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La mia vita con Glock - 04 Glock incontra Laura

Illustrazione di Patrizia Comino

“No, non chiedermi da dove origini la mia scrittura. Sono pianti di bimbo, là nella stanza scura, prima di ogni significato, di ogni rimpianto”, pensavo dopo la domanda di Laura. 
Lei mi guardava, innamorata. Non c'è niente che innamora di più di un poeta sofferente, si sa. 

Ma no, non era questo il gioco che volevo giocare. Chiudevo gli occhi, e quel bambino me lo vedevo davvero lì davanti.  Spaurito, sperso, gli occhi sbarrati verso un futuro incerto. 

“Laura”, dissi, “ ti prego non me lo chiedere. Piuttosto, facciamo ancora l'amore”. 
“Ma io”, rispose Laura con lo sguardo umido, “l'amore con te lo faccio ogni volta che ti leggo. Non è certo il tuo bel fondo schiena che mi ha fatto perdere la testa, sai?”. 
Glock, seduto sull'elastico dei miei boxer, rideva come un ragazzino. Poi cominciò a canticchiare, come al solito: 

Gabriele, Gabriele, 
no, non devi esser fedele 
alla tua sofferenza. 
Ma se proprio non sai far senza 
mostra a Laura non solo il miele 
mostra tutto, anche il fiele. 

“Laura”, dissi, “sai, questo è un argomento per me molto delicato. Ma è giusto che tu sappia. Solo, non aspettarti una lieta favola. La mia scrittura nasce da una ferita profonda, molto profonda”. 
Laura sorrise nervosamente, lievemente agitata. 
“Quanto ti adoro quando sei così sciocco”, disse con ostentata sicurezza, “ Credi che non l'avessi già compreso? Per questo te l'ho chiesto. Voglio capire come hai fatto a trasformare un dolore in oro. E te lo chiedo perché forse ho bisogno anch'io di farlo”. 
La guardai come un cowboy avrebbe guardato un verde marziano con le antenne entrare nel suo Saloon. 
“E' così evidente?”, pensai. 
Glock, che dall'elastico dei boxer si era spostato nel mio ombelico, assumendo le sembianze di un vecchio gnomo dalla barba bianca, ramazza alla mano, canticchiava: 

Fallo adesso, fallo adesso, 
non passar per così fesso, 
il dolor non lesinare 
e comincia raccontare. 
Laura è dolce, bella e t'ama, 
la scrittura fai meno arcana! 
Non lo vedi quanto aspetta? 
Parla piano, senza fretta; 
ma, se il dolor a lei ometti, 
cosa credi che t'aspetti? 

Presi la mano di Laura, guardandola negli occhi. Volevo piangere, e invece parlai. 
“Laura, io non ho iniziato a scrivere per trasformare. Ho iniziato a scrivere per sopravvivere. La scrittura poi è diventata per me una pratica quotidiana, quasi necessaria, senza intenzioni chiare. Perché dovevo ancora sopravvivere, capisci? 
Hai in mente quei vecchi documentari sulla prima guerra mondiale? Quando i gas letali invadono il campo, la trincea nemica? Ecco, la scrittura per me è stata la maschera antigas. Mi rendeva buffo, alieno agli altri bambini, originale, solo, tremendamente solo, ma mi permetteva di vivere, di respirare. Certo, io non ne ero cosciente, ma questo è stato”, dissi. 
Laura mi stringeva forte la mano, il volto rigato di lacrime. Glock, che aveva (non so perché) assunto il volto di mia madre, con lo sguardo abbassato cantava una dolce ed antica filastrocca, di quelle che fanno addormentare i bambini agitati la sera: 

Bravo, bravo Gabriele 
a Laura sei stato fedele. 
Non aver alcun rimpianto, 
toglile ora i segni del pianto. 

Glock stava ancora finendo di cantare quando Laura mi chiese singhiozzando: 
“E' ancora così, Gabriele? E' ancora la tua maschera antigas, la scrittura?”. 
La guardai a lungo prima di risponderle. Molto a lungo. 
Era splendida, lontana da ogni idea di donna che sino ad allora ero riuscito a costruirmi. 
Laura era semplicemente Laura. Davanti a me. Al mio fianco. 
Le asciugai le lacrime dal volto con dei piccoli baci, facendola sorridere e le bisbigliai all'orecchio: 

“No Laura, io ora sto bene. E' iniziata come sofferenza, poi è diventata gemme preziose, boschi fatati, muschio dove posare i miei piedi nudi, pacche sulle spalle e bevute tra amici e amore, tanto amore. Io però non ho trasformato niente volontariamente. Si è trasformata da sola lei. La scrittura. E poi...” 

“E poi....” chiese Laura rincuorata e curiosa. 
“E poi ci sei tu”, dissi, “ e l'incontro con la bellezza avviene quando le maschere si è capaci di togliersele. Non si può respirare insieme se teniamo una maschera addosso”. 

Glock girò le spalle, ma per un attimo mi sembrò che anche lui stesse piangendo.

Lo vidi andare lontano canticchiando dolcemente melodie arcane e antiche che fecero vibrare da dentro ogni fibra del mio corpo e di quello di Laura.
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