Post in evidenza

A Edmond Jabes - Il Maestro



Che poi, forse, se,
invece di incagliarci
nei nostri specchi,
invece di balbettare
stentate, parole,
barbare, balbuzienti,

se invece che anelare al silenzio,
vomitando suoni gutturali,
spinti da chissà quale impulso,
ci arrendessimo ai nostri limiti,
e accogliessimo infine
la fine d'ogni nostro anelito,
e fermassimo quell'urlo sgraziato,
che ci fa ripetere sempre e solo
io, io, io, io.

Se finalmente il vento
accogliesse i nostri pianti
e irrigasse le terre aride
le cui polveri ci anneriscono i piedi,
e ci sedessimo su quella pietra,
a ascoltare il canto,
che lento si fa strada,
nella via della nostra fine,

se guardassimo i volti
dei poeti a noi cari
prima di rubare loro i lemmi,
e di tentare voli di tacchino,
tramutando in porci
la parole antiche,

se guardassimo quelle pieghe della pelle,
dove tutto è scritto,
prima della parola,
prima dell'incontro e dell'incaglio,
prima della seduzione,

e sentissimo sulla spalla
una mano amica
e una voce fraterna
dirci "taci, ascolta"

allora e solo allora
verremmo accolti nella
schiera degli eletti
e il nostro silenzio,
il verso che non dice,
la parola afona, seminata
nel sottosuolo,
darebbe frutti
e l'io, io, io
lascerebbe spazio
a una resa vittoriosa.

E il firmamento sopra di noi
crederebbe ancora
nel passo di Adamo,
bambino.




Recitazione in video di Sabrina Picchierri


Commenti

  1. Torno qui ogni tanto a ri leggerla. Che, poi, forse, se, è diventato l' incipit di diversi pensieri.
    Grazie.
    È bellissima ed è come necessaria.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie. Una sorta di dialogo coi poeti che più mi hanno segnato. che sento come una spinta alla riflessione sul valore della parola che sempre più sfugge.

      Elimina

Posta un commento