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Tutto tranne che l'amore



Premessa: la nascita di un titolo
In casa regna un silenzio arcano. E' uno di quegli attimi di sospensione che per un cuore attento indicano sempre l'imminenza di un evento importante.
Io e Gabriel, mio figlio allora di quasi cinque anni , siamo soli a casa. Serata tra uomini.
“Gabriel”, gli dico “giochiamo al bosco magico”.
“Si, bello papà”, risponde felice.
Il bosco magico è il luogo immaginario dove i personaggi delle nostre storie prendono vita. 
Ci raccontiamo storie ambientate in una foresta abitata da ameni personaggi.,
Mio figlio Gabriel è un grande narratore, un grande affabulatore e le sue storie sono sempre dense, dirette, dinamiche, a volte disordinate, dolci e non prive di una certa timida discrezione.
Il bosco magico è abitato da animali parlanti, da saggi gufi che con i loro racconti sanno aiutare il sonno pieno di paure dei cuccioli di ogni specie, da leoni pigri che in un guizzo di attivismo salvano l'intera foresta da un pericolo imminente, da furbi gatti che sanno sedurre le cicogne per ottenere le loro torte, da alberi millenari dai frutti misti, capaci di dare cibo ad ogni animale vegetariano. Già gli animali del bosco magico non sono erbivori ma vegetariani. 
Uno addirittura è vegano ma “quello lì, un procione, "è un po' strano”, dice Gabriel.

Insomma, migliaia di creature fatate abitano il bosco magico e parlano direttamente al nostro desiderio di ritrovare i tempi delle narrazioni antiche, i profumi di un luogo immaginario, anzi di un non luogo, ove riporre le proprie fantasie.
“Che genere di storia vuoi che ti racconti, amore?” chiedo.
“Cosa significa “genere” papà”, risponde.
Stupida domanda la mia, davvero!!!
Nella mente di un bambino una storia è una storia e contiene già tutto in sé. Non c'è alcun bisogno di classificazioni in stili, generi narrativi, categorie di contenuto.

“Beh, Gabriel, ci sono storie di avventura, di battaglia, di viaggio, d'amore, di scoperte strane, storie che fanno paura, storie che fanno ridere, storie che fanno pensare al futuro, storie che fanno pensare al passato, storie che non fanno pensare per niente, storie che non sono storie ma storielle, storie che non sono storie ma lunghissime saghe” dico sorridendo.
Lui mi guarda serio. Molto più serio di quanto il tono della mia risposta avrebbe potuto pretendere. E' in quell'istante, in quello sguardo serio, che percepisco che non siamo soli, che un evento importante sta per manifestarsi.
“Voglio una storia con tutto dentro”, mi dice.
Poi ci ripensa e, fattosi ancora più pensieroso, si corregge: “Anzi, con tutto tranne che l'amore”

Capitolo Primo – Il sorriso dello scrittore.
Seduto ad un tavolo, immobile. Il suo piccolo lume portatile da lettore notturno diretto al foglio bianco. La testa lievemente inclinata verso destra. Un sorriso appena accennato sulle labbra. 
Tace ed osserva quello spazio vuoto, quell'istante di sospensione che dicono essere la madre di ogni atto creativo.
Troppo piccolo per non essere autentico, troppo piccolo per non essere notato. 
E' semplicemente il suo sorriso. Pare figlio di un'intuizione puerile, come una dolce aderenza ai propri sogni. 
Aderire è in parte arrendersi a ciò che già si sa. Aderire significa aver coscienza del breve momento di apnea che esiste tra un respiro e l'altro. Aderire significa accogliere in sé ciò che già dimora dentro di noi.
Prende la penna, la soppesa.
La guarda ancora una volta, quasi fosse la prima. Ne gestisce la forma, ne plasma l'aderenza ruvida al foglio. E, finalmente, scrive. Senza idea alcuna, senza prevedere una storia, né una conclusione, né un personaggio, né un'ambientazione.
Scrive.

Il suo sorriso, man mano che il gesto prende forma, si amplia, conquista più spazio sul suo viso; si manifesta non più come un piccolo cenno, ma come la tempesta di una certezza.
L'inclinazione della testa verso destra si accentua.
E' mancino. Il suo pensiero, il suo gesto, il suo sguardo sono mancini. Forse proprio per questo, , come un vecchio saggio , sceglie di inclinarsi verso destra.
Ciò che l'intuizione gli permette di scoprire da un lato, infatti, si scioglie nella sua volontà di creazione dall'altro. 
E' un sottile gioco di equilibri, un perfetto bilanciamento delle posture a permettere la scrittura ed il sorriso.
In un solo istante, preparato forse da ere di consapevolezza, tutto prende forma.
La penna, il foglio, l'assenza di progetto, le inclinazioni del corpo e dello sguardo e quel sorriso sempre più ebete e disarmante, si fondono in un unico gesto, in un unico intento. Essere presenti all'assenza di un'idea precisa. non è un paradosso. 
E' la costruzione della parola dal Silenzio, è la costruzione della parola del Silenzio.

Lo osservo meglio, lo sguardo ritroso, senza farmi nemmeno percepire. Lo osservo come si manifesta, senza giudizio. 
Con la stessa assenza di giudizio egli osserva il suo foglio. 
Mi faccio piccolo piccolo, come il mondo antico che mi abita, così struggente, ed allo stesso tempo ricco di contenuti. 
Ciò che la nostra mente pone in un passato immaginario assume spesso la forma di un respiro. 
Niente di più infinitesimale, niente di più immenso.

Non mi è dato di sapere se egli sappia quanto antica sia la sua tecnica. Forse nemmeno sa di farne uso. Forse ignora che ciò che chiama “istinto espressivo” è il frutto del lavoro di milioni di persone prima di lui. 
Mi avvicino di un passo. Non sono certo che percepisca la mia presenza. Mi so rendere piccolo, piccolo sin da piccolo (avrete clemenza per il gioco di parole ma non ho potuto resistere)

La mia è una piccolezza, una microscopia, ricercata, voluta, oso dire persino desiderata.
In passato le mie intuizioni sono state troppo grandi, così immense che soltanto una completa solitudine poteva con loro competere. Ora mi sono ritagliato questo ruolo di osservatore, di infimo accento, anzi di bisbiglio, di accenno. 
Non sono più solo, perché le mie intuizioni intonano canti sublimi in accordo con quelle altrui. 

Io chiamo tutto questo “lo sguardo del padre”. 
E' quel momento di pausa, di osservazione reciproca tra padre e figlio che precede l'interazione.
E' entrare nella stanza dove tuo figlio gioca alle costruzioni, piano piano, senza farsi vedere. 
E' resistere al primo impulso di partecipazione per creare uno spazio comune di silenzio. 
Cosa hanno già saputo costruire queste mani così piccole, così immense, senza bisogno del mio intervento paterno? Quanto è grande la sua saggia padronanza del gioco, del gesto?

Farsi piccoli, empatici, silenziosi e presenti, senza fare niente, è una pratica sacra, capace di manifestare in ogni cosa una saggezza forse più che umana. Essere con il proprio bambino, testimone della sua creazione rappresenta molto di più che il goffo tentativo di insegnare come creare.
E' un atto di testimonianza reciproca che pone le basi del rapporto fra un padre e suo figlio. E' questo un gesto di fiducia nella capacità di ogni sguardo di posarsi sull'assoluto. 
Questa scelta del piccolo, dell'infinitesimo, in altre parole, di uno spazio ristretto da cui abbracciare assieme il cosmo è la prima opzione da prendere se si cerca la libertà. 
Voi direte che un padre deve giocare con suo figlio, e avete ragione.
Ma ciò può avvenire solo dopo un piccolo istante, una docile apnea che manifesti il rispetto che è dovuto allo spazio altrui.

Ma torniamo al nostro scrittore. Si è fermato. Forse le mie divagazioni lo hanno fatto sentire solo. Questo però fa parte dei suoi compiti. E' parte del suo percorso comprendere che le mie divagazioni lo riguardano sempre, che non comportano un abbandono, ma solo la descrizione di fenomeni dei quali egli è il centro.
Il suo sguardo si fa più intenso, come colpito da un fulmine. Riprende la scrittura. E guardate quel sorriso!!! 
Sembra inebetito. Solo pochi secondi fa era un infimo accenno. Ora ha preso potere e manifestazione su tutto il suo volto, su tutto il suo essere. E' divenuto il suo sorriso e questo mi rende felice.

E la mia felicità diviene in breve tempo dolce ricordo
Lo so, è difficile da credere, io stesso sono stato come lui. Sono stato anche io osservato in silenzio. E ora mi avvicino di nascosto e sbircio quel che sta scrivendo, piano piano o, come si diceva in altri tempi, lemme lemme.
Non so perché l'espressione lemme lemme mi ricorda sempre un leccalecca. Forse è la ripetizione delle parole, di una parola di cinque lettere, o forse è per quella lettera iniziale, quella Elle, tanto dolce. 
O forse è il gesto infantile di gustare un lecca lecca che mi rimanda ad una certa lentezza. O forse perché le Elle e le Emme mi paiono connesse non solo di successione nell'alfabeto, ma anche da un punto di vista sonoro, di docilità.
Comunque sia, mi avvicino e leggo di sbircio sul foglio. 
Vi riporto i contenuti che sono riuscito a vedere Non nego che forse qualche cosa possa essermi sfuggita, ma credo che, almeno nelle sue linee essenziali, la storia che trascrivo possa dirsi completa.

“ DISSERTAZIONE SUI DENTI DA LATTE: UNA VIOLENZA LINGUISTICA"

"Accade spesso, a chi non sa che accade, che cadano dei denti per essere sostituiti da nuovi e più forti apparati di masticazione. La cultura popolare chiama questa misteriosa e spontanea sostituzione “la caduta dei denti da latte”. E,come spesso avviene, la locuzione è divenuta talmente usuale che ben pochi si chiedono se abbia più un senso profondo.
Perché una cosa salta all'occhio. Se solo di latte ci nutrissimo, non avremmo bisogno di alcun dente. E se non avessimo bisogno di denti, ancor meno avremmo bisogno di sostituirli.
“Oh, ma che banal discorso”, voi direte.
Io incasso, sorrido e ribadisco, “banalissimo, invero, nemmeno degno di sporcare un foglio”. 
Ma proprio per questo ne faccio l'oggetto della mia discettazione.
Voi, attenti ma sfortunati miei lettori, forse borbottando , direte: “Ma questo è matto!! Non vale pena di perdersi in questi discorsi. I denti cadono, è così dalla notte dei tempi e vengono sostituiti da più robusti e radicati”.
Ecco che, forse un po' mesto, ammetto:” E' vero amici cari, è così da sempre”. Ed aggiungo che non so, né voglio nemmeno osare, dare una spiegazione scientifica al fenomeno.
Ancor meno, desidero negarne l'evidenza. I denti, i primi denti, cadono e lasciano spazio a nuove, più forti e meglio radicate strutture ossee. Anche a me piace pensare che così sia sempre stato e così sempre sarà.
Ma, cari miei pazienti lettori, una cosa continua a stupirmi. Quella locuzione “da latte”, con così tanta superficiale sveltezza assegnata ai caduchi dentini, mi pare quantomeno audace.
E, se mi permettete l'espressione più pura del mio sentire, la trovo lievemente offensiva.
Un dente non è idoneo a “masticare liquidi”, un dente da latte è dunque un dente inutile, funzionalmente e linguisticamente inadatto alla sua paventata attività.
E' come un vigile urbano in un paese senza vetture od una forchetta in un paese di persone che si cibano solo di zuppe.
Ecco allora che, forse la caduta dei primi dentini deriva proprio dal nome che gli si è dato, da un errore iniziale di cui si fatica a prendere coscienza.
Sono sicuro che se il fanciullo nascesse con dei bei denti da tutti chiamati “da cotoletta”non sarebbe mai colpito da una precoce loro caduta. 
Sarebbero radicati dal loro stesso nome in gengive “linguisticamente” solide e forti.
Cari dolci miei stupiti lettori, la tesi è molto semplice. Un nome sbagliato è foriero di catastrofi, di cadute, di rovesciamenti.
Solo ciò che porta un nome autentico è destinato a radicarsi, a durare, a lasciare un segno imperituro nella storia.
Già vi vedo , cari stupefatti, miei inebetiti lettori, già sento montare come panna la vostra protesta.
“Fanatico, nominalista, imbecille, che dici? Se anche si chiamassero i denti dei bimbi da carne essi cadrebbero ugualmente”.
Eh, ma cari miei irati lettori, io vi voglio più attivi, meno banali nel reagire, fors'anche più sinceri.
Secoli, anzi millenni, di nomi storpiarti, stuprati, forzati, non si superano con un solo, subitaneo, uso corretto della lingua. Alla storia non si rimedia con un'istantanea presa di coscienza.
Occorrono intere generazioni di volonterosi operai della Verità per rimediare, per medicare ed anche per meditare su un nome abusato.
Chiamate per secoli, anzi millenni, col loro corretto nome i denti dei vostri figli e, vedrete, non cadranno più. Togliete il velo dalle vostre parole ed esse vi restituiranno la loro innata potenza, la loro capacità di resistere
Ecco ora tacete. Tace anche quello strano individuo che in silenzio mi osserva da ore. La sua è una ben strana presenza, lievemente irritante, ma tutto sommato familiare. 
Se non temessi la sua fuga mi girerei e gli rivolgerei la parola. Allora scrivo, così di getto, sopratutto per lui.
Vorrei tanto che leggendo si accorgesse che so della sua presenza silente. Ho persino inclinato la testa verso destra, io mancino, perché possa leggere in quel gesto un invito al gioco, ad entrare nel mio mondo con leggerezza e fiducia.
Perché io, miei cari docili, stupefatti lettori, sono fatto d'aria. E con l'aria mi sostengo. E forse tutta questa mia dissertazione sui puerili denti è stato il primo passo per comunicare con lui. 
Che sappia che so della sua esistenza, attraverso i denti che, come natura comanda, cadono. Che sappia che valore do alle parole, alla lingua, che sappia che io voglio che sappia”.

Questo è quanto ho potuto leggere dal suo scritto. 
Alcune frasi non potuto riportarle, perché scritte troppo piccole, con caratteri da lillipuziani.
E, ve ne stupirete, non sono affetto sorpreso che parli di me.
Che il mio silenzio, la mia presenza, potessero essere rumorose, quasi assordanti, lo comprendo molto bene.
Anzi, se posso lasciarmi andare ad una inaspettata sincerità, ho proprio desiderato che il mio silenzio si ricoprisse di sfumature forti, di significati profondi.
Non è questo dunque che mi colpisce. Ciò che mi rende felice, ed allo stesso tempo stupefatto, è quell'augurio a che io “ sappia che lui voglia che io sappia”.

Cosa ha a che fare un simile desiderio con la nostra relazione? E poi, un uso così provocatorio della scrittura che senso ha?
Se avesse voluto stimolare una mia reazione, perché usare una pseudo-dissertazione, dagli evidenti intenti provocatori, sul corretto uso del linguaggio, argomento sul quale non solo concordo, ma che ho messo alla base della mia intera esistenza?
Egli mi provoca con giochi le cui regole ho scritto io stesso. 
E poi, quella sua paura di una mia fuga...
Io l'ho visto nascere, ho letto grandi cose nei suoi primi sguardi, nei suoi primi suoni, goffamente emessi, ho aperto incoraggianti braccia ai suoi primi passi, come potrei fuggire proprio ora.
Io sono sempre stato presente, anche quando non mi vedeva. Non sono fuggito nemmeno quando mi riempiva del suo dolore. Fermo, con lui, assieme a lui.
Non sono un eroe, semplicemente la fuga non è nelle mie corde.
Non è la montagna che fugge lo scalatore, né la luna l'astronauta. 
Allora comprendo il gioco, ma ne soffro lo svolgimento.

Tuttavia questo è!! La sofferenza è parte del percorso, è parte fondante del cambiamento, del mio mutamento e del suo.
Aderisco dunque volentieri a questo gioco.
Ora è andato a rispondere al telefono e pare sia una cosa che possa andare per le lunghe. Mi avvicino al foglio senza timore di essere sorpreso. 
Ecco, ora rileggo la sua ultima frase. “...che sappia che io voglio che sappia”. 

Visto che me lo chiede, interagisco volentieri e, senza pensarci nemmeno un istante, scrivo: 
“ Un dente da latte non è un dente DI latte e la funzione non è la sostanza”
Un momento però...devo firmare ciò che ho scritto, altrimenti come saprà con chi sta giocando?
Ora mi ritiro di nuovo, ma c'è una lieve ma sostanziale differenza rispetto alla mia posizione di prima.
Prima ero ritirato, ora mi sono ritirato. 
Ero prima nella mia piccola stanzetta azzurra, poi sono uscito all'aperto, ho percepito il freddo dell'ultimo inverno, e visto le prime gemme della primavera fare i primi accennati sorrisi, ho piantato un seme. Sono poi tornato nella mia stanzetta azzurra, in attesa del primo germoglio...

Capitolo Secondo – Botta e risposta

Si avvicina al foglio. Lo guarda. Ne osserva le linee. 
Non so come, ma ne sono certo, la sua attenzione è attratta dalla materia, dalla carta, dall'inchiostro, non è per ora astratta né distratta, dal contenuto, dal significato.
Lo osservo, e , con stupore, comincio ad intuire ed i confini del suo gioco. 
Se concepiamo le lettere come sequenze di suoni, sapremo decifrare il ritmo, le cadenze, gli accenti di un pensiero. Perché ciò che scriviamo prima ancora che significato è suono, ritmo, melodia.
Quando la nostra attenzione trova la sua ancora, il suo appiglio, nelle forme del contenitore, del foglio, nella sua materia, nel suo perimetro, nella forma delle lettere, cosa decifriamo di uno scritto?
Quali particelle di significato di un brano si trovano nella costituzione del foglio, ancor prima che ne suo significato?
Siamo tutti capaci di penetrare l'interezza della realtà, abbiamo, è vero, molte chiavi interpretative, ma sappiamo e possiamo usarle solo una alla volta, od in rarissimi e geniali casi al limite per binomi.
Spesso, quando la nostra mente, la nostra attenzione, passa dall'oggetto al suo significato, in quell'istante di decifrazione, in quell'attimo sospeso che è fra l'incontro tra due estranei e la sua narrazione, si produce un mirabile mutamento nel corpo di chi legge. 
E' una sorta di ripetuto miracolo, di eterno stupore per chi sa mantenere l'animo di un fanciullo.
Il più delle volte una sorta di restringimento delle palpebre manifesta allo stesso tempo un'alta qualità di ascolto e la esigenza di limitare il campo per arrivare alla comprensione profonda.

Questo si può spiegare col fatto che lo sguardo in un certo senso anela al significato, non dirigendosi verso l'esterno, ma verso l'interiorità del lettore, ove il significato già risiede e riposa dormiente.
In lui questo restringimento, questa limitazione del campo visivo, non appare. Semplicemente osserva il foglio e i suoi confini, le linee, le scritture, le lettere; poi prende la penna e scrive poche parole, si alza e mi guarda.

Una lieve increspatura ironica delle sue labbra, non può che essere interpretata come un invito alla prosecuzione del gioco.
Si siede e, come se io non fossi presente, riprende a giocare col suo cellulare, sorseggiando ogni tanto una birra.
Mi avvicino, abbandonando finalmente ogni inutile cautela. So che, anche se mi volge le spalle, si aspetta che io risponda a ciò che ha scritto.

“Un cambiamento radicale si manifesta nel dire ciò che le cose sono. Una piccola morte si produce ogni volta che la nostra vitalità è preda di definizioni in negativo, se la funzione non è la sostanza che altro è?”
Faccio fatica a non scoppiare a ridere. Quest'uomo o è un genio, o è il più folle, il più grande pazzo che io abbia mai incontrato. Se ho ben intuito, mi sta sfidando a riformulare ciò che prima ho scritto in termini positivi, a dire ciò che un dente da latte sia, a dire cosa sia la funzione.
E' evidente che la sfida che mi lancia non sia cosa da poco. 
Potrei ritirarmi, accettarla, oppure potrei cambiare ancora una volta le regole del gioco. In fondo il gioco nascosto della parola sta anche nella sua immutabile possibilità di cambiare in ogni istante le regole, quando la posta si fa più alta o più profonda, il che poi in fondo è lo stesso. 
Rifletto dunque con attenzione alle tre possibilità che mi sono date:

Il ritiro dal gioco, se volete la sconfitta. Se mi va bene con l'onore delle armi.
L'accettazione delle nuove regole del gioco che mi viene proposta
La scelta di cambiare io stesso le regole del gioco.

Prendo la penna, scrivo qualche breve parola, mi siedo e ordino una birra.

Sul tavolo resta un foglio, come dopo un lauto pasto, restano gli avanzi dei bagordi. 
Pare abbandonato, eppure ancora vitale.
Chi si avvicinasse a quel foglio leggerebbe le mie ultime parole, forse con stupore, forse con disprezzo, forse con deferenza. 
Di sicuro le leggerebbe d'un fiato, come si beve una fresca bibita, dopo una lunga corsa d'estate.

“Nella profondità di ogni parola, di ogni definizione, nell'essenza di ciò che siamo, si trova un solo, spaventevole, creativo Silenzio. Poter parlare di quel Silenzio è un dono che non ci è stato concesso. “
Capitolo Terzo – Il gioco continua
Si alza, mi guarda, senza degnare della minima attenzione il foglio.
Sembra quasi che lo conosca da sempre. Alto, lo sguardo profondo, disincantato, eppure con una luce infantile, maestro ed allievo allo stesso tempo.
Com'è l'incontro dei nostri sguardi?
Solo un aggettivo mi viene in mente: antico
Il profumo delle cose di un tempo, dei ritmi di un tempo, del tempo come lo immaginiamo che sia stato, o forse della assenza del tempo, come immaginiamo che sia.
Non parla.
Lento si avvicina al foglio, sembra stanco ma allo stesso momento rinvigorito.
Scrive. Poche parole. E, ne sono certo ancora prima di leggere, quelle parole non saranno né la prosecuzione, né la risposta a ciò che ho scritto.
Sono il necessario finale del nostro gioco di sguardi, del nostro rispettoso e riconoscente Silenzio di poco fa.
Credetemi, non è artificio letterario, né un goffo tentativo di farvi affossare in una suspence da romanzetto poliziesco di basso livello.
La verità è che delle sue ultime parole anche a me importa poco.
Poco fa ho parlato di tre opzioni, scelgo ora di accettare la seconda, di accettare le regole del gioco.
Quindi prendo la penna e scrivo senza nemmeno leggere le sue parole.
Abbiamo messo entrambi il nostro commento al Silenzio. Non si tratta di rispondere, di ribadire, discettare, ma di farsi tramite di processi creativi ben più grandi, immensamente più grandi di noi.
Arriverà, forse più tardi, il momento per ciascuno di svelare lo scritto dell'altro, oppure, meglio ancora, per entrambi di svelare quello creato in comune.

Ma non esiste un buon vino che non abbia decantato in antiche botti prima di manifestare i suoi sublimi aromi.
Ogni cosa ha un suo tempo. Ed anticipare gli effetti, senza aver svolto le cause, può solo portare ad una creazione monca.
Quindi prendo atto della mia scelta. E il fatto di essere presente alla mia decisione mi costringe a chiedermi chi abbia scelto prima che ne prendessi atto.

Scelgo, prendo atto della scelta, prendo dunque la penna, e scrivo:

“Quando alziamo per la prima volta lo sguardo, dopo una lunga malattia, al mondo esterno, siamo portati a credere che la gioia, che ci colpisce sia dovuta alla fine della sofferenza. 
Io credo invece che quella esultanza derivi sopratutto dal passaggio dal mondo interiore a quello esterno, o meglio ancora, dal saper integrare il proprio travaglio interno nello sguardo e nella esistenza altrui. 
La fine della sofferenza, se mai è possibile, consiste nello svelare i propri tesori nascosti al mondo. Almeno ad uno dei mondi possibili”.
Mentre scrivo queste parole mi accorgo che il mio esprimermi di getto, senza cercare preordinate connessioni col passato, fa parte del gioco del mio amico. Amico? Già Amico.
Non sono dunque più io a dettare le regole di questo strano scambio? O siamo entrambi? E che nesso ci sarà mai fra le mie intuizioni sul Silenzio e ciò che ho appena scritto? E poi, sono davvero convinto che un nesso esista, che debba esistere? E infine, perché parlare di sofferenza, di malattia?

Mi calmo, prendo tempo. Lentamente una piccola intuizione prende corpo in me.
Le domande che mi sto ponendo sono tutte derivate da un unico registro, quello della cause, dei perché?
E se provassi a riformularle secondo un altro criterio, quello del tempo, come si modificherebbero?
Senza esitazione ci provo e nuove domande fanno la loro comparsa.
In che momento ho perso il mio ruolo di costruttore delle regole del gioco?
In che istante si crea il nesso fra Silenzio e la mia piccola teoria della sofferenza?
In che attimo posso cominciare a dire che tale nesso non esista più?

Mi rendo conto di sperimentare per la prima volta la tecnica della “elusione parziale” della domanda. E' come se facessi un tentativo di verificare se il “quando” possa illuminare il “perché”.
Follia? Temo di si! A volte un piccolo (ma sarà poi così piccolo) spostamento semantico può sgombrare però il terreno per domande ormai bloccate in una sorta di vicolo cieco.
Il mio amico nel frattempo si è messo a leggere ciò che ho scritto. La sua espressione, quasi trasfigurata, manifesta forti emozioni.
Questo in parte mi fa ricredere sulla mancanza di efficacia delle mie parole. Allo stesso tempo, inutile nasconderlo, provo una sorta di “timore antico” nel vedere che ha scritto qualcosa.
Il timore poi si trasforma in interrogativo insistente quando noto delle piccole lacrime che scendono dai suoi occhi. Mi avvicino dunque, con la stessa cautela preoccupata con la quale una madre si avvicina al letto del figlio malato per verificarne le condizioni, e leggo.
Prima la mia attenzione è colpita da ciò che aveva scritto in precedenza e solo dopo dalle poche parole che seguono il mio ultimo scritto.

“la parola Silenzio, porta forse la stessa particella di Simbolo che richiama l'idea del legame. Un silenzio che separa non è forse assordante? Cosa viene dunque legato dal Silenzio che la parola nega?”

Ora comprendo la sua emozione nel leggere le mie parole e mi pare più agevole poter tracciare un percorso intuitivo tra i nostri ultimi scritti.
Cosa lega il Silenzio a chi lo ascolta, il mondo interiore al mondo “altro”?
Cosa nega di tale mondo la parola?
Non è forse vero che la parola nega l'atto che svela?
Non è forse vero che la parola rivela ma non svela e che solo il silenzio svela la verità che sta nell'atto di donare al mondo i propri tesori?
Anche le mie domande sul tempo, sulla sincronia trovano risposta in questo.
Le regole del gioco non le ho più dettate io dal momento in cui ho nominato il Silenzio.
Da quel momento in poi è stato il Silenzio stesso a dettarle.
Il legame tra sofferenza e silenzio si crea nell'istante esatto in cui al Silenzio si da il ruolo che meglio gli compete, quello di lenimento e cura.
E' forse ora che posi la penna? O mi sta solo incitando all'esercizio della memoria, alla espressione del ricordo? Prendo un attimo di pausa, non più lungo di un respiro e finalmente scrivo.

“la foresta d'estate era popolata dalle mie fantasie guerriere. D'inverno dal mistero ed in primavera dalla speculazione. Ma è solo d'autunno che lo stupore ha lascito posto ad una intuizione rigogliosa”

Poi poso lo sguardo sul foglio, sui tratti della mia scrittura, ora più chiari e delineati.
L'allievo-maestro tace. Osserva.
Dalla strada giunge il chiassoso suono di bimbi che giocano a pallone.
Si è fatta ormai quasi sera. Ed entrambi, consci di aver perso il senso del tempo, ci guardiamo con la tenerezza di chi sa riconoscere la maestosità di un accadimento fuori dal comune.
Già! La tenerezza consiste sempre nel saper riconoscere nell'altro i tratti che di te ti sono più nascosti.
Possiamo perdere il senso delle cose, ma le cose non le perdiamo mai.
Ci si può dimenticare di se stessi, ma mai cessare di esistere di fronte al mondo, mai cessare di essere nel mondo, di essere il mondo.
Il mio compagno prende un nuovo foglio. Bianco, come al tela di un pittore, incapace di conoscere il suo futuro, quasi fosse uno strumento mai suonato, in attesa della perdita della sua verginità, della sua innocenza silenziosa.

La penna, invece, conosce il suo futuro, forse è addirittura in grado di determinarlo.
Come una donna avvezza alla seduzione sa di quali potenzialità sia portatrice, ne conosce i limiti, certo, ma sopratutto ne riconosce la grandezze immense. Così come non si può chiedere ad un violino antico di suonare melodie che non gradisce, allo stesso modo non si può chiedere alla penna di scrivere altro da ciò che lei desidera trasmettere. In questo gioco di scritture spontanee pensare di poter essere padroni della propria penna sarebbe tanto stolto quanto illudersi in un gioco amoroso di essere in grado di dirigere e prevedere ogni seduzione della donna che si desidera.
E' nella capacità di sottomissione allo strumento, sia esso la penna o amore sensuale, che certi giochi fondano la loro profondità e la loro antichità.

Scrittura e Seduzione non sono eventi adatti al Generale d'armata o allo Scacchista.
Sono eventi adatti a chi, volendo tirare le somme, sa bene che in ogni ricerca di ordine nelle cose, esiste un che di insondabile, di imponderabile, di imprevedibile a cui è bene sapersi sottomettere.
Il contadino ara la terra, prevede il momento giusto per la semina, pazienta innaffiando il terreno in attesa dei primi germogli, si cura di eliminare parassiti pericolosi, tiene lontani le cornacchie dai campi.
Tutto questo lo fa ben sapendo che la terra ed il cielo possono dargli buoni frutti o distruggere in un istante tutti i suoi sforzi.
A quella parte non dominabile della vita egli sa sottomettersi, perchè è cosciente che la ricchezza della sua attività è proprio nell'aiutare, stimolare, ascoltare e prevedere il più possibile, senza mai sostituirsi a chi è molto più grande di lui.
Vedo dunque il mio amico avvicinare la penna la foglio con la medesima saggia pazienza e lentezza del contadino, la stessa lentezza che la mano divina deve aver usato per forgiare l'universo.

E scrive. Scrive lentamente, ma tale lentezza non è la stessa che lo aveva avvicinato al foglio bianco. La sua scrittura, il suo gesto, ancor prima della sua parole, manifestano una volontà di farsi tramite, di annullare se stessi per lasciare spazio alla comunicazione vera.
Non so dire se sia cosciente del paradosso che esiste nel desiderare l'annullamento, giacché ogni volontà è manifestazione di sé.
Non posso tuttavia che sentire il più profondo dei rispetti per il suo tentativo, tanto umano ed assurdo quanto antico.
E' per questo motivo che le sua parole, così intime e personali, mi stupiscono. Parole dense del suo dolore, di una sofferenza che solo chi ha vissuto con intensità s manifestare.

“Aveva gli occhi più profondi che un viso di donna potesse contenere. Ho preso al sua mano nella mia ed , in un solo istante, abbiamo compreso chi eravamo. Poi le ho sussurrato le più dolci parole ed il suo ascolto era totale. Il suono della sua voce poi portava il ricordo delle foglie degli alberi agitate dal vento. 
Amore è dir poco. Amore è niente. Amore è un nome portatore di sventure.
Amare, al contrario di amore, è altro, è capacità di essere presenti a se stessi ed a chi ci accompagna. E questo non ha nome, né definizione che possa contenerlo.
Quando lei se ne andò non seppi più chi ero. 
Lo specchio? mi chiedi con quegli occhi pieni di lacrime, ROTTO! 
La vita fluì dalle mie mani e divenni meno importante della più infima delle creature. 
Vagai di notte solo, cercando l'annullamento, la morte, l'oblio. 
Punii il mio corpo, colpevole di essere stato incapace di trattenere e prendere su di sé la sua malattia. 
Il taglio mi faceva sanguinare sempre di più da ferite che non cicatrizzavano mai. 
E divenni proprio io o il peggior incubo di me stesso.
Ancora oggi tra le fronde degli alberi cerco la sua voce. 
Ancora oggi tendo le mani verso un cielo che si rifiuta di prendere il suo posto.
Ma grazie a questo scambio che ci ha uniti ho forse compreso. Ho trovato una piccola chiave. L'autunno, già la stagione degli ultimi rigogliosi soli, è proprio ciò che fra noi due si è creato oggi. 
Il legame che si fonda sull'assenza, la più antica delle relazioni umane, quella immaginata, vive di un progetto saldo. 
Allora, amico caro, prima di prendere congedo da te, scrivo un'ultima cosa. 
Quando incontrerai il tuo destino, non tendergli le mani, non gioire troppo, lascia che una parte di te si prepari alla più grande delle cadute.
Perché il destino di ogni uomo è nel percorso che egli fa nel tentativo di recuperare, di rimediare a ciò che ha perso. 
Il destino di ogni uomo è in ciò che si nasconde. E quando pensassi di essere giunto alla meta, ebbene, che le tue ossa siano abbastanza salde per parare il colpo! 
Perché se un incontro diviene una meta la morte è inevitabile
Sussurrerai anche tu le più dolci parole, ma quando non avrai più orecchie che le ascoltino, sarai capace di sussurrarle a te stesso? 
Ti perderai anche negli occhi più sublimi, ma quando non sarai più guardato, quando quegli occhi si chiuderanno, sarai capace di portare uno sguardo benevolo alla grandezza del cielo?
Tenderai anche tu la tua mano, ma se nessuno più potrà raccogliere il tuo invito, il tuo abbraccio, sarai capace di saper posare il palmo della tua mano sulla tua stessa fronte e, piangendo, continuare a percepire il reciproco scambio di calore?
Oppure ti perderai anche tu nella notte senza lumi, divenendo un odiato incubo per te stesso? E se anche ti perdessi, continuerai a cercare la luce, la fiammella di candela che ti sembrerà sempre più lontana? E se le fronde degli alberi non ti restituiranno più la voce che cerchi e brami, ti fermerai comunque ad ascoltarle ed a percepire nel loro suono la presenza sia del creato che del Creatore?

Alzai lo sguardo verso di lui, verso l'allievo-maestro, l'amico, il compagno di percorso. Sapevo cosa voleva darmi. Sapevo anche che voleva prepararmi alla sua uscita di scena.
Non gli tesi la mano, non un parola usci dalle mie labbra, non una intenzione dal mio cuore, né un lacrima dai miei occhi.
Lo guardai come si osserva l'inevitabile, come il contadino osserva la tempesta che distrugge il suo sperato raccolto, come si guarda l'inevitabile bellezza di un'alba o, ancor peggio, di un tramonto o di un uragano.
Lo guardai a lungo e lui ricambiò il mio sguardo con la stessa assenza di intenzioni.
Ci guardammo inebetiti, privi di emozioni.
Perché le cose troppo più grandi di noi non emozionano. Non esiste un nome che possa contenerle che non sia “Silenzio”.

Fuori, per strada, i bambini continuavano a giocare gridando a pallone.

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