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La mia vita con Glock - 05 Glock e la misura del tempo

Illustrazione di Patrizia Comino
Gabriele sedeva alla scrivania da quasi un'ora. Il foglio bianco davanti a lui sembrava raccogliere, come sospiri invisibili, le sue idee. 
La penna in mano non accennava a un minimo movimento. 
E il silenzio che avvolgeva la stanza non era disturbato nemmeno dalla musica di Rachmaninov che aveva messo. 
“Ci si abitua”, pensava Gabriele, “ai tempi della creazione, alla loro lentezza”. 
Glock, seduto al centro della sua fronte con una piuma in mano, aveva smesso di canticchiare. 
Ascoltava il brusio dei pensieri di Gabriele con sguardo assorto. 
Esiste una proficua stasi in ogni atto creativo, prima che il turbine del cambiamento si manifesti. 
Gabriele questo lo sapeva bene. Aveva appreso col tempo il valore dell'attesa. 
Glock si alzò senza parlare e scomparve nel midollo di Gabriele. 
Ne tornò poco dopo con una piccola lampada a olio; un oggetto antico, di quelli che si possono trovare descritti nei romanzi russi dell'ottocento. 
Si sedette a gambe incrociate sulla penna di Gabriele. 

Gabriele, Gabriele, 
ogni attesa è come miele; 
guarda il cielo su in alto 
il satellite sullo spalto, 
come attende silenzioso 
il tuo incedere maestoso. 
Scrivi solo tre parole, 
del tuo animo viva prole; 
poi estendi nel narrare 
legami belli tra cose rare. 
Infine taglia, cuci, eleva e spiana; 
resterà la tramontana 
che ti arruffa i capelli 
se sorridi a virgole e punti, belli. 
Non son lacrime le parole 
ma boschi antichi di nocciole 
ove il passo tuo felpato 
resterà affascinato 
da quel vento che imperversa 
nella penna quando pare persa. 

Finita la cantilena, Glock appoggiò la piccola lampada sulla punta della stilografica di Gabriele. 
Poi svanì in un “puf” in mezzo a una nuvoletta azzurra. 
Gabriele sorrise e scrisse sul foglio bianco: bosco, vento, olio. 

Il resto di questa storia è già stato raccontato. Al suo inizio.

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