto. La sua espressione, quasi trasfigurata, manifesta forti emozioni.
Questo in parte mi fa ricredere sulla mancanza di efficacia delle mie parole.
Allo stesso tempo - inutile nasconderlo - provo una sorta di timore antico nel vedere che ha scritto qualcosa.
Il timore poi si trasforma in interrogativo insistente quando noto delle piccole lacrime che scendono dai suoi occhi.
Mi avvicino dunque, con la stessa cautela preoccupata con la quale una madre si avvicina al letto del figlio malato per verificarne le condizioni, e leggo.
La mia attenzione è colpita prima da ciò che aveva scritto in precedenza e, solo dopo, dalle poche parole che seguono il mio ultimo scritto.

“La parola “silenzio”, ha in sé la stessa radice di “simbolo”, l'idea del legame. 
Un silenzio che separa non è forse un assordante ossimoro? 
Cosa viene legato dal silenzio che la parola divide e nega?”

Ora comprendo la sua emozione nel leggermi e mi pare più facile tracciare un percorso intuitivo tra i nostri ultimi scritti.
Cosa lega il silenzio a chi lo “ascolta”, il mondo interiore al mondo “altro”?
Cosa nega di tale mondo la parola?
Non è forse vero che la parola nega l'atto che svela?

Le regole del gioco non le ho più dettate io dal momento in cui ho nominato il silenzio.
Da quel momento in poi è stato il silenzio stesso a dettarle.
Il legame tra sofferenza e silenzio si è creato nell'istante esatto in cui al silenzio si è dato il ruolo che meglio gli compete, quello di lenimento e cura.

È forse ora che posi la penna?
O il mio amico mi sta incitando all'esercizio della memoria, all'espressione del ricordo?
Prendo un attimo di pausa, non più lungo di un sospiro e, finalmente, scrivo.

“La foresta d'estate era popolata dalle mie fantasie guerriere. 
D'inverno dal mistero e in primavera dalla speculazione. 
Ma è solo d'autunno che lo stupore ha lascito posto a un'intuizione rigogliosa”

Poi poso lo sguardo sul foglio, sui tratti della mia scrittura, ora più chiari e delineati.
L'allievo-maestro tace. Osserva.
Dalla strada giunge il chiassoso suono di bimbi che giocano a pallone.
Si è fatta ormai quasi sera.
Entrambi, consci di aver perso ogni senso del tempo, ci guardiamo con la tenerezza di chi sa riconoscere nell'altro la maestosità di un accadimento fuori dal comune.
Intravedo poi in lui la manifestazione dei tratti che in me sono più nascosti.
Me li dona, come uno specchio mi dona la mia immagine.
E, strano a dirsi, è un dono molto gradito.

Possiamo perdere il senso delle cose, ma le cose non le perdiamo mai, vero amico mio?
Ci si può dimenticare di sé, ma mai cessare di esistere di fronte al mondo, mai smettere di essere nel mondo, di essere il mondo.

Il mio compagno prende un nuovo foglio.
Bianco, come la tela di un pittore, incapace di conoscere il suo futuro.
Quasi fosse uno strumento mai suonato, in attesa della perdita della sua verginità, della sua innocenza silenziosa.
La sua penna, invece, conosce il suo futuro, forse è addirittura in grado di determinarlo.
Come una donna avvezza alla seduzione, sa di quali potenzialità sia portatrice.
Ne conosce i limiti, certo, ma soprattutto ne riconosce la grandezze.
Non si può chiedere a un violino antico di suonare melodie che non gradisce; allo stesso modo lui non può chiedere alla sua penna di scrivere altro da ciò che lei desidera scrivere.
In questo gioco di scritture spontanee pensare di poter essere padroni della propria penna sarebbe tanto stolto quanto illudersi, in un gioco amoroso, d'essere in grado di prevedere e dirigere ogni seduzione della propria amata.
È nella capacità di sottomissione allo strumento e all'espressione che certi giochi fondano la loro profondità e antichità.
Scrittura e seduzione non sono adatte al generale d'armata o allo scacchista.
Sappiamo bene entrambi che in ogni ricerca d'ordine esiste il caos, un che d'insondabile, d'imponderabile, d'imprevedibile a cui è bene sapersi sottomettere.

Come contadini esperti, ariamo la terra, cercando di prevedere il momento giusto per la semina. Pazientiamo, innaffiando il terreno in attesa dei primi germogli.
Ci curiamo di eliminare parassiti pericolosi, tenendo lontane le cornacchie dal nostro campo.
Tutto questo lo facciamo ( io e lui ), sapendo che la terra e il cielo possono darci buoni frutti o distruggere in un istante tutti i nostri sforzi.
A quella parte non dominabile della vita sappiamo sottometterci.
Sorridendo.
Siamo coscienti entrambi che la ricchezza della nostra attività sta proprio nell'aiutare, stimolare, ascoltare e prevedere il più possibile gli effetti delle nostre scritture.
Eppure non cerchiamo mai di sostituirci a chi ne è la vera sorgente.
La scrittura ci attraversa ridendo e si posa altrove. Sempre.
E noi restiamo irrorati dal suo passaggio, come terra fertile.
Certo, le doniamo al passaggio i nostri minerali, perché si arricchisca dl nostro nome.
Non ne impediamo però il flusso.
Certo, la scrittura ci dona il suo movimento, i suoi gorghi, i suoi vortici, ma ci deposita poi sempre su lidi accoglienti e sabbie bianche.
E ci ricorda l'imperativo unico del nostro esistere: non trattenere se non vuoi che non torni mai più. Non trattenere se non vuoi che sparisca. Per sempre
La scrittura ci attraversa ridendo e si posa altrove. Sempre.
__________

"Elevarsi oltre il velo" di Gabriella Candida Candeloro

Capitolo Decimo
La fine del gioco


Johannes Brahms
Händel Variations, Op. 24
( esec. Murray Perahia )

Francesca
Sono gocce d'acqua.
Colano su un lavandino di lavica
i ricordi miei, Francesca.
Gocce d'acqua, su un lavandino
di lavica.
Melodie lente,
un blues in si bemolle
minore,
cadono, uno a uno,
sulla pietra grigia
della mia memoria.
Fanno plic, plic nella mia mente. 
Nella mia mente.
So cosa diresti 
nel leggermi Francesca,
lo so bene.
Uso le parole, la lingua antica,
per coprire il vero.
E avresti ragione. 
Avresti ragione.
Uso il mio dono, che è anche la mia
dannazione, per non vedere.
Per non vedere.
Ma qualcosa di nuovo avanza.
D'altronde, cosa rappresenta una ricorrenza
se non la possibilità di tingere
il proprio ricordo di nuovi colori?
Di nuovi colori.
C'è una lingua nuova che avanza Francesca, 
a passo lento, come gocce.
Gocce di memoria.
Una lingua nuova
sostenuta da presenze diafane,
e dal Salmista, e dalla tua mano.
La tua mano.
Sei un plic, plic, che sostiene, Francesca.
Un plic, plic che sostiene
E bussi alla mia testa stanca e mi sorridi e mi dici:
"So bene che quel sasso
è tornato a galla, levigato.
E ci poggi la tua penna,
quando la mano è stanca
e le idee ti mancano”.
Quando le idee mi mancano
Ciao Francesca,
sei nel soffio che mi guida.
Che mi guida dal Silenzio.
( Sergio Daniele Donati )
Link a Francesca
Invocazione 
Ostenti fermezza 
per non dire 
all'anima ( che declina ) 
la forza del tuo 
eremo
 
Vedo dunque il mio amico avvicinare la penna al foglio.
Ha la stessa saggia pazienza e lentezza del contadino, la stessa lentezza che la mano divina deve aver usato per forgiare l'universo. 
E scrive. Scrive lentamente.
La sua lentezza, tuttavia, non è la stessa che lo aveva avvicinato al foglio bianco.
La sua scrittura, il suo gesto, ancor prima delle sue parole, manifestano una volontà di farsi tramite, di annullare sé stessi per lasciare spazio alla comunicazione vera.
Non so dire se sia cosciente del paradosso che esiste nel desiderare l'annullamento, giacché ogni volontà è manifestazione di sé.
Non posso tuttavia che sentire il più profondo dei rispetti per il suo tentativo, tanto umano ( e assurdo ), quanto antico.
È per questo motivo che le sue parole, così intime e personali, mi stupiscono.
Parole dense del suo dolore, di una sofferenza che solo chi ha vissuto con intensità sa manifestare.

II suoi occhi erano i più profondi che un viso di donna potesse avere. 
Ho preso la sua mano nella mia e, in un solo istante, abbiamo compreso chi eravamo. 
Poi le ho sussurrato le più dolci parole e il suo ascolto era totale. 
Il suono della sua voce portava il ricordo delle foglie degli alberi, agitate dal vento. 
Amore è dir poco. Amore è niente. Amore è un nome portatore di sventure. 
Amare, al contrario, è altro: è capacità di essere presenti a sé stessi e a chi ci accompagna. 
E questo non ha nome, né definizione. 
Quando lei se ne andò non seppi più chi ero. 
Lo specchio? ( mi chiedi con quegli occhi pieni di lacrime ) : rotto! 
La vita defluì dalle sue labbra e dalle mie mani e divenni meno importante della più infima delle creature. 
Vagai di notte solo, cercando l'annullamento, la morte, l'oblio. 
Punii il mio corpo, colpevole di essere stato incapace di trattenere e prendere su di sé la sua malattia. 
Il taglio mi faceva sanguinare sempre di più da ferite che non cicatrizzavano mai. 
E divenni proprio io il peggior incubo di me stesso. 
Ancora oggi tra le fronde degli alberi cerco la sua voce. 
Ancora oggi tendo le mani verso un cielo che si rifiuta di prendere il suo posto. 
Grazie a questo nostro scambio ho forse compreso. 
Ho trovato una piccola chiave. 
L'autunno, già la stagione degli ultimi rigogliosi soli, è proprio ciò che fra noi due si è creato oggi. 
Il legame che si fonda sull'assenza, la più antica delle relazioni umane, quella immaginata, vive di un progetto saldo. 
Allora, amico caro, prima di prendere congedo da te, scrivo un'ultima cosa. 
Quando incontrerai il tuo destino, non tendergli le mani; non gioire troppo, lascia che un parte di te si prepari alla più grande delle cadute. 
Perché il destino di ogni uomo è nel percorso che egli fa nel tentativo di recuperare, di rimediare a ciò che ha perso. 
Il destino di ogni uomo è in ciò che si nasconde. 
E quando pensassi di essere giunto alla meta, ebbene, che le tue ossa siano abbastanza salde per parare il colpo! 
Perché se un incontro diviene una meta la morte è inevitabile. 
Sussurrerai anche tu le più dolci parole, ma quando non avrai più orecchie che le ascoltino, sarai capace di sussurrarle a te stesso? 
Ti perderai anche negli occhi più sublimi, ma quando non sarai più guardato, quando quegli occhi si chiuderanno, sarai capace di portare uno sguardo benevolo alla grandezza del cielo? 
Tenderai anche tu la tua mano, ma se nessuno più potrà raccogliere il tuo invito, il tuo abbraccio, sarai capace di saper posare il palmo della tua mano sulla tua stessa fronte e, piangendo, continuare a percepirne il reciproco scambio di calore? 
Oppure ti perderai anche tu nella notte senza lumi, divenendo un odiato incubo per te stesso? 
E se anche ti perdessi, continuerai a cercare la luce, la fiammella di candela che ti sembrerà sempre più lontana? 
E se le fronde degli alberi non ti restituiranno più la voce che cerchi e brami, ti fermerai comunque ad ascoltarle e a percepire nel loro suono la presenza sia del creato che del Creatore?”

Alzo lo sguardo verso di lui, verso l'allievo-maestro, l'amico, il compagno di percorso.
E mi vengono in mente dei miei versi di tanto tempo fa.
Si affacciano alla mia mente come un ricordo agrodolce, come la carezza della madre che fu sul mio volto, bambino.

Dalet ד 

Johann Sebastian Bach
Piano Partita No. 2 In C Minor, BWV 826
( esec. Martha Argerich )

Davanti a quella porta io mi chino.
La scrittura si fa piccola, sempre più piccola; essenziale.
Mi dicevi poeta da piccolo.
Io, sognante, componevo frasi con le quattro parole che possedevo.
“Il cielo, il mare e mamma e papà”, ricordi?
Poi mescolai elementi e materie e tu mi dicesti scrittore.
Fu un necessario strappo a costringere l'abbondanza dei simboli, 
ali di rondine per le mie intuizioni, in cassetti inaccessibili, anche a me.
Anche a me.
Rimanemmo in tre; e ora lentamente svanisci anche tu.
Con passo fragile, insicuro, delicato e discreto svanisci.
Ti fai piccola ai miei occhi che si chiudono per non vedere.
E, mentre a stento varco quella porta, lenta appare in cielo, 
come scritta di fuoco grigio, la domanda:
“Chi mai sosterrà le mie lettere ora, mamma? Chi mai?”.

So ora cosa vuole darmi quell'uomo, cosa vuole dirmi.
So anche che vuole prepararmi alla sua uscita di scena.
Non gli tendo la mano; non un parola esce dalle mie labbra, non un'intenzione dal mio cuore, né un lacrima dai miei occhi.
Lo guardo come si osserva l'inevitabile, come il contadino osserva la tempesta che distrugge il suo sperato raccolto, come si guarda la terrificante bellezza di un'alba o, ancor peggio, d'un uragano.
Lo guardo a lungo e lui ricambia il mio sguardo con la stessa assenza d'intenzione.
Ci guardiamo, ci riconosciamo, privi di emozioni.

Perché le cose troppo più grandi di noi non emozionano.
Non esiste un nome che possa contenerle che non sia “silenzio”.
Lo guardo girarsi, senza nemmeno un saluto, per andare via.
Schiena dritta, sguardo a terra.
E mi pare che su quel dorso vissuto siano incise, come tatuaggi le parole che ora mi affollano la mente
Non potevi che rifiutare il mio corpo; ora lo so.
Che il cuore dell'artista batte solitario, anche quando anela all'amore.
E le sue parole pesano come macigni se l'anima non le abbraccia.

Fuori, per strada, i bambini continuano a giocare a pallone.
__________

"La confessione" di Sergio Daniele Donati

Capitolo Undecimo
Solo al bar

Ludwig van Beethoven
Piano concerto No 5 Imperatore ( Adagio )
( esec. Murray Perahia )


Alla quarta birra tutto appare chiaro.
E si mollano gli ormeggi, l'etica vola alta.
L'emozione, pur non negata, si assoggetta alla legge dello spirito.
E dello strazio e delle ossa polverizzate, del respiro che si blocca in gola e di quei pensierini che negano l'esistenza, quasi non esiste più traccia.
Ci si sente centrati. Infusi di una saggezza antica. E si ha il coraggio di dire: "che sia, io lascio andare"....
( tratto da Abissi Ebbri 
Sergio Daniele Donati )
Invocazione 
Ma non dovevi 
ancora am..*, 
negare della via il lato 
oscuro? 
* no, non posso dirlo,
ho fatto una promessa a Pietro


Sto a lungo seduto al bar.
Solo. Lo sguardo fisso, nel vuoto.
Sono come gocce le immagini che m'attraversano la mente.
E niente - o forse solo il mio respiro - riesce a dar loro un ritmo, una cadenza, un senso.
Le vedo passare senza emozioni; senza emozioni.
Fotogrammi di vita vissuta, o immaginata e mai lasciata crescere.
È andato via lasciando, come fosse una traccia, una bava di bruco, una sola parola: assenza.
E io sono stanco di contarle e metterle in ordine alfabetico ( o cronologico ) le assenze, le mie.
Ne faccio la conta sin da piccolo, così, per ricordarmi chi sono, per non dimenticare il mio nome.
Dal cane mai avuto a un Dio che si cela e gioca con me a rimpiattino, da sempre le conto tutte e le nomino.
Le vedo scorrere nella mia mente, senza emozioni; senza emozioni.
Mi fanno cucù ( o ciao ciao con la manina ), prima di scomparire di nuovo, sostenute dal basso continuo del timbro della voce di quell'uomo.
Allora chiudo gli occhi e prego; senza emozioni.
Sì, prego, e ogni parola sfuma e perde senso un secondo dopo la sua pronuncia.
Ma lascia un segno, una scia in quella che la segue. Bave di bruchi.
Come una catena, come un filamento dove inscrivere il genoma dei nostri non detti, lascia una bava collosa sulla mia pelle.
Ho smesso di aggrapparmi alle parole, persino a quelle di quell'uomo.
E ora sono le parole a appiccicarsi sul mio epitelio.
Io lascio che sorgano ( che scorgano la luce e sgorghino significati ) e poi scompaiano; come nelle preghiere antiche, o nelle nenie che si cantano ai bimbi quando faticano a trovare il sonno.
Eppure continuo a pregare, perché si fermi la campana delle assenze, il tamburo dei no; senza emozioni.
Non per me, ma per quell'uomo.
Prego perché si spezzi il pennino della sua stilografica al quale ha legato ogni speranza di sopravvivenza e taccia per lui il ricordo di fronde e voci femminee.
Prego per il suo oblio, che la memoria è per pochi - eletti o dannati - ma pochissimi.
Le palpebre pesano.
Sono stanco, delle conte e delle preghiere, delle scie e delle bave di bruco; eppure continuo.
E prego per immagini, per sogni, per segni.
Sempre e solo per lui, come se la sua salvezza fosse quella del mondo; e la mia.
E immagino costellazioni di lettere sulla sua testa. Le immagino senza emozioni.
Formano figure e tracciano linee, lontano; lontano da un mondo che le rifiuta.
Vanno e vengono, per lui, solo per lui.
E creano una rete di fili dorati e sottili.
Una coperta sacra sopra i suoi dolori.
Tele di ragno. Fili di lino, trasparente, sottile, resistente e fragile.
E le vedo cantare melodie antiche, per lui, solo per lui.
E ricucire i tagli sulla sua pelle, quelli profondi, di una auto inflitta sofferenza.
E lui dorme, nel silenzio, dorme.
Il pennino finalmente spezzato, dorme.
E io piango, che le assenze e le loro conte pesano.
Che donare pesa, come pesa ricevere e rinunciare alla propria purezza.
Costruiscono castelli e piramidi e grattacieli e torri, le conte delle assenze, ma pesano.
Su un cuore che anela alla leggerezza pesano, su una mente che anela all’oblio pesano, su un nome indicibile pesano.

Fuori i bambini tacciono. Un silenzio surreale, d'attesa.
Poi scoppiano in un boato di gioia, che Antonio, il magrolino, ha parato un rigore da Luigi, quello un po' bulletto, ma in fondo buono.

Chiudo gli occhi.
Li chiudo spesso, per ritrovarmi solo con me stesso, e coi volumi di parole mai dette che abitano la mia mente.
E quella lettera mai scritta prende corpo e danza dentro di me.
E recita, la lettera, intere epiche di amori bloccati in gozzi di pellicano incapaci di contenerli, di trasformali in cibo per i figli; enciclopedie di silenzi che ti si strozzano in gola, mentre vorresti urlare al mondo una sola frase: io esisto.
Sono epiche senza eroe, in cui solo l'aver avuto la presenza di tacere è stato atto di coraggio ( o di viltà estrema ).
Che si tace a volte per non dire, certo; per scelta. Ma si tace anche per non saper dire, e le parole e i lemmi inespressi ti tagliano la pelle e feriscono le viscere; in profondità.

Prendo la penna e finalmente scrivo; in un silenzio surreale scrivo.

“Hai confuso il tuo mondo, quello che ti bussa dentro sin da piccola, con le mie intenzioni. 
Hai solleticato il regno delle tue paure con parole troppo piccole perché una mente come la mia potesse concepirle. 
Io, da parte mia, ho confuso le mie parole con la tua appartenenza a un altro linguaggio e dimenticato il nome del deserto da cui provieni. 
Che di un deserto ogni roccia è memoria della prateria che fu ( e potrebbe tornare a essere ) . 
E ho negato a me stesso la possibilità di un errore. 
Che ogni errore è memoria di un bimbo che grida la sua esistenza in faccia al mondo. 
Tutto per non dire, per non dirci, una cosa sola. 
Che ricevere è duro, infinitamente più duro che donare. 
Che ricevere è il gesto estremo di presenza a sé stessi. 
L'uomo che ha appena lasciato questo bar, Marta, ha messo un sigillo pesante sul nostro gioco di malintesi. 
Ha posto una parola - una parola che tacita - sul limite del nostro esistere, Marta, del nostro opposto resistere. 
E io ora prego per la salvezza della sua anima; non della mia, né della tua. 
La nostra comune, poi, è stata solo un sogno, un'illusione, meno reale del desiderio di Antonio di far parte della rosa di una squadra di serie A.

C'è un sogno, Marta, un sogno che non muore. Si ritira, forse, in luoghi arcani, ma non muore. 
Né muore ciò che quel sogno sostiene. Solo trova forme nuove, vie sotterranee, per rimanere vivo. 
La parola che tu hai illuminato per un istante, troppo breve, ora pulsa e va via, lontana. 
Lontana dalle tue orecchie girate verso un luogo a me inaccessibile. 
Lontane dai miei occhi, sempre troppo puntati verso un abisso fertile e terrificante. 
Vola leggera, e solletica altre menti, altri cuori. 
Lontana da me e da te. Vola in territori dove viene ascoltata e accudita. Per questo scrivo. 

Né io né te, quella parola mal pronunciata, inascoltata, orfana, siamo stati capaci di uccidere. 
E vola alla ricerca di genitori amorevoli, case accoglienti, ove possa crescere sana e protetta dagli strali dei nostri strazi. 

Per questo poso la penna e forse dovresti fare lo stesso anche tu. 
Le nostre penne sono state strumenti limitati, goffi e inorriditi dalla bellezza di ciò che il mondo dipanava ai nostri piedi. 
Le nostre penne non hanno saputo raccogliere il dono, non di un sentimento comune e umano, ma di ciò che all'uomo dice: elevati, soffia e vola. 

È ora che posi la penna nell'astuccio color porpora che mi porto dietro, che lasci alle mie parole zoppe, afone, umane e bambine la possibilità di crescere. Altrove. 
Lontano dai miei occhi da gufo e dai tuoi da gatta, lontane dalle seduzioni e dagli umori d'un amore che viene rifiutato prima ancora che lanci il suo primo vagito. 

Ormai mi è chiaro, Marta: ciò che è stato (ciò che non è stato) non era mattone per la costruzione di un amore. Né per la sua distruzione. 
Erano fanghi, limi di cui si costituisce una parola che, da noi ripudiata, negletta, bandita, vive ormai di vita sua e vola. Lontana. 

Poso la penna nell'astuccio e riposo. 
E spero tu faccia lo stesso. 
Spero che quel tuo sorriso, che è postura malcelata contro il disamore tuo per la vita, si tramuti in abbraccio vero del mondo. 

Il mondo ti attende e attende il mio silenzio. 
Attende la tua primavera e il mio autunno; i tuoi germogli e le mie foglie rosse e gialle a terra. 
È ora che io accetti la mia stagione. E tu la tua. 
E io la tua, che non è la mia “.

Poso la penna. Pago le mie consumazioni ed esco dal bar.
Mi accendo una sigaretta, mentre i ragazzi scoppiano in un altro boato di gioia.
Luigi, il bulletto buono, ora ha segnato.
In cielo si vedono striature di rosa.
E il rosa porta il grigio, e poi il blu notte; e il cielo lo sa.
Il tramonto è vicino. Forse troppo vicino
__________

"Riposo" di Gabriella Candida Candeloro

Capitolo Duodecimo
Epilogo

Arvo Part
Spiegel im Spiegel
Faresti meglio a arrenderti, figlio mio 
Come spiegarti i mille movimenti a spirale che l'artista marziale deve saper compiere per sperare di governare il proprio mondo interiore, figlio mio?
Ci sono insegnamenti che io ho ricevuto troppo presto.
Altri li ho lasciati sedimentare troppo a lungo.
Altri, infine, li ho coperti di un silenzio senza fine, perché potessero parlare da soli, per sé e di sé.
E non so più nemmeno di cosa parlarti se non di ciò che sono stato e sono.
Lo faccio ora, sapendo che, forse, mi leggerai tra anni.
Faresti meglio a arrenderti, figlio mio, alla Vita che avanza dentro di te.
Anche quando sentirai che ti strappa via le viscere e modifica i tuoi sorrisi interiori.
Resistere alla Vita è come combattere l'oceano in piena, armati solo di un fuscello ancora verde.
Se invece imparerai a seguirne i ritmi, i silenzi come gli urli improvvisi, la Vita come uno tsunami in piena ti innalzerà come ancora non pensi sia possibile.
( incipit di Faresti meglio a arrenderti 
 – Sergio Daniele Donati )
Invocazione 
Fantasmi e 
incerti passi 
non sono che 
essenze ambrate d'am..* 
* no, non posso dirlo,
ho fatto una promessa a Pietro

Apro gli occhi. Pietro mi sta guardando.
“Bella questa storia, papà”, mi dice, “ anche se non ho capito sempre tutto. Però avevamo detto tutto tranne che l'amore, papà”.
“Hai ragione Pietro, hai ragione”, rispondo, “ma io, fuori dall'amore, forse non esisto e forse non esiste nemmeno un racconto dell'uomo che non ne parli”.
Pietro mi guarda. E io, come sempre, in quello sguardo mi perdo.
“Ma, parlandone sempre, perde di importanza, papà”, mi dice.
Lo guardo.
E canta il merlo sul tetto. Lancia fischi acuti, incurante dello sguardo basso di un padre e di quello interrogativo di un figlio.
Canta e fischia, nero. E giallo.
E il mondo dell'uomo non gli risponde.
Quel mondo tace e si nasconde, ritroso, mentre si dipana davanti ai suoi occhi lo spettacolo terrificante del rinnovarsi delle stagioni.  

Credo che l’alba sia vicina, forse troppo vicina.
__________

"Autunni" di Sergio Daniele Donati


Capitolo Decimoterzo
Incipit e finali
( e in mezzo il nulla )

Astor Piazzolla
Oblivion
E ora Tango
Ti tengo lontana,
che sai di mare.
Ti tengo vicina,
che sai di ginepro.
E quella nota tenuta,
sensuale,
è un urlo, bambino, acuto.
Un dondolarsi lento, 
sopracciglia alzate
occhi umidi,
ti tengo lontana
che sai di calce,
vicina
che sai di ribes
Ti tengo lontana
che sai di cielo.
Ti tengo vicina
che sai di mamma.
E torni e vai e torni, ancora.
Onde. 
Ti tengo lontana, 
ti tengo vicina.
e sogni e sogni
E ancora pieghe, pieghe. 
Ti tengo lontana e vicina.
E schiaffi e addii
e ti tengo vicina
e lontana,
ancora.
E torni e vai.
E muovo il piede
su asfalti bagnati
su arie buone
d'oblio.
E vai e torni
E ti tengo
vicina e lontana
e vibra lento e pulsa
il ventre
e vai e torni
e ti tengo
vicina e lontana.
Che sai di mare
e di ginepro
di mamma e
d'oblio
( Sergio Daniele Donati )
Invocazione
Si, s'espande
e sfiora
nubi e stelle,
silenzi e pause,
oltre il dicibile.
Prenderanno il volo, le parole. Tu abbassa lo sguardo a terra. 
In casa. Mio figlio e io, soli. 
“Papà, perché piangi?”.
Si avvicina al foglio
“Papà c'è una cosa che non capisco”.
Si alza, mi guarda.
Lo vedo dunque avvicinare la penna al foglio.
Alzo lo sguardo su di lui.
So cosa vuole dirmi,
sto a lungo seduto.
Apro gli occhi.
Pietro mi sta guardando.
E il cordone che univa le parole al silenzio è pelle di biscia;
chiudo gli occhi, come per ricordare, qualcosa e comincio a raccontare.
Che sappia che valore do alle parole, che sappia che voglio che sappia.
Sto. In posizione d'attesa, certo di una sua reazione alle mie parole.
“Sì”, rispondo, “parlare di quel silenzio è un dono che non ci è stato concesso”.
“Va bene”.
La scrittura ci attraversa ridendo e si posa altrove. Sempre.
Fuori per strada i bambini continuano a giocare a pallone.
Il tramonto è vicino, forse troppo vicino.
Credo che l'alba sia vicina, forse troppo vicina.
__________

"Elevarsi oltre il velo" di Gabriella Candida Candeloro

Capitolo Decimoquarto
La grande invocazione

Sergej Rachmaninoff
Piano concerto #2 in C Minor, Op. 18 - Adagio
( esec. Grimaud )
Arpeggi e cicale
Io ti raggiungerò, padre,
nel luogo designato, ti raggiungerò;
a passo felice con i chiodi nelle scarpe, 
ti raggiungerò
e a nulla varranno le cetre e i liuti, 
là, 
dove il suono della fonte
sarà sovrano, 
dove lo scacco sarà pedone.
Io ti raggiungerò, 
e sarà sorriso che unisce, padre
e sarò di nuovo figlio, 
del vento e delle cicale,
come allora, 
e il sasso che rimbalza 
cricchetto, ricochet, grillo salterino.
E rideremo rideremo, 
come non abbiamo riso allora,
e la risate si alzeranno come vele, 
padre,
e ci porteranno nel luogo 
che i nostri occhi hanno sognato
lontano, lontano,
e sarà musica di cembali 
e flauti e liane a cui appendersi,
e sarò figlio del vento e delle cicale,
e sarai figlio del vento e delle cicale. 
Io ti raggiungerò, padre, 
e immergeremo i piedi
nella neve che si farà scherzose
beffe dei nostri “ohi che freddo, ohi ohi”, 
e rideremo, rideremo padre;
e di lontano un corno inglese
ci dirà che è 
l'ora del ritorno,
della zuppa di ceci e fave 
e di vino rosso 
da bere assieme,
da pucciarci il pane, ridendo del passato 
io ti raggiungerò, padre,
perché qui 
nel luogo del gelo, 
del silenzio e della parola
che si strozza in gola, 
non ci voglio più stare
io ti raggiungerò, 
padre, 
perché è ora che 
riposi. 
( Sergio Daniele Donati )

Invocazione e sogno 
Re, principi e regine, 
eburnee presenze. 
S'inseguono luci in 
pantani e limi opachi; 
incuranti tendono 
rami nel pozzo 
oscuro. 

Con me tu, 
occhio d'ossidiana, 
nenie e sguardi, 
testimoni ancora 
e senza sosta 
le ruggini delle ancore 
e il mare e 
non nego più le 
tele nostre di ragno 
ocra e argento
__________

"Passi" di Sergio Daniele Donati

Capitolo Decimoquinto
Appendice (fuor di testo)
I passi

Claude Debussy
La Mer & Nocturnes
( esec. Chicago Symphony Orchestra - Sir Georg Solti )
Parole stentate

Figlio mio,
io vorrei trovare le parole (e non ne trovo se non di stentate) per dirti che ogni parola che leggi, ogni virgola su cui posi le tue pause, ogni punto che ti permette di staccarti dal testo.
Sposta galassie, allontana buchi neri, porta luce nel buio più oscuro.
Vorrei trovare le parole (e ne trovo solo di stentate) per dirti che ogni istante che passi alla lettura diviene la lettura dell'Altro.
Di quell'altro che è in te e di quello che ancora devi incontrare.
Figlio mio, una parola scritta ha bisogno di essere letta e custodita non solo nel cuore di chi scrive.
E se ti fai portatore delle parole altrui, ebbene, figlio mio, troverai le tue, quelle vere.
E non sarà per imitazione, ma per osmosi, per aderenza profonda all'Umanità.
E verranno i momenti in cui avrai bisogno del Silenzio, dell'assenza di parola, dello sguardo lontano e dell'ascolto della parte più profonda di te.
Figlio mio vorrei trovare le parole (e ne trovo solo di stentate) per dirti che sarà proprio in quei momenti che le parole lette, che i giardini dorati che avrai costruito in te leggendo, renderanno il tuo ascolto silenzioso ancora più profondo ed umano e piccolo, ma mai diminuito, come piccolo è l'atomo la cui energia ancora non sappiamo dominare
(Sergio Daniele Donati)
Link a Parole Stentate
Invocazione
Posala, la penna,
ancora e sia quel gesto
seta e
silenzio
indicibile

C'è un passo, figlio, che potrai fare solamente a occhi chiusi; da solo.
E sarà il passo verso il nome che completerà il tuo.
Io quel passo lo feci, Pietro, e caddi.
E come un bambino risi, mi rialzai e riprovai di nuovo.
E caddi ancora.
A terra trovai un astuccio. Conteneva delle penne antiche.
Furono loro a tracciarmi la via, a insegnarmi a mettere un piede dopo l'altro.
Ridendo; cadendo e ridendo.
Non so cosa troverai tu a terra, figlio. Non posso dirlo davvero.
Ma so che, se benedici ogni tua caduta, apprenderai da terre e fanghi ad andare verso l'incontro fatato.
Quello che completa il tuo nome.

__________











stampa la pagina

Commenti

  1. bellissimo racconto, anzi: bellissimo prosimetro. e bellissime immagini.
    complimenti, Fedro. e grazie eprr tutta questa bellezza.
    e complimenti e grazie, per queste immagini, Gabriella Candida.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie davvero. La bellezza a volte la si trova negli angoli più nascosti dei nostri ricordi.

      Elimina
  2. quest'opera merita un contatto fisico, quello spirituale esiste gia'.
    Andro' ad acquistare carta color lavanda, e la stampero', cosi' potro' tenerla con me, e trasmetterle il calore dei miei pensieri.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie. Mi onorano le sue parole, soprattutto perchè credo che la fisicità della scrittura sia un dato imprescindibile. Dal profondo, grazie ancora.

      Elimina
  3. Complimenti davvero. Non ho parole

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Oh grazie e, parrà strano, non avere più parole è ciò che mi ha spinto a ri-scrivere questo racconto.

      Elimina
  4. Il racconto, le invocazione, la musica... tutto così sospeso in una dimensione quasi magica.
    Grazie,
    Lea Sender

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie davvero Lea. In effetti c'è molto più significato, nelle nostre vite, in ciò che è sospeso e celato, spesso.

      Elimina

Posta un commento